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A un passo
A volte ho la sensazione di ricordarmi chiaramente la prima volta che provai a muovere il primo passo. Sembra impossibile, con la quantità di ricordi che ci affollano la mente e che si depositano come sabbia nel cervello.
Eppure mi basta chiudere gli occhi e pensare a quel benedetto primo incedere e l’ho lì, nitido come un film in bianco e nero. Sono solo, in piedi nella sala dalle luci soffuse, qualche stupido verso che mi esce dalla gola, forse è un sorriso, uno sguardo verso l’alto e via il primo passo con la tutina turchese, ma sì proprio quella di lana grossa fatta a mano da mia nonna.
Da dove verranno poi questi ricordi? Forse sono soltanto il frutto di un sogno o magari il cervello ha rubato immagini di una delle tante feste, in casa di amici con bambini.
Eppure no, ne sono sicuro, non è un bambino qualsiasi quello che rivedo, sono proprio io e anche la sensazione di vertigine nell’abbandono della presa sicura, il dondolio di assestamento, il muscolo del piede che si contrae tremante, quel fatidico passo; no, non sono meno veri di questo paesaggio.
Ogni volta il solito pensiero e ogni volta sempre qui nel solito posto. Non è la prima volta che mi succede. Forse non sono io che penso ma è questo luogo che mi pensa insieme ai miei ricordi. Brividi prepotenti si rincorrono sotto pelle. Ho bisogno di tenere gli occhi chiusi e ricercare dentro un senso di equilibrio mentre intorno tutto si muove. Non sono movimenti repentini è un fluttuare, un ondeggiare.
Riapro gli occhi ma la sensazione di vertigine ancora non mi abbandona e mi sento paralizzato simile a un albero che sovrasta la vallata dall’alto di questa rupe.
Mi fa star bene qui, mi rilassa, mi aiuta a pensare e a volte ad accettare tutta la mia limitatezza. Non sono più un io singolo, mi sento parte integrante con il mio ambiente. Sono le rocce che riposano sfinite sopra un letto di terra, sono gli alberi che si arrampicano dove il dirupo è meno scosceso, sono gli uccelli che sembrano chiamarmi, sono il vento.
Mi sbottono la lampo dei jeans e tiro fuori qualcosa di estraneo e irrigidito, come un corpo morto, dal freddo o dalla paura non saprei dire con certezza. Sento la vescica che preme nella pancia, fatico a spingere fuori il flutto. Trastullo il pene per fagli assumere la solita dimensione e chiudo gli occhi. Mi concentro e spingo, ma ancora niente.
Lo scappello e lo osservo, dall’alto; ci sono dei peli strappati e appiccicati sulla pelle ignuda. Li prendo con pollice e indice e li lascio cadere aprendo le dita, il vento fa il resto.
Piscio alla fine. Sembra che la brezza che spira, continua, dietro di me, si diverta a giocare con quel liquido caldo. Guardo il getto con un profondo senso di piacere simile a un piccolo orgasmo. Si formano dei goccioloni dalla traiettoria irregolare che vanno a ricadere sulle piante e le rocce dopo un lungo volo fumante.
Intanto davanti a me, al di la di questo bel paesaggio, sul punto in cui la campagna è abbandonata dal sole e i colori sono più carichi, degli uomini si muovono veloci nelle loro vesti celesti. Ho la sensazione di osservare delle piccole formiche; ma si proprio quelle che ero solito torturare e uccidere con la mia piccola lente da ragazzo. Non ricordo cosa mi spingesse a farlo, forse era soltanto per sentire quello strano profumo di carne bruciata che librava sottile e ondeggiante fino alle mie narici.
Intanto dell’altro fumo, grigio, carico di quello stesso odore di carne, esce continuo dalla bocca della montagna. Mi ricorda che ho voglia di fumare.
Estraggo il pacchetto di Marlboro da una tasca del cappotto e porto una sigaretta alla bocca. L’altra mano la raggiunge con un accendino tremante che si inceppa a più riprese. Devo aiutarmi con entrambe per riuscire ad accendere.
In questo silenzio si possono sentire le urla portate dal vento di quei piccoli e laboriosi esseri che si affannano sotto di me. Li vedo entrare e uscire da quella bocca fumante con barelle cariche di morte mentre le ambulanze suonano con le loro luci colorate e simili a giostre.
