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Com'eri bello figlio mio

Da Biblioteca.


Com'eri bello figlio mio
2008

“Aiuto! Mamma…Aiuto! Mamma! Mamma! Aiuto…Aiutami, mamma…”

Le aveva sentite rimbombare nella testa, mentre strofinava il pavimento di casa con un cencio vecchio e strappato. Un cencio bagnato e sporco di polvere nera, come quasi tutto lì intorno. Alessia, la minore, avrebbe fatto la sua prima Comunione domenica prossima, e quel primo martedì del mese di maggio le era apparso finalmente bello. La casa voleva che brillasse, per questo strofinava il cencio in terra. Tutto doveva essere in ordine e adatto all’occasione. La sua bimba, già l’immaginava, avrebbe indossato un vestitino bianco. Un vestito modesto, ottenuto da uno vecchio che lei aveva scovato nel cassetto del comò. Strofinava e sognava. Strofinava e pensava, il cuore finalmente disteso in un abbraccio di gioia. L’attesa era ricca di bei presagi, come solo le attese sanno essere. E lei strofinava, mentre il sudore, colando giù, le rigava le guance mescolandosi a lacrime leggere, per una volta non di paura né di preoccupazione.

“Aiuto! Mamma…Aiuto! Aiutami mamma! Aiutami…”

Di nuovo le parole nell’aria, ma questa volta più nette.

Chiare e forti, questa volta, come quello splendido mattino di sole. Un sole che entrava in casa, dappertutto, e illuminava il pavimento di mattoni ancora bagnato. S’era fermata ad ascoltare e un grido di rondini aveva attraversato la quiete di quel mattino. Un mattino faticoso, come sempre. Gianfranco pei campi, Giordano a riparar biciclette, ma soprattutto con il marito Augusto alla Cernita e Rolando, il quarto della nidiata, di prima gita al Camorra.

Le panierine, pronte dalla sera, l’aveva ispezionate un’ultima volta, prima che partissero. “Ciao mamma” aveva detto Rolando, baciandola in fronte come sempre. Era a due passi da lì, dalla casa cantoniera dove abitavano in otto, il Camorra. Chiudendo gli occhi, aveva immaginato il figlio saltellare qua e là, in mezzo ai rovi e i sassi, per raggiungere il pozzo in orario e lavare la lambretta dell’Ingegner Baseggio. “L’Ingegnere mi vuole bene” diceva sempre il suo ragazzo. “La lambretta gliela lavo volentieri per questo. E perché lui, poi, mi fa scendere un po’ dopo”. Una rarità, in quella miniera disgraziata che stava avvelenando a poco a poco la vita di quel paese. Aveva ripreso a strofinare il cencio in terra, spostandosi in cucina, dopo averlo sciacquato nella tinozza piena d’acqua grigia come le nuvole prima di un temporale.

“Aiuto! Mamma! Aiuto…Aiutami mamma…Aiutami…”

Questa volta le parole erano proprio chiare. S’era fermata di nuovo con il cuore che aveva preso a battere forte. La voce era quella! Inconfondibile. Forte, giovane e limpida, era la voce di Rolando.

“Aiuto…Mamma…Aiuto…”

Una voce che si stava perdendo nell’aria e nella sua mente. Parole che frusciavano via come un grattare nel muro.

Rolando! aveva pensato.

E di corsa era uscita, in quella strada sterrata che portava al pozzo, con il sole alto nel cielo che non riusciva a scaldarla.

Era come se lui fosse stato lì in casa - dietro di lei, inginocchiata a strofinare il pavimento - e quella voce che non veniva da nessuna parte, ma era nell’aria e nelle stanze. L’angoscia l’aveva percossa come un pugno nello stomaco, una sensazione di violenza e freddo insieme che cresceva ad ogni passo, a mano a mano che s’avvicinava al pozzo.

La gente le era apparsa all’improvviso.

Un groviglio indistinto. Uomini e donne che gesticolavano e camminavano con passo svelto, da fuggiaschi, diretti verso il Camorra. E allora la paura l’aveva aggredita, anche se oramai lo sapeva. Subito, appena udita la voce di Rolando, aveva capito che il suo bimbo era in pericolo, laggiù, al cantiere 13, in quel budello lungo buio e umido, che lui, ogni volta ne parlava, per farla stare tranquilla, si ostinava a descrivere come un corridoio bene illuminato.

Aveva preso a correre incontro a quelle persone.

Una corsa disperata, alla ricerca di parole che non sarebbero venute, una corsa col cuore che pareva volesse uscire dal seno e in testa la stessa frase che non voleva ascoltare “E’ successa una disgrazia…E’ successa una disgrazia”.

“No!” aveva urlato. E poi ancora “No! No!” finché non aveva raggiunto quegli uomini e quelle donne, che l’avevano sorretta e accompagnata fin là, dove la tragedia le era apparsa in tutta la sua atroce verità. Lo spiazzo intorno del pozzo Camorra era invaso di gente. Minatori, Carabinieri, Guardie giurate e Infermieri. Urla, imprecazioni, comandi secchi. E poi pianto di donne. Lamenti. Bestemmie di uomini. Un vociare che saliva nell’aria e di nuovo piombava giù, tornando a perdersi tra i legni del castello e la stanza dell’argano. L’avevano sorretta, non sapeva chi, e poi avevano cercato di portarla via. Ma lei aveva resistito, afferrando subito il legno del pozzo, abbracciandolo come se fosse il collo di Rolando, un collo forte, da minatore, un collo giovane, sano e bello. “Venga via Anna! Venga via!” le gridava la gente, ma lei no. “No! No!” aveva continuato a urlare finché non era uscito che un soffio.

Poi aveva visto Augusto correre verso la buca del pozzo, subito preso, afferrato e tenuto a forza da due, tre, quattro persone. “Fermo! Fermatelo!” gridavano. “Tenetelo!” gridavano. E lui che si dibatteva. Lui che ansimava e mugolava come una bestia al macello. Lui che urlava “C’è il mi’ figliolo laggiù! C’è il mi’ figliolo!” L’avevano retto a forza, strappandogli di dosso la giubba, agguantandolo per le braccia, come se fosse un delinquente pronto a fuggire e scappare lontano da lì. E lei aveva lottato contro l’impulso di staccarsi dal castello, un istinto che aveva subito domato, respinto come un brutto spettro, uno spettro peggiore che stare ad aspettare.

Aspettare.

“E’ scoppiato il gas” continuava a dire la gente. “C’è rimasta tutta la prima gita”. Si parlava di feriti, di intossicati, due dei quali gravissimi L’Ingegner Baseggio l’avevano portato all’ambulatorio aziendale e poi all’ospedale di Massa Marittima, ferito alla testa dal tetto del pozzo che gli era cascato addosso dopo lo scoppio.

