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Il mezzadro

Da Biblioteca.
IL MEZZADRO

E’ autunno inoltrato, nubi basse e nere sono spinte verso nord dal vento di scirocco, l’aria umida appiccica gli indumenti addosso. Risalgo con fatica il sentiero delle carbonaie che porta al capanno di Momo. Le mie ottanta primavere incominciano a farsi sentire, specialmente in queste giornate afose. Una pioggerella fine carica le frasche che al mio passaggio si alleggeriscono inzuppandomi il giubbotto, l’odore del muschio bagnato penetra nelle narici. Giunto alla prima carbonaia mi fermo.

Mi siedo su un sasso, ai margini di quello spiazzo nero per riprendere fiato, mi guardo intorno se tra le foglie di quercia facesse capolino qualche porcino.
La carbonaia è un luogo speciale, non solo perché ai suoi margini ci nascono porcini, ma perché per secoli è stata utilizzata per cuocere la legna e ogni suo strato è intriso di storia.

Inaspettatamente la pellicola del tempo inizia a riavvolgersi e come d’incanto mi trovo a ripercorrere eventi ormai consegnati alla storia. La mia terra Autunno 1943, il fascismo è caduto e siamo in piena guerra civile. L’Italia è nel caos più di prima, le truppe anglo-americane stanno risalendo da sud, vincendo lentamente la forte resistenza tedesca. Il duce, con l’aiuto dei tedeschi, è fuggito dal Gran Sasso dove era stato imprigionato a luglio. Sotto la pesante tutela dei suoi liberatori ha creato la Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.), chiamata anche repubblica di Salò, dato che il governo fantoccio si è insediato sul Lago di Garda a Salò. Avevo quattordici anni, quando la mia famiglia si trasferì al podere Porcarecce, uno dei tre fondi rustici posti in fila sulle colline, che dominano sulla valle, solcata da diversi torrenti che, come capillari, si attaccano all’arteria principale, il Bruna. Dalla finestra di camera vedo podere Montebuccioli, da quella della stalla podere Fabbri. Il fiume Bruna sorge al Lago dell’Accesa, dopodichè prosegue verso la maremma snodandosi sotto le colline del Castello di Pietra termina il suo breve tragitto a Castiglione della Pescaia. Nella pianura, chiamata anche Pian di Tatti, forse perché apparteneva al vicino paese di Tatti, si ergono i castelli d’estrazione del Pozzo Santa Barbara e del Pozzo Nord appartenenti alla miniera di carbone. I castelli, cioè le torri di ferro che sovrastano i pozzi di estrazione della vecchia miniera, circondano l’abitato di Casteani. Il pozzo Nord, testimone di una delle prime attività industriali della maremma è ancora in funzione e il frastuono delle macchine giunge fino a casa mia, che dista circa un chilometro. Il villaggio minerario sorge sulla riva destra del Fosso della Questione, un piccolo torrente di nessuna importanza se non per il nome che porta. Il suo nome, legato ad una storia tramandata oralmente dagli abitanti della zona da qualche centinaio d’anni, racconta di una grossa questione con botte da orbi tra gli abitanti di Tatti e quelli di Giuncarico per un furto di campane.

L’abitato di Casteani, composto di tre file di case basse, è popolato da venti famiglie di minatori. Oltre il fosso vi è la cava d’argilla, usata per chiudere le gallerie della miniera una volta esaurito il filone del carbone. Sul leggero pendio della collinetta che sovrasta il villaggio sorge un podere con annessa una stalla e sulla sommità domina una grossa costruzione a due piani, dove abitano gli impiegati ed i tecnici della miniera. Gli abitanti la chiamano il Palazzo, ma sulle carte è denominata Villa Casteani.

Attorno al castello del Pozzo Nord si levano in alto due grandi cumuli di carbone, dai quali attingono carri trainati da cavalli. La ferrovia che un tempo congiungeva la miniera di Casteani a quella di Ribolla, sulla quale transitavano trenini con lunghe sfilze di vagoni, è ormai invasa dai rovi.



La miniera Con l’ingresso in guerra dell’Italia a fianco della Germania, ed in conseguenza delle sanzioni decretate dalla Società delle Nazioni, l’estrazione del carbone ha ricevuto un impulso notevole. La miniera di Ribolla, dove sono stati scoperti nuovi consistenti giacimenti, riprende a lavorare a pieno ritmo, l’aumento della produzione richiede, infatti, l’impiego di migliaia di operai. Ormai la maggior parte degli abitanti dei paesi vicini lavorano alla miniera, ma non bastano, affluiscono centinaia di emigranti dal sud, soprattutto dalla Calabria.

I giovani che lavorano alla miniera usufruiscono dell’esonero dal servizio militare. Per me che sono nella attesa della chiamata alle armi l’esenzione è vitale. 

Convinto che il lavoro in miniera nonostante tutto sia meno rischioso che andare in guerra, decido di provarci. Se poi devo proprio morire, almeno preferisco morire vicino a casa.

 Mi alzo, stiracchiandomi mi affaccio alla finestra di camera, da dove scorgo le stoppie riarse dal sole settembrino. La stagione della trebbiatura è terminata e, poiché in campagna si vive un momento di stasi nei lavori, ho deciso di presentarmi alla miniera.

Salgo sulla bicicletta e mi precipito giù per la discesa senza freni, attraverso gli impianti della miniera di Casteani, l’odore pungente del carbone mi entra nelle narici. Dopo circa mezz’ora giungo a Ribolla, un luogo strano, dove campi di grano, bestiame al pascolo e file di casette basse si mescolano a cumuli di carbone. Mai vista una simile confusione, torri dei pozzi disseminate per la campagna, strade ferrate che dai pozzi raggiungono il centro di cernita e smistamento del minerale, la vita del paese che si mescola a quella della miniera, ma presto mi rendo conto che il caos è solo apparente, tutte le attività umane interagiscono tra loro dando vita ad una macchina quasi perfetta.

