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Davvero un curioso paese

Da Biblioteca.


Davvero un curioso paese
2008

Per tutto il paese il giorno dell’intervista iniziò presto e finì quasi di notte. Era stato il sindaco a decidere. Certo, era anche merito del comitato promotore. Ma il sindaco lo ripeteva a ogni consiglio comunale, pure quando non era all’ordine del giorno. Si deve fare. Si deve fare.

E dunque era stata trovata la somma necessaria, la casa editrice giusta, gli scrittori, e il progetto era andato in porto.

Un libro sulle miniere, pensa un po’. Diceva tutto il paese con orgoglio.

Ci volevano i testimoni. I minatori rimasti.

Diogene non ci aveva dormito. Sarebbe stato il primo, a essere intervistato. Lo sapeva ormai da due mesi, e per cinquantotto giorni aveva fatto finta di non ricordarlo.

Ma dalla sera prima aveva notato un cambiamento. Le sue mani secche, asciugate da anni di miniera e calce, parevano più elastiche. E neanche sentiva i soliti dolori.

Quella notte lì, poi, non aveva dato neanche un colpo di tosse.


“Diogene, sembrate un giovanotto” gli aveva detto il barbiere quando alle otto lo aveva trovato davanti alla serranda del negozio, tre passi avanti e tre indietro, ad aspettarlo come una sentinella. Giusto un po’ traballante.

“Oggi c’è l’intervista” aveva detto l’ottuagenario con voce piatta. Nessuna emozione.

Lui era un minatore, che si credeva quel ragazzo lì?


“Allora, Diogene, come li volete i capelli?” aveva buttato là il barbiere. Ma lui si era stretto un po’ nelle spalle e aveva guardato oltre lo specchio. Mattonelle lucide e rosse.

Invece oltre lo specchio appeso nella minuscola stanza che faceva da bagno in casa sua nel 1938 c’era uno spicchio di muro ammuffito e basta. Se lo ricordava bene, il 1938. Aveva ventinove anni e già quindici di miniera. Come ogni giorno, anche quella mattina su quello specchio aveva appoggiato la faccia, e a lume di candela si era fatto la barba. E quel giorno lei se n’era andata.

“Ma che ti radi per venire quaggiù?” lo prendevano in giro gli altri.

“Tanto sarai nero comunque, alla fine del turno. E nessuno se ne accorgerà” lo canzonavano i compagni mentre scendevano di sotto.

Mai aveva iniziato il turno con la barba lunga. Tutti si chiedevano il perché.

Forse aveva cominciato quando era manovale, dicevano. Nessuno se lo ricordava, quando aveva iniziato. Ma tutti dicevano di sapere il perché. Voleva fare bella figura con i sorveglianti e l’aspetto era comunque importante. Era ambizioso, dicevano. E da manovale voleva diventare alla svelta minatore.

Infatti era diventato minatore molto velocemente. Ma aveva continuato comunque a radersi ogni mattina.

Ma no, ma no. L’Evelina aveva detto alla Maria che era per via di quella. L’Ivonne. Quella che ci era andata a passeggiare e qualcuno diceva che lui l’avesse pure presa per mano. Voleva farsi vedere bello anche se le passava sotto la finestra di notte e lei non lo poteva sapere. Invece qualche volta si affacciava, dicevano. E gli tirava un bacio. Fino a che non si era trasferita al paese vicino e non si erano più potuti vedere, perché lui doveva stare in miniera ed era troppo stanco anche per fare quei pochi chilometri. Si era rassegnato alla svelta. Era un uomo pratico, come tutti i minatori.

Così lei se l’era presa il maresciallo dei Carabinieri e l’aveva portata via davvero, in Sardegna.

Ma lui aveva continuato a farsi la barba. Tutti i santi giorni.

I bambini, loro lo sapevano il motivo. Era per via dei pipistrelli. Diogene ne aveva una paura terribile. E lo sanno tutti che i pipistrelli delle miniere si attaccano alla barba. Si vede che lui non vuole rischiare, dicevano i bambini saltando la corda.

Invece lui non aveva mai visto un pipistrello in vita sua. Andavano troppo veloci, sfrecciavano via mentre stava chino a raccogliere la marna.

E mica si può avere paura di una cosa che non si conosce.

Non era neanche questo, il motivo.

Il segretario della sezione fu convinto di aver scoperto il mistero, subito dopo la guerra. E organizzando al meglio il lavoro della nuova sede del PCI, nel 1947, durante una riunione di cellula lo aveva portato a esempio di dignità lavorativa e rispetto sociale.

“Il compagno Diogene…” aveva detto tra i denti rispettando le pause tra una parola e l’altra “ si fa la barba ogni mattina…perché è comunista”

E la rivelazione aveva strappato un applauso dei compagni convenuti, che però avevano trovato oltremodo scomodo votare una mozione che approvasse l’abitudine del collega minatore, e la estendesse a tutti i tesserati. Che anche dieci minuti in più di sonno facevano comodo, eccome. Preferivano tenersi la barba lunga.

Perciò la spiegazione rimase un segreto che la locale sezione difese negli anni, finchè nessuno se lo ricordò più.

Ma Diogene, che pure era comunista, non aveva mai preso la tessera e di certo non si radeva per motivi politici.

No, non era per questo.