Baseggio, lei aveva pensato, ma non doveva lavargli la lambretta il mio Rolando?

La folla intorno al Pozzo aveva preso ad ingrossarsi. Carabinieri e Guardie giurate tentavano di arginarla, ma invano. Gli uomini si battevano i pugni in testa e le donne si strappavano i capelli e si asciugavano le lacrime con scialli neri e a quadri. Scialli sdruciti e vecchi, raccattati coi soldi della miseria, una miseria che si vedeva, che si toccava, in mezzo alla folla stipata oramai ovunque, sui binari della ferrovia, accanto all’argano e tra le macchine in sosta e le ambulanze, gente che continuava ad accorrere calandosi giù dal poggio adiacente al cantiere, una collina dolce e verde d’erba medica. Una collina che sapeva di quiete e serenità.

Poi era suonato il campanello dell’arganista e il silenzio era esploso con un fragore assordante.

Era cominciata così, l’attesa.

Augusto, domato e sfinito, le era sbucato accanto ansimando “Torna a casa. Questo non è posto per te”. Ma lei aveva detto no, con la testa e con il corpo, avvinghiandosi ancora di più al legno del castello, decisa a non cedere un millimetro. “Aspetto Rolando” aveva biascicato a fatica e suo marito l’aveva guardata come se fosse la prima volta che la vedeva. Poi aveva capito. Gli occhi di lui la fissavano attraverso un sottile velo di lacrime. Occhi disperati, da animale braccato.

Rolando era il suo preferito, che poteva essergli accaduto laggiù in quel buco?

Sì, le era parso di indovinare i pensieri di Augusto, mentre il cuore si stava facendo freddo e sentiva aumentare la paura. La voce non l’aveva più sentita! Niente più grida d’aiuto e quel nome, mamma, prima urlato e poi sussurrato… Un suono dolce, la parola mamma, che il suo ragazzo aveva smesso di invocare e lei non se n’era neppure accorta.

E’ già morto, aveva pensato.

No! Aveva pensato poi. Iddio non può farmi questo.

“Vattene a casa” aveva continuato a dirle Augusto. “Sono scese giù due squadre e presto tireranno fuori tutti. E anche Rolando, vedrai”.

Le squadre erano uscite che il campanello aveva appena cessato di suonare.

Uomini sudati, neri di polvere e di carbone erano sgusciati via dalla gabbia. Uomini affranti, che avevano scosso le teste e mandato gli sguardi lassù, sulla collina che sapeva di quiete, evitando altri sguardi intorno. “Il gas è dappertutto” qualcuno di loro aveva detto. “Ci vogliono maschere e respiratori se no non si va avanti”.

E le grida erano ricominciate, insieme all’attesa.

Si scosse.

Questo era successo due giorni prima.

Ed ora era sempre lì, dietro alla buca del pozzo, avvinta ai pali che sostenevano il castello, stringendo forte il legno, così forte che nessuno era riuscito a smuoverla, una stretta disperata che la teneva aggrappata ad un tenue filo di speranza. Indossava ancora il vestito nero e liso di quella mattina, e una mantella, che qualcuno di casa, non ricordava più chi, le aveva portato dopo. Una mantella nera, di lana, che lei s’era ostinatamente stretta al collo, rifiutando di metterla in testa, per non...

Per non portare il lutto, aveva continuato a pensare per tutto quel tempo.

Un pensiero che tornava a martellarle in testa, ricacciato sempre e subito giù, nelle pieghe della mente, proprio come le squadre di soccorso che salivano e scendevano a intervalli diversi, insieme al legname e ad altri attrezzi che lei non conosceva. “E’ franato tutto” dicevano in giro. “Bisogna riarmare tutte le gallerie”.

Non avrebbe saputo dire quante volte la gabbia era salita e scesa quel primo giorno. A un certo punto, s’era sparsa la voce che al Raffo ne avevano tirati fuori…Chi diceva uno, chi due, chi quattro. Le voci si moltiplicavano e si rincorrevano, smentendosi l’una con l’altra. In molti erano andati al Raffo, di corsa, invocando nomi e vociando imprecazioni. Donne che lei conosceva avevano ripreso a piangere e disperarsi, certo nella paura di sapere tra quelli una persona cara. Era tutto vero: al Raffo erano scesi e due avevano un nome. “Vannini e Petri” diceva la gente. Il Petri lei lo conosceva, lo conoscevano tutti, tutti sapevano che tra un mese sarebbe andato in pensione. Ma intanto… “C’è l’ossido di carbonio” si continuava a dire in giro. E poi: “Non c’è niente da fare, ci vogliono i Vigili del fuoco coi respiratori”.

E l’angoscia in lei era salita, alimentata da quell’attesa senza fatti e senza notizie certe. La voce di Rolando non s’era più fatta sentire, chissà forse ere svenuto, oppure ferito senza alcuna possibilità di parlare.

Era stato verso mezzogiorno, di quel 4 maggio che mai più avrebbe dimenticato, che avevano tirato fuori al Camorra i primi tre. Lei non s’era neppure mossa, quando il campanello dell’arganista aveva suonato, un suono diverso questa volta che subito aveva gettato nel panico tutti. Ma lei no. Ancora aggrappata al castello del pozzo, le pareva di tenersi in contatto con il suo ragazzo, laggiù in fondo a quelle gallerie, grazie a quei pali conficcati in terra, quasi che fossero una specie di cordone ombelicale. Non si era mossa, ma da lì aveva visto e di nuovo la paura l’aveva sommersa. Non c’era segno di vita in quei tre ammassi di cenci e coperte, tirati fuori dalla gabbia e subito riposti in tre barelle e subito portati via, lontano dalla vista e al riparo delle ambulanze in sosta. Tre, quattro, cinque donne avevano urlato altrettanti nomi correndo dietro alle barelle, aiutate, sorrette da mariti, fratelli chissà…

“Anselmi” qualcuno aveva detto.

“Civilini” aveva detto qualcun altro.

Mioddio fa che Rolando sia vivo, aveva pregato lei, carezzando il legno del castello come se fosse un Rosario.

Li portavano al Garage aziendale, s’era saputo. La voce aveva preso a circolare piano piano, poco dopo che le ambulanze erano partite. Il Garage era quello di fronte al pozzo Cortese. Perché proprio laggiù? Lei aveva pensato.

Perché non li portavano a casa?

Un pensiero sciocco, che il tempo aveva demolito, insieme alle notizie e i racconti che giungevano da laggiù. Si parlava di corpi orrendamente sfigurati e identificazioni difficili. Uno l’avevano riconosciuto per un’otturazione ai denti. Gl’indumenti bruciati addosso ai corpi e fusi con la carne, qualche volta avevano aiutato a riconoscere altri. Un brandello di camicia, un pantalone. L’ultimo, ieri sera, un certo Rossi, la moglie aveva capito che era lui per come s’era legato gli scarponi.