Mi presento all’ufficio assunzioni, l’impiegato dopo avermi subissato di domande ed aver riempito alcuni moduli mi manda all’infermeria per la visita medica di rito. 

Il medico della miniera mi fa spogliare, girandomi intorno con aria perplessa per aver visto il mio fisico allampanato. Mi ascolta il cuore, sbircia in bocca, negli occhi ed infine mi palpa i testicoli, credevo la palpazione degli attributi fosse una fissa dei medici militari del distretto, ed invece ci risiamo… alla fine del consulto conseguo l’idoneità e sono assunto. Mi presento al capo servizio, mi assegna al primo turno, e m’invita a presentarmi la mattina successiva alle sette. La sera la mamma tira fuori dal cassettone un tascapane di tela blu nuovo fiammante e, dopo aver tagliato un pezzo di pane, prende uno spicchio di cacio pecorino e una salsiccia tolta dal sott’olio, incarta tutto con carta gialla e 1lo mette nel tascapane. La mattina del mio primo giorno da minatore mi alzo presto, mi metto la bisaccia a tracolla, inforco la bicicletta e via come il vento, dopo circa venti minuti sono all’ingresso della miniera. Nel piazzale ci sono qualche centinaio di operai, tutti con visi scuri e con delle cassette di lamiera a tracolla. E’ la “gita” che entra, così lo chiamano il turno. Sono l’unico ad avere il tascapane. Alcuni mi osservano e commentano sottovoce ridacchiando, non capisco che cosa trovino d’interessante, eppure sono vestito con abiti rigorosamente di tela d’africa2, come del resto tutti i miei nuovi compagni, forse perché sono ancora blu. Me ne sto in disparte un po’ intimidito, quando si avvicina un omone robusto con barba nera incolta e mi dice: «ragazzo si vede che sei nuovo con codesto tascapane». Io continuo a non capire, ma non chiedo spiegazioni, rispondo con un sorriso un po’ ebete che non vuol dire nulla. I minatori si mettono in fila indiana passando dalla lampisteria3, dove ritirano il lume e si mettono in attesa del trenino che li porterà a vari pozzi disseminati nella campagna. Gli operai destinati ai lavori esterni depositano le panierine, (così le chiamano quelle cassette di lamiera che portano in spalla), con il pranzo in una stanza con dei tavoli e dei ganci alle pareti adibita a refettorio, dopo si disperdono ognuno alle sue mansioni.

In pochi minuti rimango solo, si avvicina il caposervizio e mi ordina di recarmi al magazzino a prendere l’elmetto, informandomi al tempo stesso che il mio incarico è di aiuto macchinista del treno. Essere scampato dal pericolo di andare sotto terra mi ha sollevato, ma allo stesso tempo il nuovo incarico mi preoccupa, avendo sempre trattato con gli animali e conoscendo come mezzi di trazione solo buoi, asini e cavalli.  

Mi avvicino al locomotore che sta già fumando. Il macchinista, è un uomo sulla quarantina, dal fisico asciutto con un paio di baffetti sottili, porta in testa un basco nero che in origine doveva essere blu. L’uomo si aggira tutto indaffarato intorno a quell’ammasso di ferraglia nera tenendo in mano un’ampolla d’olio, uno straccio gli penzola dalla tasca di dietro dei pantaloni. Resto lì impalato ad osservarlo finché non si accorge di me, fissandomi con in bocca una sigaretta, da cui il fumo infilandosi nell’occhio destro lo costringe a chiuderlo. «Dunque ragazzo tu saresti il mio manovale, bene il tuo compito è obbedirmi prima di tutto e stare attento a quello che fai, perché in questo lavoro gli errori si pagano cari». Indicandomi la camera di combustione aggiunge «Questa è la caldaia, tu incomincia a mettere carbone finché le lancette dei manometri sono sul verde, allora si parte » Mi metto al lavoro finché la macchina emette soffi da tutte le parti ed i manometri non sono al massimo.

Lido sale su per azionare il fischio che riecheggia per tutta la miniera, poi spinge la leva e gira la manopola, così, emettendo un fumo nero ed acre, il convoglio parte.

Il locomotore è in coda, mentre la colonna dei vagoni ci precede. Un venticello rinfresca il viso di noi macchinisti affacciati al finestrino della cabina di comando. Il nostro primo carico lo faremo al pozzo Camorra, il punto più lontano delle miniera situato verso est. Il nuovo lavoro mi fa sentire importante. La sirena della miniera, la chiamano la “corna”, essa scandisce il tempo, non solo dei minatori, ma di tutti gli abitanti di Ribolla. Il suono del mezzogiorno ci coglie al ritorno a poche centinaia di metri dall’arrivo. Non vedo l’ora di divorarmi il contenuto del tascapane, così scendo e, senza nemmeno lavarmi le mani, mi precipito al refettorio, dove gli altri operai stanno già mangiando. Stacco il tascapane dal chiodo, quando un grosso topo salta giù, incredulo rimango con la bisaccia a mezz’aria tra le risate dei miei compagni. Ma la sorpresa non è finita, nel mio tascapane nuovo fa bella mostra un bel buco, mi metto al tavolo tiro fuori il contenuto e mi accorgo che il cartoccio del cacio contiene solo poche briciole, mi verrebbe da piangere dalla rabbia, a testa bassa mi metto a mangiare svogliatamente la salsiccia lasciata generosamente intatta dal famelico roditore. I giorni passano ed anche io divento sempre più nero per la polvere fine del carbone che penetra nei pori e si toglie difficilmente anche lavandosi energicamente. E’ giunto l’inverno, il vento di tramontana ha soppiantato il maestrale ed i viaggi non sono più piacevoli. Spesso il ghiaccio ricopre con una patina lucida le rotaie e quando arriviamo sulle salite il locomotore slitta.

