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Dunque sarò io a parlarti

Da Biblioteca.


Dunque sarò io a parlarti
2008

Da quanto tempo qui aspetto? Da un giorno, da un’ora?

O forse anche da più?

Il viaggio è stato rapido, strano, quasi un sogno che non ricordo più, un confuso andare a me estraneo eppure mio.

Un vortice di vento e poi questa chiarità, questa lucida coscienza di un arrivo e di un incontro previsto, ineluttabile, a me dovuto. A me dovuto per sapere.

E ancora attendo e nell’attesa, che mi pare lunga, penosa, l’incertezza si fa inquietudine per quest’inerte sospensione. Tu, tu che devi parlare con me so che mi ascolti, ma non so dove trovarti. Passa questo tempo che non riesco più a misurare, che mi sfugge, ma certamente è tanto e il tuo silenzio mi pesa sempre più. Dunque sarò io a parlarti con chiarezza e dirti tutto di me. O forse è questo che vuoi, che ti aspetti?

Allora ascolta e guarda le immagini vive che porto in me, leggile nei miei occhi increduli ancora. E dimmi: dov’eri tu in quell’ora, dove volgevi il tuo sguardo, che padre non mi sembri nel tuo remoto silenzio.

Non hai sentito il boato, le grida, i richiami dal cuore della terra che hai creato? Se non hai sentito, se non hai visto, occupato in qualche tuo gioco di creazione, ora guarda con le mie parole e dimmi se quanto è accaduto è accettabile.

Guarda la mia vita che non chiedeva poi tanto.

Mi pareva di avere già abbastanza: una moglie,due figlie, un lavoro, duro e pericoloso, ma garante del necessario.

Guarda i momenti belli della mia giornata.

Nella è sempre là, sul fazzoletto d’orto davanti alla nostra casa di tre stanze, ad aspettarmi alla fine del turno di giorno, con un bicchiere di limonata fresca, nell’estate, preparata con le cartine. Anche quando arrivano le brutte giornate, nel freddo, m’aspetta e al posto della limonata c’è il vino caldo. Il suo sorriso fa luce come la lampada che porto sul casco, e m’entra dentro, un caldo buono che scioglie la fatica.

Mi piace guardarla dall’angolo della strada, piccola come una statuina fra l’insalata e le piantine di pomodoro; mi vede subito e sventola la mano, una bandiera di gioia nella luce.

“Entra in casa, Nella, che ti prende un malanno!”

“Mai e poi mai!” - ribatte decisa mentre m’avvicino - “sono coperta bene non c’è pericolo che m’ammali” - e sorride.

E’ vero, non s’è mai ammalata, Nella, anche se così minuta che sembra una delle sue figlie, la più grande che ha tredici anni; è forte, lavora in casa, stira cuce e rammenda.

Ma sorride sempre e se non scendo, quando è festa, canta e anche canta, ma piano, a bassa voce, quando dopo la gita mi riposo e sto in dormiveglia con la testa appoggiata sul tavolo di cucina.

Canta sommessamente, spesso canti di chiesa perché lei è molto credente e accende sempre un lumino sotto l’immagine di Santa Barbara.

“Canto piano, così ti riposi meglio” – mi dice – e sento sui capelli la sua mano leggera che mi rimescola il sangue. Ma io so che, cantando così, prega e ringrazia il cielo e Santa Barbara per avermi fatto tornare.

“Via, Gino, è tempo d’andare a dormire a letto, non qui sul duro” – mi suona la sua voce all’orecchio. Mi sono addormentato davvero, come un bambino, cullato dal suo canto.

Ora qui, nel nostro letto di ferro, le prendo la mano come un tesoro. Nella stanza accanto, piccola e semplice come la nostra, riposano serene le nostre figliole.

Sono stanco e felice, non desidero altro che questo amore.

Tre grandi luci illuminano la mia vita e mi seguono nelle viscere della terra, nell’oscurità fuligginosa dei cunicoli, nella polvere che m’acceca insieme al sudore che cola sugli occhi.