E Rolando, come l’avrebbero trovato? Pensò.

- Anna! -

La voce la riportò in sé.

- Sì? - chiese con gli occhi socchiusi, come se si fosse svegliata allora.

- Prenda un po’ di brodo. E’ da quando sta qui che non ha ancora mangiato niente. -

Una delle donne che aiutavano, la vide attraverso la nebbia sottile che le velava la vista. Donne del Paese ed anche dintorni che s’erano subito date da fare a preparare qualcosa per chi restava lì, intorno a quel pozzo maledetto ad aspettare e morire un po’ alla volta.

- No grazie - le rispose. - Non mi va niente. -

Non aveva più toccato cibo, solo un po’ d’acqua di tanto in tanto. Il liquido scendeva giù, freddo, e le sembrava di avere di nuovo uno stomaco, allora, qualcosa pronto ad accogliere poco più che un bicchiere d’acqua. Per il resto, passando le ore, le pareva di non aver più niente dentro di sé, a parte un’anima sospesa chissà dove e alla ricerca del suo ragazzo.

- Lo troveranno, vedrete - disse ancora la donna, come se le avesse indovinato i pensieri. Ma nei suoi occhi lei non vide certezza.

Era da un pezzo che non ne vedeva più intorno a sé. Quando erano arrivati i Vigili del fuoco, il pomeriggio del primo giorno, dopo che avevano trovato i primi tre, nuove speranze erano sorte. Si poteva sfidare il gas, ora, e arrivare dappertutto, finalmente. Per un momento era parso che tutte quelle frane di cui si parlava, l’ossido di carbonio, le gallerie chiuse da cumuli e cumuli di detriti, non sarebbero stati più ostacoli insormontabili. Raggiungere quei disgraziati laggiù, ovunque si trovassero, adesso poteva essere facile. Ma era durata poco. Un tenue sollievo l’aveva precorsa come un brivido di freddo. Rolando, chissà, forse s’era mosso, s’era spostato per raggiungere una via di fuga. Altre voci, intorno a lei, dicevano le stesse cose, formulavamo gli stessi pensieri. Ma poi la notizia era giunta come l’esplosione di un temporale. “Erano in nove” aveva detto uno appena uscito dalla gabbia. “Gli altri sei li stiamo per raggiungere, ma sono morti. Galleggiano tutti nell’acqua”. Aveva teso le orecchie, di nuovo morsa dalla paura. “Dove sono?” qualcuno aveva chiesto. “Nella principale” aveva risposto l’uomo scotendo la testa.

La galleria principale, aveva pensato lei, quella bella e illuminata.

Com’era tenero Rolando nell’ostinarsi a dire che tutta la miniera era in quel modo, come la galleria principale di carreggio, che ospitava una doppia corsia di binari. Urla di gente intorno, di nuovo, più forti di prima. Le aveva udite come in lontananza.

Se è franata quella, che ne sarà delle altre gallerie? aveva pensato torcendo le mani al legno.

La sera poi era arrivata e con essa altri morti. Augusto e Gianfranco, il figlio maggiore, avevano ripreso a insistere che lei venisse via, ma lei aveva voluto parlare con Doriana, la secondogenita, quella in grado di mandare avanti la casa. Per tutta la giornata nessuno aveva buttato giù un boccone, ci sarebbe stato da preparare un po’ di cena, sistemare Carla di dodici anni e Alessia di dieci. E lei non poteva farlo, ora che Rolando si trovava laggiù, più morto che vivo, chissà.

Un improvviso movimento intorno alla buca del pozzo la scosse dai pensieri.

Un’agitazione diversa, non la solita che accompagnava l’arrivo delle squadre di soccorso, era come se in arrivo ci fossero delle novità. La gente si animò. Altri operai accorsero al pozzo. Dalla stanza dell’argano l’arganista stava dicendo qualcosa. La donna di prima tornò.

- Sembra che abbiano sentito dei colpi. Come se qualcuno battesse nelle tubazioni - disse tutto d’un fiato.

Dio fa’ che sia vero, pensò Anna sentendo aumentare i battiti del cuore.

Ma invece di alzarsi e correre a sentire, rimase ancora lì, aggrappata ai legni, in ascolto di qualcosa che potesse giungere da sotto terra. Il cuore martellava forte e un’emozione improvvisa le stava stringendo la gola. Ci voleva una buona notizia, dopo due giorni passati a tirare fuori cadaveri e in giro si parlava ormai di quarantadue morti. Oramai pareva che si fossero arresi tutti a quest’idea. S’era abituata anche al campanello dell’arganista. Aveva imparato a riconoscere quel suono. Lo stesso suono, ma più particolare. Qualcosa che non avrebbe saputo spiegare, uno scampanellio che lei riusciva a sentire diverso, e che ogni volta segnalava l’arrivo dei morti. All’inizio l’angoscia la strozzava, fino a quando la gabbia non era salita e non avevano tirato fuori quei disgraziati. Ma poi, con le ore e due giorni trascorsi lì, aveva preso a non farci più caso, come se qualcosa dentro le dicesse che la gabbia non stesse trasportando Rolando.

L’agitazione intorno al Camorra si stava facendo più forte.

Gli uomini parlavano tra loro in modo più concitato, chi correva da una parte, chi da un’altra. Dopo un po’, una nuova squadra coi respiratori si preparò a scendere insieme ad un’altra dei Vigili del fuoco. Augusto, che s’aggirava sempre in mezzo ai soccorritori, prendendo a calci sassi e parlando con chi gli capitava, arrivò trafelato.

- Hanno sentito dei rumori! - esclamò.

- Sì, sì - lei disse - speriamo. -

Mio Dio fa’ che sia vero, pensò di nuovo.

Sentiva però di essere egoista. Provare a sperare, e poi gioire, quando gli altri erano travolti dalla disperazione, era una cosa brutta, che non stava bene. Non era da Cristiani. Vide gli uomini con gli elmetti e i respiratori sparire nella gabbia e poi sentì il cigolio dei canapi mentre la gabbia scendeva. Intorno al pozzo s’era di nuovo accalcata più gente, ora. Dopo il temporale di ieri, da cui s’era riparata alla meglio stando appoggiata alla baracca dietro al castello, era tornato il sole e forse anche questo voleva dire speranza. Si fece il segno della croce, mormorò un’Ave Maria, poi lasciò che la mente tornasse di nuovo a vagare.