Con un secchio ciascuno, siamo costretti a sporgerci fuori della cabina e cospargere di sabbia le rotaie per favorire l’aderenza del locomotore che avanza lentamente a strattoni.

Con le mani congelate ed il naso gocciolante rimpiango le belle giornate di settembre. Sono le sedici di una giornata fredda e piovigginosa, mentre stiamo salendo lentamente verso il pozzo Camorra per l’ultimo carico, non vedo l’ora di finire questo turno maledetto. Nel piazzale antistante il castello dell’argano, in altre parole quella specie d’ascensore che tira su il carbone e porta giù i minatori, c’è un’animazione insolita, così fermiamo la macchina e ci accostiamo ai capannelli di minatori che commentano a bassa voce. Intorno alla bocca del pozzo, oltre al dottore e al direttore, ci sono persone con maschere e respiratori che si accingono a scendere giù, stazionano anche una camionetta dei carabinieri e l’ambulanza della miniera. Ci dicono che un minatore è rimasto intrappolato in una frana di una galleria di avanzamento, non si sa se sia vivo o morto. Dopo un’ora d’angosciosa attesa risalgono le squadre di soccorso, quattro di loro si fanno largo tra i compagni trasportando a braccia il minatore inerte, poi lo caricano sull’ambulanza che parte rombante verso l’infermeria. L’incidente mi ha fatto prendere coscienza di una tragica realtà. Ho saputo che l’uomo è morto. A fine turno mi reco all’infermeria e affacciandomi alla finestra scorgo, nella stanza illuminata dalla luce bianca del neon, la figura nera del minatore immobile sul lettino ed i compagni ai lati con gli elmetti in mano. Fisso il lugubre quadro ed uno strano peso mi opprime il cuore, poi sono distolto da quello stato d’animo dall’arrivo di una giovane donna sorretta dal medico che si getta sulla salma piangendo e imprecando. Con quella scena negli occhi raccolgo le mie cose e mi allontano senza salutare i compagni. La notte non riesco a dormire rivedendo la scena dell’infermeria e come mi addormento mi sveglio di soprassalto con la sensazione di soffocare. L’inverno è passato le margherite che sbucano qua e la negli spicchi di terra libera dal carbone annunciano la primavera. E’ il primo d’aprile e con altri cinque compagni sono convocato in direzione, dove un impiegato, in modo rude e senza convenevoli, ci comunica che siamo licenziati. In un primo momento pensiamo sia uno scherzo, dato che nell’ambiente di lavoro usa fare scherzi anche pesanti nel primo giorno di aprile, perciò la prendiamo a ridere. Tuttavia l’espressione greve dell’impiegato ci riporta alla cruda realtà, capiamo che l’esonero è finito. Improvvisamente ci prende lo sgomento perchè ciò vuol dire andare in guerra. Anche se l’esercito non esiste più incombe, infatti, il timore dell’arruolamento nell’esercito repubblichino. Usciamo dal locale guardandoci in faccia senza dire nulla, ma tutti pensiamo la stessa cosa. L’unica alternativa è darci alla macchia. Il Rifugio Non ci sono formazioni di partigiani nei dintorni a cui aggregarsi, inoltre non siamo così motivati a combattere, pertanto il nostro obbiettivo principale è quello di evitare l’arruolamento e salvare la pelle.

Mi viene in mente la cava abbandonata in mezzo al bosco e con i miei compagni decidiamo di farne il nostro rifugio. Il posto è strategico, dalla rupe accanto si domina tutta la valle fino alle colline di Castel di Pietra.
Il giorno successivo al licenziamento, prese poche vettovaglie senza perdere tempo, ci trasferiamo nella tana in mezzo alla macchia non ancora interessata dal taglio. Solo io sono armato di un vecchio fucile da caccia e poche cartucce, dal quale non mi separo mai. 

Un giorno dopo l’altro, a turno si monta di vedetta per controllare se eventuali pattuglie di fascisti salgono verso i poderi in cerca di giovani per inviarli al fronte. Il primo inverno, insolitamente freddo, trascorso al rifugio è passato e la campagna si sta risvegliando. I boscaioli provenienti dal Casentino si apprestano ad abbandonare i capanni, occupati in autunno, per tornare ai loro paesi.

Le cataste di legna ben ordinate rimangono lì ad aspettare i vetturini che con i loro muli le trasporteranno fuori della macchia fino all’imposto, da lì sarà caricata su barrocci trainati da cavalli e trasportata alla ferrovia. 

La legna destinata a carbone è stata disposta in cerchio attorno agli spiazzi delle carbonaie.

E’ un pomeriggio di fine aprile, dall’altura scruto annoiato la valle, quando in lontananza scorgo il barroccio di Oscar, il contadino del podere Montebuccioli che dista circa trecento metri dal mio punto di osservazione.

Alle stanghe c’è Lucifero, un cavallo nero come la pece, che alcune volte ho montato in veloci cavalcate nella pianura sottostante. Il calesse sale verso il podere con un carico insolito, quando arriva sull’aia, dai bagagli degli occupanti, mi rendo conto che sono carbonai. I carbonai arrivano sempre a primavera, rimpiazzando i boscaioli che se ne sono appena andati e ripartono in autunno, quando le prime piogge annunciano l’inverno. Gli insoliti ospiti, un uomo e due donne, scesi dal barroccio prendono i loro bagagli e si avviano verso lo spiazzo in mezzo alla macchia, dove ci sono due capanni.