Il barbiere cominciò a usare le forbici. Aveva ancora molti capelli, per un uomo della sua età.

Il vecchio minatore guardando lo strumento affilato si ricordò che anche l’Onorevole nel 1935 aveva usato le forbici, per tagliare il nastro della nuova cava.

Erano scrosciati applausi e buone intenzioni fasciste.

“Il cemento che ricaverete da questa marna” aveva detto gonfiandosi e sollevandosi un po’ sulle punte dei piedi “costruirà l’avvenire dell’italo suolo, più resistente e moderno che mai!” Il gerarca aveva concluso il discorso guardandosi gli stivali impolverati e la camicia era sembrata a tutti meno nera, dopo che aveva passato qualche ora in paese e aveva assistito all’esplosione a cielo aperto di una carica dimostrativa.

E quando se n’era andato era ormai quasi tutto grigio, dalla testa ai piedi. Diogene tornò a concentrarsi sulla propria immagine. Provò a pensare a tutto quello che era stato fatto con il suo lavoro. Era quello, il gioco che faceva “di sotto”.

Cominciava a pensare alla marna, alla sua cottura, allo sbriciolamento, alla polvere che finiva nei sacchi, ai sacchi che terminavano la loro vita nei cantieri edili.

E poi ponti, case, scuole, ospedali. L’Italia l’aveva ricostruita lui, praticamente. A questo pensava tutto il giorno. E il giorno volava.

Il barbiere si fermò un attimo credendo di avergli fatto male. Una ruga in mezzo alla fronte gli aveva infatti indurito l’espressione. Adesso con quel cemento ci volevano fare i piloni della strada che avrebbe spaccato in due il paese. Perché la gente doveva andare più veloce. E lui allora cosa aveva lavorato a fare?

Questo, avrebbe detto all’intervistatore.

No, non lo avrebbe detto mica. Diogene con le parole era bravo, come no. Ma era timido, e gli restavano in testa.

“Vorranno sapere qualcosa di speciale” strizzò l’occhio il ragazzo “ fatti di miniera. Aneddoti. Magari qualcosa di personale, eh, Diogene?”

Il vecchio si strinse nelle spalle. Ma che voleva, quello lì? Doveva essere sempre la stessa vecchia storia. Magari l’aveva saputa dal suo povero padre, quella diceria lì della barba tagliata prima di scendere in miniera.

Neanche a sua moglie lo aveva mai detto. E lei non lo aveva mai chiesto.

Era morta credendo si trattasse di un fioretto. Un ex voto per la scampata disgrazia avvenuta quando lei ancora non lo frequentava. Quando era crollata una parte della galleria e lo avevano tirato fuori ancora vivo.

Non poteva sapere che lo avevano tirato fuori perfettamente sbarbato.

Grazie mio Dio, che sono ancora vivo per poter raccontare della miniera pensò guardando di nuovo lo specchio. Fece una smorfia. Macchè Dio. Non sono comunista?

Sono vivo perché non era venuta ancora la mia ora. Ecco tutto.

“Verrà una donna a intervistarvi, lo sapete, vero?”

Lui riflettè che di donne non ne vedeva da un pezzo. Potevano essere quelle che un tempo vivevano in certi piccoli calendari, che adesso i barbieri avevano scordato. Per esempio.

O le madri. Quelle che vegliavano fino al ritorno del turno di notte, e che a notte preparavano la frittata e il vino dentro alla zucca vuota, per il turno di giorno.

O magari le mogli. Qualche moglie.

Poi c’era Ivonne. E c’era la promessa.

A questo però cercò di non pensare e tornò a guardarsi, perdendo i contorni del proprio volto.

“Ho quasi finito, mi raccomando, non vi addormentate” scherzò il barbiere vedendolo così assorto.

Diogene gli indicò con l’indice magro le guance scavate.

“Fammi anche la barba, già che ci sei”

Il ragazzo pensò che era inutile discutere. Non c’era nessuna barba da radere, e magari Diogene se l’era già fatta da solo a casa, ma se era fissato da giovane figuriamoci da vecchio. Non lo voleva mica far innervosire.

Ci teneva anche lui che l’intervista venisse bene e che il libro sulle miniere diventasse una specie di capolavoro, con le foto di suo nonno e suo padre in tuta e con la lampada ad acetilene in mano. Immaginava una copia da tenere lì, vicino allo specchio, per mostrarla a qualche improbabile forestiero.

“Noi qui eravamo i primi produttori di calce del mondo” avrebbe esagerato.

Perciò il ragazzo intinse il pennello nella scatola, schiumò e cominciò a insaponare.

Diogene si distese.


“Non scendere mai in miniera con la barba lunga” gli aveva detto lei la prima volta che lo aveva accarezzato in volto “promettimelo”

Non le aveva neanche chiesto il perché. Si erano capiti con uno sguardo.

Non le avrebbe dato la pena di sapere che a farla ci avrebbe pensato qualche altra mano, se fosse morto lavorando. Ecco perché stava pronto.


Si rilassò.

Il barbiere aveva finito.

La signora lo stava aspettando a casa per l’intervista.

Poteva scendere in miniera per un’ultima volta.

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Questo racconto partecipa al
Premio Letterario Santa Barbara 2008
"Cuore di Terra"
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