Diciassette anni erano trascorsi da quando erano venuti via dalla provincia di Pistoia. Ricordava solo che gli ultimi tre di una nidiata di sette figlioli erano nati qui, in questo Paese. Ricordava anche i motivi di quella fuga. Il podere, che Augusto mandava avanti a mezzadria aiutato da Gianfranco, non rendeva più come una volta. Il padrone aumentava ogni anno la quota di raccolto che teneva per sé. “Le tasse” diceva. “Le tasse aumentano sempre. E chi le paga? Le pago io, certo non voi”. Un uomo arido, attaccato al denaro come l’edera al muro. Per anni avevano mandato avanti il suo podere, lei che aiutava il marito e Gianfranco alle prese con la prima elementare. Avevano dovuto vendere due piccioni per comprargli cartella, quaderni, lapis, penna e calamaio. Ma Gianfranco non era adatto agli studi e così aveva preso il posto di lei, quando era rimasta incinta ancora una volta. Là, in mezzo ai campi di grano, il ruscello e la grande distesa di peschi e ciliegi, s’era sentita felice e utile. In casa si contentavano di poco. Il mangiare tutti i giorni, veder crescere i raccolti e la messa alla domenica, giorno in cui, una settimana sì e una no, compariva anche la carne. Aveva pianto due notti intere, quando con Augusto s’erano decisi a venire via. Ancora non lo sapeva, ma Rolando, proprio lui, quella bocca in più da sfamare, era quello che gli sgambettava nella pancia in quei giorni.

Il suo bimbo era nato in questo paese, Ribolla, pochi mesi dopo che erano arrivati, carichi di poche masserizie, tante speranze e tanti rimpianti. Ma qui non era come là. A parte qualche raro eucalipto, il verde pareva che qualcuno l’avesse cancellato dalla terra. Polvere dappertutto, una specie di nebbiolina nell’aria, color grigio scuro, che entrava nel naso, nella pelle e negli occhi facendoli bruciare. Augusto l’avevano messo al pozzo Due, ma con i polmoni che si ritrovava per le sigarette, c’era poco da sperare che ci rimanesse. Anche lei era entrata a lavorare con la Montecatini, ma come tuttofare. Poco importava che aspettasse una creatura, in quel paese immerso nel carbone non c’era posto per queste cose. Così la mandavano dappertutto, ovunque ci fosse da fare qualcosa: in cucina della mensa per gli operai, in quella degli impiegati, a far le pulizie negli uffici e nei dormitori degli scapoli. Qualche volta le era capitato di cucinare anche nella casa di qualche ingegnere, case signorili, con l’acqua corrente e mobili che non aveva mai visto. Dopo aver avuto il bimbo, però, le cose erano peggiorate. Sempre più spesso la impiegavano a raccattare i pezzi di carbone caduti giù dai vagoncini. La Cernita e la ferrovia lungo la tratta che da San Feriolo portava al pozzo Due, era lì che s’ingobbiva a giornate intere. Il carbone, nero e lucente, lo buttavano nelle ceste per riportarlo in cantiere, in quei posti che parevano l’antro dei diavolo, percorsi in su e in giù da camion, biciclette, ruspe e quelle locomotive che sbuffavano in aria un fumo nero e denso come carbone evaporato. Aveva contato due alberi in giro. Due querce intorno al pozzo Raffo, poi più niente. E la nostalgia del podere le aveva mangiato l’anima, in quei primi tempi. Poi s’era abituata. Ci si abitua a tante cose, nella vita.

Sospirò.

Intorno alla buca del pozzo la calca era più silenziosa, più attenta. Sembravano tutti in attesa di qualcosa d’imminente. Augusto pareva un cane randagio. La barba di tre giorni gli dava un’aria trasandata e scialba e lei lo guardò tirare un nuovo calcio a un sasso e ficcarsi le mani nelle tasche dei pantaloni.

Aveva retto nove anni al Due, poi la polvere di carbone aveva finito di squassargli i polmoni. Così, s’era messo in malattia, al minimo di paga e in attesa di chissà cosa.

Era appena finita la guerra e lei aveva creduto che fosse ormai alle spalle il peggio, ma s’era sbagliata. Il marito quasi senza lavoro, una colonia di figlioli giunta a sette dopo la nascita di Carla e Alessia tra il ’42 e il ’44, Gianfranco bracciante a ore con l’Ente Maremma che portava a casa neppure ventimila lire al mese, in quel mese di novembre del ’46 era morta Adriana. Gemella di Giordano, a ventidue anni se l’era portata via un’appendicite in peritonite.

Il pensiero la fece sobbalzare.

Non bastava una, Signore? pensò.

Un’infiammazione trascurata, un’appendicite che nessuno aveva riconosciuto, tanto era bastato per aggiungere un dolore senza eguali in quella casa già assalita da problemi e preoccupazioni quotidiane. La Montecatini le aveva concesso cinque giorni di riposo e basta. Di nuovo a lavoro, poi, su e giù per la ferrovia e sotto la Cernita, o in quelle cucine buie e fumose che quando usciva fuori si sentiva prosciugata di ogni energia. Per Santa Barbara, un 4 dicembre soleggiato e rigido, aveva pregato a lungo sotto il castello del pozzo Due, durante la messa, affollata come lo era solo in quel giorno consacrato ai minatori. Aveva pregato e guardato dritto negli occhi la Santa, quella statua che i minatori tenevano laggiù, all’ingresso dei pozzi. Un giorno di festa il 4 dicembre, ma non lo era stato per loro, che s’erano stretti in quella casa senza bagno nel quartiere San Feriolo, per mangiare un po’ di polenta e fagioli. Augusto aveva tenuto gli occhi bassi per tutto il tempo. “Non ti devi vergognare” gli aveva detto lei. “Se questa è la volontà di Dio, bisogna accettarla”.

La volontà di Dio, pensò ora. Quale sarà la volontà di Dio per il mio bimbo?

Da ore stava seduta poggiando su una gamba. Cambiò posizione, ma senza lasciare il legno del castello. Alto nel cielo, il sole di maggio le scaldava le ossa, calando sui campi attorno, quei campi verde smeraldo, con le spighe del grano mosse appena da un accenno di brezza. Guardò là, verso il podere, e i tempi della mezzadria le tornarono in mente. Dopo aver perso il lavoro, Augusto aveva accarezzato a lungo l’idea di lavorare lì, in quei campi che sovrastavano e fiancheggiavano il Camorra, ma la proprietà era privata e non avevano bisogno di nessuno. Una nuova delusione, che si aggiungeva a vecchie delusioni e dolori mai sopiti, in quel paese dove il tempo pareva scandito dal suono della sirena e basta.

Poi qualcosa era cambiato.