I capanni dei boscaioli sono costruzioni di legno con le pareti di zolle e rivestiti esternamente e sul tetto con fascine di erica. Di solito sono monolocali ed all’interno una tenda di juta divide le rapazzole4dalla zona pranzo.

La famiglia prende possesso di quello più grande e l’altro lo destina a deposito delle attrezzature e dispensa. Dalla roccia si domina lo spiazzo dei capanni, che dista sì e no duecento metri. Da qui osservo incuriosito i nuovi arrivati, che vorrei conoscere da vicino, “ma non ci si può fidare di questi forestieri, magari sono fascisti”, penso fra me, “una spiata ci manderebbe dritti al fronte”.

 A sera, appena tramontato il sole, dopo essermi assicurato che né carabinieri e né bande di repubblichini sono in giro scendo nervosamente al podere di Oscar per avere notizie più dettagliate sui nuovi arrivati.
L’amico mi assicura che è solo gente che pensa al proprio lavoro e che sicuramente non hanno niente a che fare con i fascisti. 

Tranquillizzato, dopo aver consumato una cena abbondante, me ne torno al rifugio fischiettando. I compagni mi vengono incontro ansiosi di sapere con chi abbiamo a che fare e io li rassicuro confidando nel grande intuito di Oscar. La sera del giorno successivo mi avvicino ai ricoveri dei carbonai, dove i tre ospiti stanno cenando attorno ad un rudimentale tavolo fuori del capanno. Quando mi vedono comparire armato si ammutoliscono ed i cucchiai rimangono per un attimo a mezz’aria, poi all’unisono ricadono sui piatti.

Mi sento tutti gli occhi puntati, mi trafiggono, mi frugano, mi interrogano. «Buona sera, vi disturbo?» chiedo rompendo un silenzio che si fa pesante.

La famiglia si sente sollevata dalla mia voce di ragazzino. I presenti rispondono al saluto rimanendo eterni attimi a guardarmi, infine il capo famiglia si alza e mi viene incontro seguito dalle donne. Come d’incanto, si instaura subito una sensazione di reciproca fiducia e mi invitano a sedermi a tavola con loro. All’inizio mi schernisco, poi vincendo l’iniziale imbarazzo e la naturale timidezza dei miei diciannove anni mi accomodo. Subito mi offrono un piatto di zuppa di pane che divoro avidamente. Le due donne sono le più loquaci dando avvio a tutta una serie di domande, lasciandomi sorpreso da tale intraprendenza. Rispondo a monosillabi, spesso il mio sguardo si incontra con quello della ragazza, ma lo distolgo subito guardando altrove. Adelmo è un uomo di circa cinquantacinque anni, alto sul metro e settanta, magro, con capelli bianchi senza traccia di calvizie, il viso affilato che gli rende il naso ancora più sporgente e due occhi stranamente chiari e severi. Adele dimostra una cinquantina d’anni è alta circa un metro e sessantacinque, ha un viso rotondo e allegro con capelli folti brizzolati, raccolti in una treccia attorcigliata sulla nuca e fermata con numerose forcine di osso. Rita, la figlia, è una bella ragazza, alta circa sul metro e settanta, con capelli neri riccioli, raccolti sulla nuca da un fermaglio. Il viso ha lineamenti forti con zigomi pronunciati e occhi grandi e neri, il naso proporzionato e le labbra ben disegnate e carnose. Sembra una diva del cinema. Indossa una vestaglia grigia abbottonata davanti, da dove prorompono seni alti e sodi, vita sottile e fianchi sporgenti che si confondono con le natiche dalla forma di albicocca. Le gambe robuste e slanciate, indossano calze di lana grezza e grosse scarpe da lavoro chiodate. Sono ormai le undici di una sera, appena rischiarata dalla luna crescente, stordito da tutti quei discorsi, ma soddisfatto di aver conosciuto Adelmo, detto “Momo”, Adele e Rita, mi incammino verso il rifugio.

La vita al rifugio trascorre abbastanza noiosa, anche se saltuariamente in orari inconsueti, a turno scendiamo a fare visita alle famiglie per fare provviste. 