Sono urla di madri e di mogli, di bambini accorsi come in un gioco, di compagni dalle facce bruciate.
Continuo ad aspirare la mia sigaretta e intanto osservo l’accendino, sporco di sangue, come ferito, che muore nella mia mano trasformata in un sudario rosso rubino. Trema.
Lo lascio cadere, giù, nel vuoto, per alleviare la sua agonia.
Lo sento urlare e lo vedo sbattere su una roccia lontana. Si spezza, esplode, ricade in mille pezzi e giace poi a terra finalmente morto.
Quanto l’ho amata! L’ho amata troppo e l’ho amata male.
Mi pulisco le mani passandole sui pantaloni.
Non provo dolore, non provo pietà e tanto meno rimorso.
Il fumo della miniera si è fatto più rado ma se mi concentro posso ancora sentire il profumo di carne bruciata, che mi investe, da lontano, come se fosse un sadico ricordo.
Devo essere per forza io in quel primo passo, ne sono quasi sicuro. Rivedo persino il tavolino di vetro da fumo e le tende bianche con quelle piccole margherite disegnate. Ricordo i pantaloni sporchi di lavoro che mi vengono a prendere insieme a quelle mani grandi dal profumo strano che solo da grande sono stato in grado di collegare all’umidità della miniera. Mio padre, se solo fossi riuscito ad assomigliarli un po’ di più. Se solo avessi attinto un po’ più della sua essenza adesso non sarei quello che sono…un assassino!
Il grido di una rondine che volteggia sulla mia testa mi desta da questa estasi e mi regala un ricordo. Il suo verso assomiglia dannatamente al suono della prima gita dentro la miniera. Socchiudo gli occhi e mi osservo nel mio primo giorno di lavoro. Posso sentire i discorsi dei compagni davanti al cancello d’entrata; fermi con le sigarette accese di prima mattina, la tosse silicosica che quasi uccide, le unghie nere su quelle mani grandi dalla pelle vecchia e consumata, le borse di corda a tracolla con quel profumo di sugo fatto in casa, le bestemmie a denti stretti, le cispe sugli occhi troppo stanchi, l’odore del sesso fatto la sera prima. Tutti diversi, tante facce, tante storie diverse rese uguali dalla povertà e da quel profumo di miniera che si deposita su ognuno come una seconda pelle.
Sono stanco e rilassato al tempo stesso. Aspiro forte un’ultima boccata e trattengo il fumo il più a lungo possibile. Lo faccio uscire lento ed ecco che un ricordo riaffiora dal buio di questo oblio. Socchiudo un attimo gli occhi e le immagini si impossessano di me; sono alla festa, nella sala da ballo, alla sezione del PCI.
Musica alta, stesse facce di paese, vestiti poveramente eleganti, quelli del fine settimana di chissà quanti anni fa, odore di sigarette americane mischiato a colonie di vario tipo. Luci soffuse delle sei del pomeriggio, pavimento liscio e umido di sudore condensato, file di seggiole appiccicate al muro scrostato, signore sedute intente a osservare bimbe dalle scarpe col tacco e calze di nailon che ballano calpestano mattonelle insieme a giovani uomini dai mocassini neri, lucidissimi di cera, di pelle consunta.
E poi ancora profumo di sesso che sale dal puzzo di sudore, si fa largo tra la nebbia lasciata dal tabacco, affiora distinto ancora dalle scie di lacca e brillantina che si appiccicano nell’aria. Intanto all’interno facce giovani che sorridono, tese e ansiose di sfogare in un orgasmo quel nodo primaverile che attanaglia le viscere.
Mi appoggio con il mio abito migliore alla colonna d’entrata ricoperta da un drappo di tenda rossa e spessa. Osservo con occhi da predatore quelle gonne svolazzanti che si muovano impazzite ed eccola la, seduta, mentre sorseggia una gazzosa con le guance accese dal caldo e dall’eccitazione.
Mi accendo una sigaretta e sputo il fumo davanti a me mentre avanzo verso di lei. Procedo lento e a ogni passo che faccio sento mancarmi la terra sotto i piedi.
“Le va di ballare con me signorina” le dico nascosto dietro il fumo che esce dalla mia bocca.
“Perché no” fa lei arrossata scolando l’ultimo sorso di gazzosa con un gesto mascolino.