Augusto aveva ripreso il lavoro, ma non sotto terra. La Montecatini l’aveva trasferito alla Cernita, a manovrare i nastri trasportatori che tiravano su il carbone dal Due. E la famiglia poi, per il fatto di essere così numerosa, l’azienda aveva concesso che si trasferisse nella casa cantoniera dove abitavano ora, vicino al torrente Bruna. “Un padre padrone, la Montecatini” aveva commentato Augusto, allora.

In quella casa c’era il gabinetto, intanto. Poi era spaziosa, e la vicinanza al torrente faceva pensare ad un altro torrente, quello del podere nel pistoiese, dove tanti, ma tanti anni prima, quando erano fidanzati, Augusto le faceva compagnia mentre lei andava a fare il bucato. Sì, a poco a poco la famiglia s’era assestata, sul finire degli anni quaranta. Giordano a lavoro da un meccanico, Doriana che dava una mano in casa, restavano a zonzo solo Rolando e la piccola Alessia, quando tornava dall’asilo. Carla andava a scuola. Non avevano dovuto vendere due piccioni per comprarle l’occorrente, grazie al Cielo. E la bimba stava facendo cose che non avrebbero mai immaginato, né lei né Augusto.

Al pensiero di Carla associò di nuovo quello di Rolando.

Mio Dio ma che cosa stava succedendo là sotto?

Da oltre un’ora, tanto il sole s’era spostato, erano scesi i Vigili del fuoco ed altri coi respiratori e ancora niente. La gente parlava nuovamente di frane e di riarmare le gallerie. Sembrava così difficile raggiungere il cantiere 13, qualcosa di irraggiungibile. Sentì tornare la tensione.

Carla, come del resto Alessia, non sapeva niente. Alle più piccole avevano tenuto nascosto tutto, dicendo che Rolando era giù, ma per soccorrere gli altri. Erano rimaste a casa, vigilate a turno da Doriana, Giordano e Gianfranco, ma era uno strazio. Carla era attaccata al fratello in modo quasi morboso. Era stato proprio lui a insistere affinché la bimba andasse a scuola. Lui aveva rinunciato agli studi apposta. “E’ brava, non lo vedete le cose che scrive?” diceva sempre. “Io non ho voglia di andare a scuola, ho voglia di lavorare”.

Chiuse gli occhi colta da nuovo rimorso. Un rimorso che l’aveva presa subito, non appena la sciagura s’era manifestata in tutta la sua cruda verità.

Che colpe ha una mamma, nel mettere al mondo dei figli? pensò.

Poteva esserci colpa nella maternità? Dare la vita a chi non l’aveva chiesta e farlo vagare per il mondo, poteva questo essere una colpa?

Scosse la testa.

Aveva provato una gioia indescrivibile ad ogni attesa. Una gioia moltiplicatasi alla nascita. Una gioia che neppure il dolore per la perdita di Adriana aveva scalfito mai, perché donare la vita era sempre stato per lei un atto d’amore e di fede. Ma ora… Di fronte alla possibilità di perdere anche Rolando si sentiva atrocemente in colpa. Aveva capito che anche lui era speciale sin dal primo giorno che aveva sentito, nel ventre gonfio, i primi calci. Piccoli colpi che le avevano fatto compagnia, aiutandola a superare il primo impatto con questo paese, apparso subito brutto, tetro e irto di insidie. Carezzarsi la pancia, ad ogni lieve tocco del bimbo, era stato, in quei giorni, come dare l’olio a un lume. Una folata d’aria fresca. Fin da allora, sì, aveva capito che sarebbe stato un figlio speciale, e il tempo le aveva dato ragione. Rolando era bello e vivace, un bimbo buono e affettuoso che a un certo punto della sua vita aveva però manifestato l’idea scellerata di scendere in miniera. “Non se ne parla neppure” gli diceva Augusto ogni volta che entravano in argomento, ma lui…

Sospirò.

Nel cielo assolato un gruppo di rondini si rincorse e lei le guardò perdersi oltre la collina che sapeva di quiete.

Pace, pensò. Non avrò mai più pace.

Tanti figlioli e non aver mai avuto la possibilità di garantire loro un vero futuro. Era questo che aveva scatenato la colpa. La ricerca di qualcosa di migliore per i figli. Una posizione e un lavoro più decoroso, che non fosse spezzarsi la schiena nei campi o marcire sottoterra, al buio, al caldo e con la morte appresso ad ogni metro di galleria. Forse s’erano aspettati troppo da questo paese, forse più di così non avrebbero mai potuto fare. Solo Carla studiava con profitto, ma lei sapeva che anche Rolando avrebbe potuto seguirla se…

Di nuovo il rimorso l’agguantò a tradimento. Si strinse nello scialle nero, appoggiando la testa al legno del castello. Nel piazzale del Camorra regnava un silenzio profondo, denso e immobile come l’erba medica sulla collina, ora che la brezza pareva essersi calmata.

Sì, Rolando, se fosse andato a scuola, anche lui sarebbe stato bravo. Scriveva bene, era curioso e riusciva con profitto a Matematica. Non entravano però abbastanza soldi in casa, solo per questo aveva lasciato perdere.

E la colpa è stata mia, pensò Anna, che non l’ho saputo fermare. Che non l’ho aiutato.

Non aveva voluto sentire ragioni, Rolando, opponendosi perfino ad Augusto.

Giorno dopo giorno s’era messo a martellare e insistere per lavorare in miniera. “Non faccio niente tutto il tempo” diceva. “Almeno porterò a casa dei soldi”.

“La Montecatini non può assumere un’altra persona della stessa famiglia e mamma si dovrà licenziare” gli diceva suo padre, ma il ragazzo niente. “Tanto meglio” insisteva. “Mamma se ne starà a casa e al suo posto andrò io. Lavorerò a cottimo e potrò guadagnare più di lei”.

Non c’era stato verso di farlo ragionare, così, un giorno, s’era licenziata per far posto al figliolo. Quel ragazzone bello e robusto che ora si trovava laggiù, chissà dove, e forse aveva bisogno di lei, ma non poteva dirlo. Non poteva…

Chissà perché non chiede più aiuto, pensò.

Poi ricordò che dal primo giorno non lo sentiva più. Forse s’era spostato in qualche galleria e aspettava solo i soccorsi. Forse era uno di quelli che battevano nei tubi. Chissà…

Non aveva sentito storie: né Partiti, né Sindacati e neppure il Prete. “Non avrò bisogno di nessuno” aveva detto. “Lavorerò con impegno e la Montecatini di me se ne accorgerà, vedrete”. Tre mesi in officina, all’aperto, poi l’aveva mandato subito al Camorra, la Montecatini, un pozzo che si diceva in giro fosse una destinazione punitiva. Ma perché proprio lui? Per punirlo di cosa? Un ragazzo di quindici anni. Tanti ne aveva il suo primo giorno da manovale, quando era uscito di casa con la panierina in mano e l’aveva baciata sulla fronte e gli occhi gli brillavano come se avesse la febbre. Sentiva salire le lacrime, ma non le riuscì di piangere.