Quando non sono di turno vado a trovare i carbonai, sia per ingannare il tempo, sia perché rivedere quella ragazza mi riempie di allegria. Una mattina presto scendo giù ai capanni, dove Rita è gia pronta per andare a lavoro, ad avvolgere5 la carbonaia insieme ai genitori. Io non ho mai visto come si prepara una carbonaia, quindi chiedo di aggregarmi a loro. Incominciamo l’avvolgitura, Momo pianta un palo di un diametro di venti centimetri al centro dello spiazzo ed incomincia ad appoggiarvi la legna in verticale, io e le donne accostiamo la legna. Verso mezzogiorno l’avvolgitura è finita, con il piccone si staccano zolle di terra e si copre completamente la piramide di legna. Il sole è tramontato dietro le colline del Passo del Morticino. Dopo una faticosa giornata di lavoro la carbonaia è pronta per essere accesa. Momo prepara l’innesco fatto di erica secca e piccoli ramoscelli che introduce nel buco centrale. La carbonaia incomincia a fumare e lo farà per diversi giorni, fino a quando la legna sarà diventata carbone. Sono trascorsi diversi giorni e la carbonaia è ormai spenta. Momo e Adele hanno già tolta la terra di copertura. Io vado al capanno, la luna piena illumina a giorno lo spiazzo, il babbo e la mamma stanchi della lunga giornata sono già a letto. Rita è seduta al tavolo sul piazzale, forse mi aspetta, le mie visite sono diventate consuetudine. C’é una reciproca simpatia tra noi, stiamo volentieri insieme. Il suo comportamento estroverso ha avuto ragione della mia timidezza. Ci mettiamo a chiacchierare sottovoce per non svegliare i genitori che stanno riposando. Mi confida che al suo paese ha il fidanzato, proprietario di una macelleria, e che quando sarà sposata smetterà finalmente questa vita nomade e farà la signora. La notizia mi demoralizza ed ammutolisco. Una sensazione di nodo alla gola mi impedisce di respirare e lei intuisce il mio disagio, ma apparentemente non gli dà importanza, interrompendo e miei tristi pensieri con un sorriso. Piantando i suoi occhi neri sui miei mi fa una proposta. «Io non ho sonno stasera e tu? ». «Nemmeno io» rispondo, «perché non andiamo alla carbonaia ad imballare il carbone?» Non sono nell’animo giusto, ma non posso rifiutarmi, perché stargli vicino è il mio unico desiderio. Andiamo al capanno adibito a magazzino, prendiamo un fascio di sacchi di Juta e una grossa pala ed in silenzio ci avviamo verso lo spiazzo. La piramide nera del carbone cotto emana ancora calore. Incominciamo a riempire i sacchi. Il sacco è enorme ha un diametro d’ottanta centimetri ed è alto un metro e settanta. Lei l’estremità aperta ed io verso dentro il carbone. Da dietro il sacco gli spunta solo il viso che la polvere fa diventare man mano sempre più nero. Anche il badile che maneggio è enorme, meno male che il carbone è voluminoso ma leggero. Ogni tanto l’aiuto a rinsaccare il grande recipiente. Lo faccio volentieri perché in quella manovra ci troviamo l’uno di fronte all’altra. I nostri volti quasi si toccano, il suo alito sul mio viso è come una brezza, mi vengono i brividi nonostante la sera sia calda. Abbiamo già riempito diversi sacchi e, quando l’ennesimo sacco è pieno, vado per aiutarla a spostarlo. Nel movimento sfioro il suo viso trovandomi davanti all'orecchio sinistro, che come una calamita mi attrae contro la mia volontà. Lo sfioro con le labbra, lei si ferma, l’attimo sembra infinito. Lentamente si ritrae e mi guarda. I suoi occhi neri scintillano nella notte ed io mi sento le gambe molli, aspettando la reazione che mi farà perdere la sua amicizia. Un sorriso gli illumina il volto, anche io sorrido inebetito. Lei appoggiandosi al sacco si avvicina e mi bacia sulle labbra. Io, non vedendoci più, mollo il sacco che rovina a terra ed il carbone, emettendo un suono musicale, si sparge nello spiazzo della carbonaia. Con la caduta del sacco perdiamo l’equilibrio e lo seguiamo, rovinando sul carbone cadono tutte le barriere tra noi. Ci troviamo all'improvviso abbracciati, presi come in un vortice che ci isola dal resto del mondo. Finiamo nel mucchio di sacchi vuoti. Il mio sesso preme contro il suo pube e le nostre mani cercano freneticamente di liberare gli ultimi ostacoli che si frappongono. Facciamo l’amore, per me è la prima volta. La polvere nera è la nostra cipria, la luna, la carbonaia ed il mio inseparabile fucile sono silenziosi testimoni dell’evento più straordinario dopo la mia nascita. Ci addormentiamo abbracciati ed esausti nello scomodo giaciglio di sacchi. Quando ci svegliamo è quasi giorno. Io l’accompagno in silenzio al capanno, dove lei sguscia leggera senza far rumore all’interno. Mi incammino verso il rifugio. E’ quasi l’alba, c’è Lucio di vedetta che chiede la parola d’ordine convenzionale. Riconosciutomi mi avvicino e, poiché non ho più sonno, gli propongo di rimanere di guardia e lo mando a dormire. Il sole è già alto, sono impaziente di rivedere Rita dopo la notte memorabile, ma allo stesso tempo temo l’incontro non sapendo come comportarmi. Scendo al capanno, mi avvicino esitante a lei, seduta al tavolo che fa colazione con una grossa tazza di latte di capra. Alza gli occhi e sorridendo mi porge la tazza. «Vuoi?» «No grazie ho già mangiato » gli rispondo. Ma in realtà sono digiuno e non ho affatto fame con un totale stato confusionale. Meno male che i sui genitori sono già a lavoro! «Andiamo a finire di imballare il carbone? » Mi domanda. « Andiamo», non una parola su quanto accaduto nella notte, ma i nostri sguardi parlano un linguaggio carico di complicità. Lo zirlare dei primi tordi annunciano l’autunno. Le foglie delle querce vicino al rifugio lasciano i rami ondeggiando alle prime folate di vento che scende giù dalla collina. All’imposto i sacchi di carbone sono allineati a quattro file e sembrano un plotone di soldatini in attesa di ordini, un po’ troppo goffi e grassi per la verità. L’estate brevissima ed intensa è stata spazzata via dal vento e dalle prime piogge dell’autunno. E’ giunto il momento più triste, Rita se né va. La famiglia ha già fatto i bagagli e Oscar la sta aspettando nell’aia con il barroccio per accompagnarla alla stazione.

Mi presento al piazzale dei capanni, mentre Rita mi viene incontro piuttosto imbronciata. Io gli cingo la vita e la porto dietro il capanno.