Le cingo la vita; è morbida, liscia nel suo vestito estivo.
Profuma allo stesso tempo di fiore e di animale.
Ondeggiamo stringendoci sempre più forte: posso sentire la morbidezza del suo seno piccolo e rotondo. La premo sul mio ventre e la vedo, di sbieco, sorridere della mia erezione.
Non si intimidisce.
“Basta non mi va più di ballare, che ne dici se usciamo a fumare” mi sussurra. È fatta.
Intanto la luna ci guarda dall’alto della sua postazione come fosse un grande occhio disegnato in cielo mentre le stelle lasciano scie simili a copiose lacrime.
Intorno profumo di prato, d’erba schiacciata, di grano, di corpi nudi.
“È l’emozione, scusami non mi era mai successo” le dico tirandomi su la lampo dei pantaloni. “Non ti preoccupare, ma che ore si è fatto…oddio, devo correre a casa che domani ho da lavorare” fa lei accendendosi frettolosamente una cicca mentre cerca di ricomporsi vestiti e capelli.
“Dai muoviti accompagnami a casa” dice avviandosi a grandi passi verso la bici distesa a terra come stesse dormendo.
“Aspetta…altri cinque minuti” le dico con voce tremante.
“Va la…vedi di muoverti costì… mezz’omo” fa lei sbrigativa.
Pedalo veloce sotto questa grande luna che continua a guardarci insinuando ansia nei miei pensieri notturni. La bici sobbalza sulla strada a sterro sospinta dalla mia energia inespressa che cerca di imporsi… almeno questa volta.
Mi sento triste mentre i capelli di lei controvento mi accarezzano le guance.
“Ciao bello, io sono arrivata” fa lei scendendo dalla canna.
“Ci…ci possiamo rivedere” le dico.
“Magari alla prossima festa da ballo…sabato prossimo al circolo suonano i “Belle foglie” io ci sarò sicuramente” mi dice, poi mi bacia su una guancia e se ne va salutando di schiena con una mano alzata.
Sento il vento che soffia forte mentre faccio la discesa per la strada a sterro che costeggia il paese. Sono vicino casa e una sensazione di vuoto, di impotenza, di nullità mi assale feroce.
Avrei voglia di passare la notte da lei e stringermi al suo seno, ma ormai è lontana e domani la sveglia suonerà alle cinque per la prima gita in miniera.
Giorni lunghi fatti di polvere, di odor di muffa, di buio smorzato da piccole lampade, di sudore, di pirite nascosta in un mare di roccia.
Giorni lunghi e senza senso fatti di facce scure, di poche parole, di muscoli doloranti, di esplosioni continue che per pochi secondi mi allontanano dal pensiero di lei.
Giorni fatti di rumore; il martello da reggere con due mani che buca le pareti e che ti mette addosso quel tremito che non te lo levi più, neppure di notte quando vai a letto col pensiero di lei che riaffiora nella carne bisognosa di soddisfazione. Giorni fatti di rumore; le dinamiti messe con cura nei buchi della roccia simili all’amore che lei mi ha piantato nel cuore, e poi l’esplosione improvvisa, imperterrita, dolorosa, distruttrice.
Poche parole, poca fame, poco sonno aspettando quel sabato benedetto.
Riapro gli occhi e mi ritrovo ancora immobile su questo dirupo a osservare ancora quel filo di fumo che sale dalla miniera. Una fila di corpi viene distesa sul piazzale nella polvere dei ciottoli cotti dai raggi del sole.
Sono coperti da lenzuola bianche: uno, due, tre, quattro, cinque e uno che esce adesso…ecco, lo appoggiano lentamente con la barella a terra, cerco di capire chi possa essere tra tutti i miei compagni ma non lo riconosco, sono troppo lontano…in tutti i sensi.
Si è formato un cerchio di persone intorno che si muovono, urlano, si accasciano accanto ai cadaveri, vengono trascinate via tra gli abbracci.
Respiro l’aria fresca a pieni polmoni, è una bella sensazione; è come se il corpo si riempisse di vita lasciandola poi, un secondo dopo, uscire lentamente.
Do un’ultima boccata alla sigaretta che tengo tra le dita…si e spenta aspettando il mio fantasticare…la lascio cadere ai miei piedi dove, come rallentata, si posa rimbalzando sulla terra.