Viviamo dimenticando il sole; ogni giorno m’aspetta questo dedalo di gallerie dove scendo portandomi dentro la nostalgia del colore del cielo e quella delle gonne a onda delle mie donne.

Tu che stai in tanta luce guarda questo buio impietrato, le nostre schiene sulla pale, accanto ai mucchi di pietrame brillato, la paura tamponata dall’abitudine e dalla necessità.

Nero, polvere, pietre e ancora pietre nero e polvere.

“Mi pare di stare già all’inferno” – borbotta accanto a me Salvatore, detto Candela, un ragazzo lungo lungo e secco come un chiodo, che ancora non si è abituato alla miniera, soprattutto quando deve avanzare carponi in una galleria rinterzata, ridotta a un budello scuro.

“Scordati il campo della tua Calabria e risparmia il fiato – lo rimprovero – questa galleria è più sicura di altre”.

Candela se la prende con tutto, con il caldo, con la polvere e l’umidità che raddoppiano la fatica, con l’armatura delle gallerie secondarie perché, lungo e maldestro com’è, rischia sempre di urtare le gambe dell’armatura o di battere la testa in qualche sporgenza rocciosa.

“Cerca d’accenderti, Candela!” – lo motteggiano i compagni di squadra.

Mi ci sono affezionato a questo ragazzo e cerco di aiutarlo a vincere il disagio del nostro mondo senza cielo.

“Se si rispettano le regole – lo rassicuro – cioè se si rispetta la miniera il pericolo non c’è, o è ridotto al minimo e tenuto sotto controllo. Sta’ sereno, Candela, fidati!”. Se riesco a farlo sorridere sono contento.

Anch’io penso a una possibile frana, a una sacca di gas, ma in questa vita sotterranea ci sono anche momenti belli, di cameratismo, si stringono legami profondi con i compagni di gita, con alcuni in particolare con Angiolino, Simone, Luigi.

E’ la pausa pranzo, siedo con gli altri nel nostro “refettorio” di pietra e apro la panierina. “Carne col sugo e patate! – osserva, goloso, Angiolino – ti tratta bene Nella!”. Accetta il mio invito di assaggiare, ma solo a patto di uno scambio con il suo pecorino.

Il turno, anche oggi è finito, si torna alla luce.

Il cambio, a bocca pozzo, è un altro momento che mi sta nel cuore: la gabbia sale per farci uscire, l’altra scende per il turno entrante.

“Che Santa Barbara protegga anche voi” – li accompagna il mio pensiero.

Che festa, ricordo, il 4 dicembre!

Nella stira il mio vestito buono, lei copre la testa con un velo. Santa Barbara, i lunghi capelli sciolti sulle spalle, la mano sinistra piegata sul petto a stringere la Croce, va, portata a spalla, attraverso montagnole di scarti di miniera, verso il pozzo 10, mentre le trine di don Giuseppe ondeggiano al vento sulla tonaca nera.

Anche Candela segue la processione e ascolta la messa sulla collinetta, anche lui, come tutti, prega. Poi la festa, con la banda, il veglione al Dopolavoro. Suonano i ragazzi in smoking bianco, arriva Salvatore tirato a lucido e Angiolino con Rina, la fidanzata.

Che giornata!

Me la porterò dietro, domani, alla prima gita, insieme alla medaglietta con l’immagine di Santa Barbara.

La miniera è anche questo. E’ anche la festa dove vai con gli amici, i compagni di lavoro, quelli che con te perforano, spalano, caricano, si coprono di nero.

Per la Pentolaccia cerco di rompere il coccio penzoloni da una corda per regalare a Nella il premio assegnato al vincitore. Ma l’impresa è difficile perché Candela, così lungo, ha un vantaggio su tutti.

Lui non ne approfitta: infatti una volta che vinse una forma di formaggio e un salame ne fece parti a noi quattro per le nostre panierine.