Senza dirci niente, le parole sarebbero come sale sulle ferite, con gli occhi umidi che trattengono a stento il pianto ci abbandoniamo all’ultimo appassionato bacio. Prendiamo i fagotti e ci incamminiamo verso l’aia del podere. Dopo aver sistemato i bagagli Adele e Momo salgono, ma Rita indugia sembra non voglia partire, mentre tutti aspettano lei. Lei si avvicina e mi abbraccia. Sento per l’ultima volta il suo profumo, poi sale sul carro senza voltarsi più. Lentamente mi avvio verso il nascondiglio e mi siedo sul masso. Con il fucile sulle ginocchia seguo con lo sguardo il calesse che diventa sempre più piccolo, fino a scomparire alle prime curve, dove la strada inizia a salire verso il Passo del Morticino. Là dietro c’è la stazione.


La fuga

La partenza di Rita mi ha depresso, i giorni non passano mai, devo inventare qualcosa per distogliere i pensieri che mi tormentano.

Propongo agli amici un’azione temeraria, andare al cinema a Ribolla. Mi danno del pazzo, andare al paese vuol dire mettersi in mano ai fascisti! Ma le mie insistenze vincono la loro resistenza. E’ una serata nuvolosa più buia del solito, metto il fucile nel nascondiglio e partiamo. Arriviamo alla strada provinciale per sentieri secondari senza problemi. Ormai mancano tre chilometri, ma adesso il rischio si fa più evidente, al minimo rumore dobbiamo saltare dentro la fossa laterale, ma per fortuna passa un solo autocarro. Il cinema è l’ultima costruzione del paese, poi inizia la miniera e le montagne di carbone stoccato che attende di essere caricato sul treno. Da dietro la siepe osserviamo all’ingresso del cinema non ci sono divise. E’ giovedì, le famiglie non vanno al cinema ed entra solo qualche minatore scapolo. Ci facciamo coraggio e fingendoci minatori entriamo nella sala quasi vuota e ci sistemiamo in platea, in prossimità dell’uscita di sicurezza. E’ in proiezione un vecchio film sull’impresa italiana in Etiopia, niente di speciale, ma sempre meglio che passare la serata al rifugio. Il primo tempo è finito, si accendono le luci per consentire all’operatore di riavvolgere la pellicola e mettere sotto la seconda pizza. Stiamo rannicchiati nelle poltrone e ogni tanto diamo uno sguardo all’ingresso. Ecco che sulla porta appaiono tre figure nere armate. Lo sgomento ci assale e, come pietrificati, attendiamo le mosse dei fascisti che, come temevamo, controllano i documenti, che non abbiamo. Siamo fregati! L’ispezione inizia dalla fila di fondo. Si stanno avvicinando. Mi vedo già al fronte! Con gli sguardi ci intendiamo per mettere in atto il piano di emergenza: la fuga dall’uscita di sicurezza che da sui depositi della miniera. Con un balzo siamo tutti dietro la tenda, ma nel buio e nella concitazione non riusciamo ad aprire la porta. Sentiamo le urla ed i passi dei militi che si avvicinano, ormai ci sentiamo in gabbia. Finalmente nell’ultimo disperato tentativo la porta si spalanca e roviniamo giù per la scarpata uno sopra l’altro. Ormai le camicie nere sono sull’argine della scarpata che ci intimano di fermarci, incuranti ci rialziamo e corriamo allo scoperto attraversando il campetto di calcio verso le collinette di carbone. Sento gli spari, un due, tre, una raffica. Ognuno corre per conto suo verso un’improbabile salvezza! Giunto alla recinzione che delimita la zona mineraria, la scavalco, mi accorgo del filo spinato che mi lacera i pantaloni e la carne, ma non sento il dolore. Finalmente raggiungo i cumuli di carbone e sento i miei compagni vicini ansimare, ma non ci chiamiamo. I fascisti si sono fermati alla recinzione, forse non si vogliono sporcare la divisa, ma urlano di nuovo di arrenderci. Di corsa attraversiamo l’impianto puntando verso l’ingresso, dove la guardia, sorpresa dell’irruzione dall’interno, tenta di fermarci, ma ormai solo una pallottola potrebbe interrompere la nostra corsa verso la libertà. Raggiungiamo il torrente Follonica e, riempiendoci le scarpe di acqua, attraversiamo il greto giungendo alla provinciale. Gliel’abbiamo fatta! Anzi, credevamo di avercela fatta! Ad un tratto sentiamo il rombo di un autocarro e ci precipitiamo giù per la scarpata finendo di nuovo uno sopra all’altro.

Paolo, che per la seconda volta è finito sotto a tutti, bestemmia sottovoce ed impreca dicendomene di tutti i colori visto che la bella idea del cinema è venuta a me.

L’autocarro carico di camicie nere va verso Ribolla. Chissà se sono rinforzi chiamati per cercarci. All’alba finalmente raggiungiamo il rifugio, spossati neri e laceri, ma contenti di avergliela fatta. Paolo è sempre di umore nero, forse perché nelle cadute di gruppo gli è toccato stare sempre sotto. Solo allora mi accorgo dello sbrano alla coscia destra causato dal filo spinato, scendo al podere del mio amico Oscar a rimediare una medicazione sommaria con un po’ di tintura di iodio. Conclusa la medicazione si sono fatte le otto e fuori pioviggina. Irma, la moglie di Oscar, ha messo il paiolo appeso al catenaccio del focolare per fare la polenta e mi invita a mescolarla per guadagnarmi la colazione. La polenta mi piace poco, preferirei un bel pezzo di pane, anche raffermo, ma purtroppo il pane è un lusso di questi tempi e mi dovrò accontentare.

Il passaggio del fronte Primavera 1945, mentre la guerra che ha insanguinato il mondo sta dando gli ultimi sussulti altrettanto pericolosi, le prime avanguardie degli anglo-americani sono giunte in Maremma ed hanno già liberato Grosseto. Ormai, tornato a casa, mi sto dedicando ai lavori agricoli insieme al babbo ed al garzone Masino. I poderi di solito sono condotti da famiglie di mezzadri, che coltivano dividendo a metà il raccolto con il padrone del fondo. Anche la mia famiglia è a mezzadria.