Preparargli la panierina era stato ogni volta un atto d’amore. Una specie di rito che lei faceva con cura, attenta che non mancasse nulla e tutto fosse in ordine. Ma niente serviva a scacciare quel senso di colpa, sottile e viscido, che non l’aveva mai abbandonata da quando Rolando aveva preso il suo posto in miniera. Un tormento che le faceva compagnia, insieme alla paura, per l’intera durata del turno. Un supplizio che finiva non appena il suo ragazzo tornava a casa, sudicio in viso, stanco morto, ma contento come un giorno di festa.

Ogni ritorno era una festa, pensò.

Poi pensò: Come ritornerà questa volta?

Dal primo giorno non avevano tirato fuori che morti. Poco a poco, gente che lei conosceva era sparita dal piazzale. Uomini e donne che aveva visto disperarsi se n’erano andati verso quel garage, e poi al Cinema Teatro della Montecatini trasformato in camera ardente. S’era fatta forza di non ascoltare le voci, ma le voci erano dappertutto lì attorno. La gente parlava, commentava. Era impossibile non sentire le notizie che parlavano di venticinque bare allineate nella sala del Cinema Teatro. Venticinque minatori. Venticinque vite spezzate, povere famiglie.

Dio fa’ che Rolando sia vivo, pensò.

Ma non aveva senso chiedere. Era solo un atto di puro egoismo. E se il Signore avesse disposto in maniera diversa?

Sia fatta la volontà di Dio.

Era facile dirlo quando in ballo c’erano cose più semplici. Ma la vita di un figlio…

Un figlio speciale, di cui conosceva tutto, che capiva al primo sguardo. Un ragazzo che la vita aveva trasformato in uomo troppo presto, e a cui troppo presto ora gli veniva chiesta la vita. Avrebbe pianto, per sfogare quella cappa di piombo che le pesava sul cuore, ma ancora una volta non le riuscì.

Vide Augusto staccarsi dalla bocca del pozzo, farsi largo tra la gente e venirle incontro. Aveva lo sguardo perso nel vuoto. Gli occhi infossati parevano prossimi al pianto e guardandolo meglio si accorse di un tremore che gli muoveva le mani. Lui si avvicinò a passi lenti, barcollando.

- Prepariamoci al peggio, Anna - disse quando le fu vicino.

- Cosa? - disse lei.

Lui scosse la testa.

- Che succede, dimmelo! -

Con una mano s’era staccata dal legno del castello e aveva afferrato il marito per la manica.

- Che succede?! - insisté.

- I tubi - disse lui.

- I tubi? Che tubi? -

Augusto scosse il capo.

- I colpi nei tubi - borbottò. - Non era vero niente. Nessuno batteva nei tubi. Erano frane, tante frane. Una dietro l’altra. Questa maledetta miniera frana dappertutto. -

- E allora… -

- E allora… - Augusto allargò le braccia poi scoppiò a piangere.

Singhiozzi convulsi, trattenuti, forse per pudore o chissà. Singhiozzi che gli squassavano il corpo e le spalle, quelle spalle un po’ curve e provate da anni di miniera e sigarette. Anna lo accarezzò piano.

Devo fare forza a tutti, pensò. E a me? A me chi mi darà la forza?

Il campanello dell’arganista suonò. Un lungo lamento, stridulo e sinistro, che percosse l’aria intorno al pozzo. Era quel suono, ma lei non si mosse. Tenne il marito per un braccio, mentre la gente rumoreggiava giàIl campanello dell’arganista suono’. Un lungo lamento, stridulo e sinistro, che percorse l’aria intorno al pozzo. Era quel suono, ma lei non si mosse. Tenne invece suo marito per un braccio, mentre la gente vociava già, accostandosi alla buca, subito respinta dai Carabinieri e le Guardie giurate. Poi si fece silenzio e il ronzio dei canapi si udì accompagnare la gabbia che saliva, finché questa non si arrestò con un cigolare sguaiato e rugginoso.

Arrivarono quattro barelle. In camice bianco, gl’infermieri s’accostarono alla buca facendosi largo nell’ondeggiare della gente. Di nuovo grida, pianti, imprecazioni squarciarono l’aria e si persero nel cielo chiaro. E la scena fu la stessa. Già vista oramai per troppe volte. Li portarono via di corsa, avvolti in vecchi coltroni o coperte militari o semplici coperte di lana, per nascondere l’orrore alla vista.

Anna si fece il segno della Croce.

Il ronzio dell’argano e il frusciare dei canapi per un po’ furono gli unici rumori. Le portiere delle ambulanze infine sbatterono e le auto partirono, ma senza suonare la sirena. C’era un che di ineluttabile nell’aria, come una muta resa, un’accettazione ormai totale della tragedia. Intorno al pozzo si muovevano tutti, ma senza più l’agitazione convulsa delle prime ore e dei primi giorni. Vide Gianfranco aggirarsi tra la gente. Muoveva le labbra come se stesse parlando da solo. Passo dopo passo, Giordano lo seguiva con gli occhi sbarrati, come un cane randagio che segua un nuovo padrone appena trovato. Li amava tutti, naturalmente. Amava tutta la sua ciurma, di un amore infinito, un amore che si nutriva di ricordi e immagini sparse qua e là, tra il carbone di questo Paese e il verde del podere in provincia di Pistoia. Di fronte a…

Oddio fa’ che non sia così, si raccomandò. Ma il pensiero tornò.

Di fronte a questa tragedia le si sarebbero stretti tutti intorno, lei lo sapeva. Così era stato per Adriana e così sarebbe stato per Rolando. Ma un figlio o una figlia non si sostituiscono con niente. Adriana era andata per sempre e anche Rolando oramai…

No! Niente e nessuno, neppure un esercito di altri figlioli avrebbe potuto mai rimpiazzare un figlio morto. Come le mancava Adriana le sarebbe mancato anche Rolando. Non ci sarebbero più stati ritorni. Mai più gli avrebbe fatto trovare la tinozza con l’acqua calda pronta. Mai più gli avrebbe preparato la panierina e gli scarponi. Suo figlio non le avrebbe mai portato una nuora, una ragazza seria e perbene, una ragazza bella, così come era bello lui.

E il dolce brivido del suo bacio sulla fronte? pensò.

Mai più.

Le mani le dolevano, ma continuò a tenersi al legno del castello.