Ricordo che Nella per questo ballo pettinava i capelli alti sulla nuca, fissandoli col fermaglio a forma di ventaglio che le avevo regalato da fidanzati. L’abito ondeggiava nel giro di valzer e anche il riso e il profumo di lei erano onde di gioia al cuore. “Mi gira la testa, Gino! – rideva felice – non fare il matto!”. Così minuta e leggera avrei potuto sollevarla come una bambola, anzi spesso ero tentato di prendermela sù e ballare con lei tenendola in braccio.

Che serata! Girando a ritmo di musica ci si urtava, anche per gioco, con altre coppie e i pensieri restavano fuori da quella sala colorata con festoni di carta leggera.

Poi un giorno.

La vedo al solito posto, fra le piantine di pomodoro e l’insalata, ma non mi saluta con la mano. “Oh Gino – la voce è come incrinata – come si fa, ora?”

“Come si fa a fare cosa?”

Non risponde, ma indica con un gesto furtivo la pancia.

“Davvero?!” – penso di aver gridato. Sono felice. L’abbraccio. “Ora va meglio di prima!” – rido, scompigliandole i capelli. “Ho un lavoro sicuro, il pane non ci manca!”.

Nacque il giorno dell’Assunta e così la chiamammo: Assunta e tre anni dopo venne Lucia e fu davvero un'altra luce.

Nella ora fa qualche lavoro di cucito per fuori, perché siamo in quattro, ma il sorriso sempre l’accompagna e il canto sommesso, a sera, di preghiera o di affettuosa ninna nanna.

Guarda la nostra felicità. E’ domenica, l’aria di primavera ci porta i profumi della campagna intorno. Usciamo con le bambine e mi sembra che nessuna di quelle che incontro sia come le nostre bella.

Nella ha legato con un nastro i capelli che ondeggiano in una breve cascata sulle spalle fiorite di un abito leggero. L’abbraccio e le dò un bacio “Sei ammattito Gino?! Perché fai così, con la gente che ci guarda!”.

“Perché sei bella!”. Rido divertito del suo imbarazzo.

Guarda la gioia di queste creature che non chiedono tanto, se non di stare insieme e di volersi bene.

Guarda queste donne ridenti, ricordale così quando le vedrai col viso di pietra. Mi ascolti?

Scendo con la prima gita; ci sono stati due giorni di festa in quest’inizio di maggio, così oggi è più duro lasciare l’aria nella luce e scendere sotto terra. L’elmetto di plastica mi pare pesi di più, lo fisso meglio sulla testa e mi avvio con la squadra, scambiando qualche parola con Beppe, un omino minuto tutto ossa e muscoli, un amico.

“Dopo la festa – gli dico – ci si abitua male!..”.

“E’ la vita – io però tra poco lascio la miniera, vado in pensione, l’età ce l’ho!” – e nella risposta c’è la gioia di chi già assapora una nuova vita, ma anche l’incertezza di chi sa che la miniera gli mancherà. Capisco il suo stato d’animo perché anch’io mi sento legato a queste rocce, a questo mondo sotterraneo che da anni fa parte della mia vita e mi garantisce la vita. E’ la nostra città notturna, con le sue strade, le piazze, le scalinate, i binari; io la conosco bene e, come Beppe, nonostante tutto le appartengo.

“Ricordati che dovremo festeggiare, ci devi una bevuta al Dopolavoro!”.

Mi rivolge un sorriso scoprendo i denti ingialliti dalle sigarette. Ci avviamo insieme.

Poi l’inferno e mi trovo d’improvviso fra la polvere e la roccia, chiuso in un buco soffocante, una gamba imprigionata nel pietrame.

Non puoi non avermi visto, non aver visto i miei inutili sforzi per liberarmi. Trovo una pietra, batto furiosamente sulla parete franata per dire… “Sono qui!.. ..Sono vivo!.. Fate presto!..”.