In questo periodo la figura del garzone è presente in ogni podere, di solito sono giovani che spesso vengono dalla città per sottrarsi alla fame, talvolta sono disertori o reduci di guerra, che prestano la loro opera per poche lire, anzi a volte solo in cambio di vitto e alloggio.
Masino ha solo diciassette anni, ma ha già trascorso una vita avventurosa. Di origini romane, proviene da una famiglia di ebrei benestanti finiti sul lastrico a seguito delle persecuzioni razziali.

Il padrone del podere un giorno, quando io ero imboscato, si presentò con Masino e lo affidò a mio padre con la raccomandazione di trattarlo come un figlio. Il sole di un mattino luminoso accarezza i campi di cereali che disegnano rettangoli gialli alternandosi al verde intenso dei prati di medica, dove le vacche pascolano nei campi appena falciati. Il canto del cuculo e delle allodole fanno da colonna sonora a questa giornata piena di sole. Stiamo costruendo il pagliaio del fieno. Iniziamo piantando un palo di castagno o di acacia alto circa sei metri, definito comunemente stollo. Attorno allo stollo si dispone il fieno per un diametro alla base di circa sei metri. Man mano che il pagliaio si alza il cerchio si allarga e poi si restringe di nuovo fino a chiudersi alla sommità prendendo la forma di una grossa pigna. Dato che la mia passione è quella di arrampicarmi per vedere le cose dall’alto, mi offro volontario per salire sulla sommità, da dove vedo estendersi la pianura della valle del Bruna. Vedo il piccolo gregge di nonna Santa composto di circa sessanta pecore che contendono il pascolo alle vacche. La nonna è un personaggio curioso, di piccola di statura con gambe arcuate. Essa veste di scuro con un grembiule a fiorellini bianchi stampati su stoffa rigorosamente nera. Il copricapo, composto da un vecchio cappello di feltro fasciato da una pezzuola nera annodata sotto la gola, completa il suo originale abbigliamento.

Fanno parte della sua dotazione personale l’inseparabile fuso che tiene infilato nel laccio del grembiule e che gli cinge la vita. Dal tascapane di tela penzola un grosso batuffolo di lana grezza, il cui filo sempre più fine si congiunge al fuso. 

Nella bisaccia ovviamente non manca mai un pezzo di pane raffermo da dividere con la sua fedele cagna lupa, la quale, oltre ad aiutarla a gestire il piccolo gregge, si occupa anche della sua difesa personale, dissuadendo chiunque si avvicini senza il suo permesso. La vecchietta sta filando in piedi, mentre il gregge pascola lungo il fosso che delimita il confine del podere. Nel campo contiguo pascolano una ventina di vacche di razza maremmana dal manto scuro e dalle lunghe corna, sorvegliate da Tonio, il garzone della fattoria che con la forca sta ammucchiando il fieno tagliato alcuni giorni prima. Ad un tratto dalla strada provinciale una grossa nuvola di polvere avanza lentamente verso gli impianti della miniera avvicinandosi sempre più. Sono soldati, non si distinguono le loro uniformi, ma sono tanti, a cavallo, a piedi e con camion. Dilagano nei campi di grano seguendo comunque la traccia della strada che percorre trasversalmente la pianura fino alla fattoria di Perolla. La testa della colonna giunge nei pressi del gregge impaurendo le pecore che si ammucchiano una vicino all’altra. Serena la cagna della nonna corre incontro ai soldati abbaiando ferocemente. Nel frattempo un cavaliere estrae la pistola e senza esitare spara tre colpi alla cagna che, impaurita, se la da a gambe spingendo le pecore verso la nonna. Quest’ultima di corsa si mette al riparo lungo il fosso scomparendo dietro il poggio, dove è situata la nostra casa. I soldati sono tedeschi in ritirata. Le avanguardie della colonna sono giunte ormai sulla riva del torrente Gonfiente e scendono nell’ampia insenatura circondata da un alto argine a ferro di cavallo coperto di vegetazione. Sicuramente hanno intenzione di accamparsi in quel luogo riparato. Nel frattempo, in coda al lungo serpentone, sta accadendo un episodio singolare, due militari stanno rincorrendo un vitello, mentre Tonio, armato di forca, a sua volta li insegue con l’intento di impedire quella sorta di esproprio forzato. Improvvisamente uno dei due energumeni abbandona l’inseguimento e sbarra la strada al vaccaio con il mitra spianato.

Tonio, incurante del rischio che corre, lo affronta poggiandogli la forca al ventre. Sta per compiersi la tragedia.