La spengo con una strana scarpa da donna con il tacco a me familiare.
È orribilmente deformata mentre cerca di contenere un piede troppo grosso che resiste, piegato come una banana.
Fa male mentre un ciuffo d’erba gli ondeggia accanto.
E’ lei la riconosco, pensavo che non nascesse più da queste parti, sono anni che non la vedo. A essere sinceri non so neppure che nome abbia, da piccoli la chiamavamo “l’erbagra”.
Ne strappo un mazzo grande, la piego in due e addento i gambi succosi succhiandone il succo acidulo.
Lo sapevo che era lei! Ne ho mangiata un campo intero da piccolo, la usavo anche per dissetarmi dopo le lunghissime partite di pallone sotto i pini.
Sa di frutta acerba oppure di limone, non saprei.
L’addento di nuovo e la mastico forte gambi e foglie, a bocca piena.
E’ meraviglioso.
La brezza fresca continua ad accarezzarmi come le mani di una donna, da dietro le spalle. Sento le sue unghie che affondano nella schiena alla ricerca di piacere, alla ricerca di proibito.
È la stessa sensazione che mi spinse quel sabato sera nella sala da ballo, ne sono sicuro, porta con se lo stesso profumo.
Chiudo gli occhi e il pensiero mi riporta li. Entro con il mio vestito migliore e la vedo, in centro pista; ride tirando in dietro la testa e lasciando fluttuare i lunghi capelli profumati mentre le mani di un altro uomo le cingono la vita in un ballo convulso.
Ma si è lui, è quello che chiamano il Sasso. Spala la pirite subito dopo che ho fatto saltare un pezzo di galleria.
Non ci siamo mai scambiati nessuna parola; lui brillante, spiritoso, chiassoso, amico con chiunque; io l’esatto opposto. Siamo due universi distanti che per un fatidico gioco del destino si sono ritrovati sulla stessa orbita.
Ordino un quartino, mi siedo, accendo una sigaretta e li osservo.
Escono dopo un po’. Li seguo di nascosto.
Stesso identico itinerario, stesso posto, stesso profumo di erba e sesso, stessa donna, stessa luna, stesse stelle ma non stesso uomo.
La vedo nella sua nudità mentre si mostra ansimante, diritta e immobile alla presa di lui. La prende con forza, la piega sotto la forza di quelle braccia abituate alla fatica e la schiaccia col suo corpo fatto di muscoli. La luna si riflette sulle loro nudità dando alla carnagione un colore giallastro che rende il tutto surreale, simile a un film.
Un dolore lancinante sale dal basso ventre, devo andarmene al più presto.
Raccolgo la bici e mi avvio privo di pensieri verso casa di lei.
Aspetto il suo arrivo. Me ne sto fermo e rilassato come se ormai tutto fosse inevitabile, come se tutto fosse gia stato deciso migliaia di secoli prima.
Non sono io che mi muovo, è un essere che ho dentro che decide per me.
Faccio quel che devo fare e mi avvio al lavoro quando il sole sorge sui miei occhi stanchi.
È presto e sono il primo ad entrare, mi avvio nella galleria come in trance.
Piazzo la dinamite e aspetto. Anche questo è già tutto deciso.
Poi l’esplosione e mi ritrovo qua ad un passo dal vuoto.
Il silenzio assoluto intorno a me fa quasi rumore ed è come un ululato lontano che si avvicina e cresce, cresce, fino a espandersi nei miei pensieri. Ho freddo, ho tanto freddo.
“Fermo lì e non si muova” urla una voce indefinita.
“Stia calmo e si giri len-ta-men-te” sussurra. Sono stanco, mi sento bene, le do retta.
La solita voce adesso mi afferra, mi blocca, mi spinge da dietro lontano dal mio mondo. Mi sento stringere i polsi da una sensazione di ghiaccio “forza salga in macchina” dice ancora quella voce. Non posso essere io quel bambino, è impossibile, non si può tornare tanto indietro nei ricordi. Eppure ero quasi sicuro…per un attimo ho creduto…
Eppure se avessi avuto anche adesso, come allora, il coraggio di staccarmi dal mio mondo e di fare quel fatidico passo verso l’ignoto…chi sa, forse mio padre sarebbe venuto un’altra volta con il suo odore di miniera e le sue grandi mani a raccattarmi da terra…
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