Con quelle mani aveva confezionato a Rolando un paio di calze di lana. Lana nera e marrone, alcuni rimasugli scovati chissà dove, quando aveva trovato il vestito da arrangiare per Alessia e la sua Prima Comunione.

Chissà se ci saranno le Comunioni, pensò.

Si parlava di funerali, oramai. Funerali solenni, da sbrigare al più presto perché quei poveri corpi, lassù nella sala del Cinema Teatro, correva voce non potessero più resisterci. Gonfi di grisou, alcuni avevano fatto saltare il legno delle bare ed era toccato rifarle nuove o inchiodarle da capo.

Oddio, come sarà Rolando? pensò.

Un alito di vento si alzò leggero. Percorse lo spiazzo, muovendo i baveri delle camice agli uomini e gli scialli alle donne, per poi spingersi lassù, sulla collina verde d’erba medica, e un po’ la spettinò come una carezza a lungo insistita.

Anna guardò la collina.

Chissà come sarebbe stato se fossero rimasti in quel podere nel pistoiese, e tutti avessero trovato da lavorare nei campi. Chissà come sarebbe stato se Rolando avesse continuato ad andare a scuola, così come faceva Carla, con lo stesso profitto e lo stesso impegno e amore di lei.

Chissà cosa sarebbe stato se l’Ingegner Baseggio fosse giunto in orario, due giorni fa, quel 4 maggio assassino, e avesse così permesso a Rolando di lavargli la lambretta come sempre. Il suo ragazzo sarebbe sceso un po’ dopo gli altri e forse…

Scosse il capo.

Sentiva crescere dentro di sé la disperazione, ma una disperazione definitiva che era come precipitare in un pozzo senza fine, un pozzo buio e umido, profondo più dell’attesa di quei giorni fatti di speranza e terrore, e poi nuova speranza e nuovo terrore. Un’altalena di emozioni che l’aveva spossata e privata di ogni energia, lasciandole solo la forza di restare lì, ai bordi di quella buca, aggrappata ai legni del castello come un Cristo in croce.

Augusto, intanto, s’era seduto su un sasso e i due figlioli gli giravano intorno, gettando lunghi sguardi verso la gente assiepata intorno al Camorra.

Chi glielo avrebbe detto a Carla e Alessia? Certo non loro, che gli si sarebbe letta la disgrazia in faccia anche se fosse stato buio pesto. Una famiglia unita. Fratelli e sorelle che si volevano bene, senza gelosie né musi lunghi, ed ecco il destino che se li portava via, ad uno ad uno. Come se non fossero bastate miseria, rinunce e privazioni.

Torse le mani intorno al legno e una scheggia le entrò nella mano facendola sanguinare. Ecco, avrebbe dato anche il suo sangue per essere laggiù, al posto di Rolando. Avrebbe ceduto la propria vita in cambio di quella del suo ragazzo, se solo fosse stato possibile. Se soltanto Dio glielo avesse chiesto. Ma dov’era Dio? Possibile che volesse da lei, da Augusto e tutti gli altri figlioli questo nuovo sacrificio?

Il campanello dell’arganista suonò.

Sembrò che la gente avesse trattenuto il respiro e per un momento nessun rumore disturbò quel silenzio, profondo e irreale, che scese su tutto.

Era quel suono.

Anna si alzò, e per la prima volta dalla mattina del quattro maggio staccò le mani dai legni del castello. Poi, a passi lenti e barcollando, cominciò ad avvicinarsi al pozzo. Era lui, lo sentiva. Rolando era lì, nella gabbia che stava salendo, tirata dai canapi che scricchiolavano nell’aria, quella gabbia arrugginita dal tempo che si sentiva sbattere lungo le pareti a mano a mano che saliva dall’inferno.

Il marito e i due figlioli le si fecero accanto, ma lei rifiutò di essere aiutata. I piedi le dolevano, le ossa e la schiena le dolevano, ma erano niente rispetto all’anima. La gente intorno al castello si allargò, le fece spazio, e per un momento lo scalpiccio si unì al rumore dei canapi.

Sì, il suo bimbo stava arrivando. Aveva sentito battere i suoi piedini dentro di sé. Lo stesso scalpicciare un po’ frenetico che le aveva fatto compagnia quando erano arrivati qui, in questo paese. Un tocco inconfondibile, che avrebbe potuto riconoscere tra mille altri. Si toccò la pancia, ma poi, subito, si strinse nello scialle, colta da un tremito improvviso. Il suo bimbo aveva ora diciassette anni, cosa poteva aver sentito nel grembo? Due infermieri cercarono di trattenerla, ma si arresero subito, frenati forse da quella voce che tagliò l’aria come una lama.

- No! -

Una voce senza tono, come se nessuna emozione la comandasse, ma fosse lei, con quel suono netto e tagliente, a comandare ogni emozione.

Quando il corpo, avvolto in due coperte militari, spuntò dal pozzo e fu adagiato nella barella, niente era visibile sotto quei cenci. Ma lei si avvicinò. E prima che qualcuno la fermasse, scostò la coperta e scoprì un piede, e nello scarpone bruciacchiato un calzino di lana le apparve. Un calzino a strisce marroni e nere, ma un nero che non era polvere di carbone. Un nero che era la lana che lei conosceva bene, lana scovata tra i rimasugli chissà dove, quando aveva cercato qualcosa per il vestito di Alessia.

- Anna! -

- Mamma! -

Voci di uomini, voci di donne. Lamenti. Il marito e i due figli si fecero largo tra la folla, mentre la barella, portata via a forza dagli infermieri, s’allontanava verso l’ambulanza. Una delle tante, in sosta e coi motori accesi, pronta a partire verso…

Dove lo portano? pensò come in un sogno.

Poi rammentò il garage aziendale, davanti al pozzo Cortese, era lì che li portavano per farli riconoscere. Doveva andare lì per vedere il suo ragazzo. Doveva andare lì per parlargli, per… Prese a correre su per la collina, quella collina verde d’erba medica che sembrò spalancarsi davanti a lei, e corse e toccò l’erba e le foglie, nel cuore un tumulto che era tempesta, un battito furioso che pareva lasciarla senza fiato ad ogni passo. Non aveva visto alcun movimento sotto quel mucchio di stracci, nessun segno di vita. Solo quei calzini che aveva riconosciuto senza ombra di dubbio.

Continuò a correre, inciampando tra l’erba e i cespugli di rovi, graffiandosi, impigliando il vestito, quel vestito nero e sporco e oramai strappato e sbrindellato da tre giorni d’incuria e da quei rovi che parevano spuntare ovunque.

L’ambulanza era partita subito, senza indugio. Poteva darsi che il suo ragazzo fosse ferito e l’ambulanza fosse sfrecciata via per raggiungere in tempo l’ospedale più vicino. In tempo per salvarlo. Mio Dio, pregò, fa’ che non sia morto.