Soltanto il silenzio mi risponde. Non so, non posso più misurare il tempo, nel buio sempre più greve il pensiero si smarrisce nella paura, poi s’acquieta per un po’ nella rassegnazione e nella memoria di Nella, di Assunta e Lucia.

Il loro riso leggero, le gonne a onda nel sole. Assunta, Lucia mi circondano con le loro braccia calde. Quante immagini in questa notte impietrata… vengono.. vanno.. si confondono.. non capisco.. non capisco. Beppe che voleva andare in pensione, Salvatore spacca la pentola di coccio, Assunta mi tende la mano per un giro di ballo…

Il canto sommesso di Nella… ma si perde.. si perde.. non lo sento più, non sento più la voce in questa stanchezza infinita che mi soffoca… che mi….. mi…..

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Nella, seduta su una carriola rovesciata a terra, sta in disparte, lo sguardo fisso e assente e aspetta. Tiene strette a sé le bambine dondolando il busto come per cullarle, per tenere stretto quello che della famiglia le rimane.

Intorno nomi urlati nella rabbia e nel dolore, accuse, richiami, pianto, gente, ambulanze, barelle, fagotti pietosamente coperti. Parole. “Sono tutti giù.. tutta la squadra” – “Si sente battere.. qualcuno è vivo…” – “No, il grisou non risparmia nessuno… è finita per tutti e fortunati quelli che sono morti sul colpo…”.

Glielo fanno vedere, Gino, ricomposto prima di trasportarlo con gli altri, dentro una cassa di legno, nel Cinema dove si erano tante volte seduti con il naso in sù, gli occhi allo schermo.

Si avvicina con passo fermo, decisa a non cedere. Guarda, il cuore di ghiaccio, il volto dell’uomo che poche ore prima l’aveva salutata con un abbraccio e, chinandosi sul viso per un ultimo bacio, le sembra di vedere le labbra piegarsi ad un sorriso.

Ascoltami, per un poco ancora. Non ti chiedo di guardare noi, così sconciati, gonfi, neri, burattini spezzati con la paura negli occhi fissi, ma le donne sì, a quelle rivolgi lo sguardo! Le donne le hai amate, si dice, e loro ti hanno seguito sempre, ti hanno sostenuto quando predicavi la tua follia d’amore. Chi c’era a piangerti accanto alla Croce, chi si sciolse i capelli per asciugarti i piedi e consumò per te l’unguento più prezioso nel vaso d’alabastro? Donne. E a una donna apparisti nella tua nuova vita.

Di queste che corrono per vedere quello che resta di noi forzando chi le trattiene, devi avere pure pietà. E delle mie tre donne là, strette in un nodo di spaventato stupore, di Nella che a sera cantava il suo grazie di preghiera per il mio ritorno e di quelle altre due, stordite, il viso serio, triste che i bambini non dovrebbero mai avere. Anche i bambini ti sono stati cari “Lasciate che i pargoli vengano a me”. Non dicesti così un giorno?

Per loro, soltanto per loro lamento la mia morte. Come faranno? Dove troverà Nella la forza? Questo è un tormento più cupo di quel buco dove sono finito. Sono confuso, smarrito in questa dimensione strana che mi fa parlare così.

Però, tu che conosci il dolore per averlo sofferto fin sul legno dell’infamia, potrai perdonare le mie parole che nascono soltanto dalla pena per quelle mie creature, dall’incertezza del mio essere, dal bisogno di sapere “perché”.

Quante domande, quanti dubbi… Ma possiamo, noi, sempre chiederti di liberarci dalla croce, di chiarire il mistero del male, di ciò che ci appare ingiusto?

Possiamo?

Posso, io, chiederti misericordia per quelle mie donne laggiù? Ecco, ti ho detto tutto, con sincerità. Ma questo, questo cos’è?! Questa luce, questa immensa chiarità che mi pervade, mi circonda. Ora è chiaro, è tutto chiaro.

Ora capisco….. capisco.

Luce… luce…

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Questo racconto partecipa al
Premio Letterario Santa Barbara 2008
"Cuore di Terra"
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