Una preghiera che le infuse nuova speranza, ma una speranza che era come un lumicino. Una piccola lampada ad acetilene che s’allontanava nel buio cupo e denso di una galleria. Una fiammella tenue e fioca, sbattuta qua e là da folate d’aria e sempre sul punto di spegnersi, agonizzante e tremula.

Spoggettò e raggiunse il pozzo Raffo.

Altre persone la videro e le si fecero incontro. Carabinieri, gente qualunque, minatori con gli elmetti in testa, tutti provarono a fermarla, ma lei corse, senza guardare, senza vedere, come se correndo, ad ogni passo potesse infondere un istante di vita al suo ragazzo. Corse a perdifiato, mentre il cuore pareva scoppiarle dentro, senza sentire più niente, né le gambe, né le braccia e neppure il suo stesso respiro che rantolava dentro di lei come l’angoscia, quell’angoscia dura e pesante e ostinata a non trasformarsi in pianto. Superò correndo la Cernita e il pozzo Due, quei posti che aveva lungamente calpestato, alla ricerca di pezzi di carbone caduti dai decauville in corsa. Il sole splendeva alto nel cielo proiettando l’ombra di due eucalipti sulla strada polverosa, e su quella strada, poco più avanti scorse il garage aziendale. Davanti, camionette dei Carabinieri, ambulanze in sosta, la gente che entrava e usciva, chi con le mani tra i capelli, chi coprendosi il volto. Quando giunse sulla soglia era esausta. Le gambe le cedettero e due uomini la tennero. Li guardò senza vederli, ma non le parvero né Augusto né alcuno dei due figli.

- Venga signora - le disse un infermiere.

Il camice bianco era sporco di sangue in più parti, e l’uomo indossava guanti di gomma. La fece entrare e con delicatezza l’accompagnò, passo dopo passo, finché non giunsero in un angolo della stanza. Altri uomini, in giacca e cravatta, le si fecero intorno.

- Da questa parte - disse uno di loro.

Sussurravano tutti, in quello stanzone dove pianti e lamenti squarciavano l’aria, e tuttavia quei sussurri si udivano. Anna sentì le gambe farsi di nuovo molli, e di nuovo altre persone la tennero, con delicatezza e rispetto.

Il mucchietto di coperte militari le si parò davanti all’improvviso e lei si fermò incapace di muoversi. Le mani sul volto, sentiva di soffocare, le mancava il respiro, mentre il cuore che pareva impazzito era sul punto di salirle in gola. Guardò gli uomini, guardò in terra, poi ancora gli uomini.

- Si faccia forza signora - disse uno di questi. - Dovrà dirci se lo riconosce. -

E indicò le coperte, sotto le quali, ora lei lo vide, spuntava lo scarpone bruciacchiato e la calza di lana nera e marrone. Per un lungo istante non sentì più i battiti del cuore. Non un movimento sotto quel mucchio di stracci, niente che potesse indicare segni di vita. Lentamente si abbassò e altrettanto lentamente, la mano scossa da un tremito convulso, tirò via un pezzo di coperta. E il viso le apparve.

Era Rolando.

I capelli castani erano arruffati e rappresi di sangue e sudore. Il volto annerito mostrava una ferita sullo zigomo, le palpebre erano chiuse, le ciglia bruciate e lei ebbe voglia di aprirle per vedere ancora il verde di quegli occhi, quel verde che tanto somigliava a un prato erboso. La bocca era nera e screpolata, ma composta, come se il suo ragazzo avesse affrontato il suo destino senza soffrire. Per un momento si attaccò a questa speranza, che fosse morto senza soffrire.

E fu allora che seppe dentro di sé, con certezza assoluta, che Rolando era morto. E saperlo la travolse, annullando angoscia e tensione, e quel peso che le aveva stretto il petto e la gola in quei giorni. Stranamente si sentì serena, ma sapeva che ora sarebbe arrivato il dolore. Un dolore senza eguali, che sarebbe salito di minuto in minuto e poi di giorno in giorno finché la morte, una morte liberatoria, non avesse preso anche lei.

Sentì gridare dietro di sé. Sentì imprecare.

- Rolando! Rolando! -

- Maledetti bastardi! -

- Zitto babbo! Zitto! -

- Hanno ammazzato il mi’ figliolo! Me l’hanno ammazzato! -

- Rolando! Oddio! Rolando! -

Augusto e i miei figlioli, pensò.

Non c’era verso di tenerli. Si dibattevano, si facevano largo, sgomitavano, scalciavano in preda a chissà quale furia. Vide i Carabinieri accorrere, vide due infermieri tenere Augusto per le braccia e poi i Carabinieri portare via Giordano e Gianfranco, portarli fuori da lì, che si calmassero.

E lei rimase sola, sopra il corpo del suo ragazzo, ed ebbe voglia di abbracciarlo, baciarlo, carezzarlo.

- E’ lui. E’ il mi’ figliolo - disse rivolta ad un infermiere. - E’ Rolando. -

- Venga fuori, signora, starà meglio - rispose l’infermiere.

Ma lei scosse il capo.

Sarebbe rimasta lì tutta la vita se fosse stato possibile. Ma c’era da sistemarlo, lavarlo, mettergli un vestito decente addosso.

E poi chiuderlo in una bara e portarlo lassù, pensò, al Cinema Teatro Montecatini.

Poco a poco sentì che le lacrime arrivavano, che finalmente quel pianto a lungo trattenuto sarebbe esploso dentro fino a uscire fuori e sfogare tutta la rabbia e il dolore repressi fin lì.

Si chinò di nuovo sul corpo del figlio. Voleva fargli un ultima carezza. Una carezza, come quando, se tornava arrabbiato da lavoro, proprio con una carezza lei riusciva a calmarlo, a farlo di nuovo star bene.

Allungò la mano e gliela appoggiò su una guancia.

Un pezzo di carne si attaccò alla sua mano e venne via, lasciando scoperto lo zigomo, scavando una fossa in quel viso che era stato bello. Anna sentì crescere l’orrore dentro di sé e una profonda pietà. Stando attenta, facendo piano, poco a poco rimise il pezzo di guancia al suo posto, con una tenerezza infinita.

E finalmente il pianto venne.

Cominciò lentamente, quasi in sordina, per crescere e poi dilatarsi in quello stanzone che rimbombava di altri pianti e grida. Finché di pianto non rimase che il suo. E quelle parole, che erano una litania senza fine. Parole che salirono in alto, nel garage aziendale, come un ultimo disperato atto d’amore.

- Com’eri bello figlio mio…Com’eri bello figlio mio…Com’eri bello figlio mio…-


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