I due uomini si fronteggiano per lunghi ed interminabili secondi. Il tedesco, improvvisamente abbassa l’arma ed indietreggia. Rivolgendosi all’altro, che nel frattempo è riuscito a mettere una fune attorno al collo del vitello, gli ordina di abbandonare la preda e rientrare nella colonna. Il garzone, incredulo, rimane immobile come una statua per un tempo indefinito. Probabilmente le gambe non rispondono più ai suoi comandi, poi riprende ad ammucchiare il fieno. Forse in cuor suo è soddisfatto di aver impedito un sopruso, anche a sprezzo della vita. Nel frattempo anche le retroguardie della colonna hanno raggiunto l’insenatura dove stanno allestendo l’accampamento. I cavalieri sciamano armati di falci nel campo di avena circostante rimediando, per i cavalli il foraggio, di cui fanno scempio incuranti del contadino, che anch’esso a sprezzo del pericolo, protesta vivacemente. Sono tre giorni che la carovana è ferma sul greto del torrente. Il pagliaio è quasi finito ed io appollaiato sulla cima aspetto che il babbo ed il garzone mi preparino gli ultimi fasci di fieno che poi tirerò su con la fune per fare il cappello. Sono le nove del mattino, quando la colonna intraprende la marcia e, abbandonando l’accampamento, si dirige velocemente verso nord, nella direzione di Massa Marittima. La lunga fila si è appena immessa sulla strada per Ghirlanda eclissandosi nella vegetazione, quando si odono già i colpi di artiglieria delle truppe alleate che stanno avanzando nella pianura a nord di Grosseto. E’ mezzogiorno, i boati si avvicinano sempre più ed in lontananza appare un carro armato tedesco, sopra il quale volteggia un ricognitore. Si tratta dell’ormai celebre cicogna, che probabilmente coordina il tiro delle batterie d’artiglieria piazzate in lontananza. Le granate esplodono intorno al panzer che procede a zigzag per i campi, passando vicino alle vacche al pascolo. Una granata esplode in mezzo al branco, a circa duecento metri da noi. Si odono i muggiti delle vacche e le urla strazianti di Tonio. Oltre all’uomo rimangono a terra due vacche dilaniate dalla granata. Mi butto giù dal pagliaio rotolando sul mucchio di fieno alla base. Masino ed il babbo si tuffano anch’essi nel mucchio con una sincronia dettata da un ordine superiore, la paura. Le schegge delle granate hanno colpito anche il vaccaio che rimane a terra contorcendosi dal dolore. Il panzer prosegue la sua folle corsa inseguito dai colpi d’artiglieria ed i proiettili gli cadono sempre più vicino, ma il suo avanzare zigzagando rende vane le coordinate trasmesse dal ricognitore alle batterie. La preda si sta dirigendo verso la fattoria di Perolla e, al momento di attraversare un profondo fossato, ribalta e rimane immobile con i suoi potenti cingoli all’aria, come una cimice coricata sul dorso. Il ricognitore volteggia sopra, falco sulla sua preda. Dal carro armato non provengono segni di vita se non un leggero filo di fumo. Dopo alcuni giri l’aereo si allontana. Nel frattempo, vincendo la paura, ci precipitiamo in soccorso di Tonio e constatiamo una grossa ferita alla gamba sinistra, per una scheggia gli ha trapassato la coscia, che per fortuna non ha leso la femorale. Masino, più esperto di noi, si toglie la camicia e gli pratica un tamponamento di fortuna. Dal podere Fabbri, Bianchino, che ha assistito tutta la scena, intuisce la gravità della situazione e, senza perdere tempo, attacca il cavallo al calesse e si precipita giù al galoppo. Tra lamenti lo issiamo sul calesse che prende la via dell’ospedale di Massa Marittima, passando vicino al carro armato, che da potente strumento di morte si è di colpo trasformato in una pietosa bara di acciaio, ed al trotto scompare per la stessa strada percorsa poco prima dalla brigata in fuga. Tornata la calma, dal vicino villaggio di Casteani un gruppo di persone si avvicina alle vacche morte ed incomincia a sezionarle. Finito il lavoro ognuno se ne va con un fardello di preziosa carne fresca e, in poco tempo, non rimangono che pochi resti sparsi nel campo. Due contadini abitanti nel podere Camponi si avvicinano al panzer ormai innocuo e, dopo aver recuperato le scarpe e gli effetti personali dei due tedeschi morti, scavano una fossa per dargli una pietosa sepoltura. Poiché la terra è dura ed il tempo a disposizione è breve, l’interramento è sommario, e, mentre i due si allontanano con i badili ed il magro bottino di guerra in spalla, dalla fossa affiorano ancora i piedi ed i capelli. Le tombe improvvisate rimangono là per diversi giorni fino al passaggio degli americani. Viaggio in Garfagnana Sono passati gli anglo americani che, con la loro ventata di libertà, hanno spazzato via qualsiasi rimasuglio del regime fascista. Camicie nere e fascisti, molto numerosi fino a pochi mesi fa, si sono eclissati e, chi per convinzione chi per salvare la pelle, sono diventati tutti antifascisti. Qualche sporadica vendetta si consuma qua e la ma nel complesso il vero imperativo è dimenticare e ricominciare a vivere.

Sabato sedici giugno 1945. E’ l’alba di un giorno importante, perché ho deciso di andare a trovare Rita. Rovistando nel mio misero guardaroba tiro fuori l’abbigliamento migliore, un paio di Jeans acquistati al mercato di Grosseto, merce americana arrivata al seguito dell’esercito di liberazione, e una camicia a quadri cucita dalla mamma. 

Le scarpe, anch’esse americane, sono una vera chicca e hanno la suola di gomma, un lusso che mi è costato tutti i miei magri risparmi. Dopo aver appuntato i pantaloni con le mollette per evitare che vadano ad impigliarsi nella catena, inforco la bici del babbo e mi lascio andare giù per la discesa che dal podere porta verso la pianura, dove si snoda il nastro polveroso della provinciale della Collacchia. Dopo circa venti minuti sono sul passo del morticino che segna lo spartiacque della valle del Bruna. Davanti a me, nella gola tra le colline, percorsa dalla statale e dalla ferrovia Torino Roma, appare la stazione di Gavorrano. Imbocco la discesa, l’aria mattutina entra attraverso la camicia e la gonfia rinfrescandomi il corpo accaldato per la salita. Arrivato alla stazione, mentre faccio il biglietto per Lucca domando all’impiegato a quale binario ferma il treno. Questo mi indica il secondo, dopodiché attraverso i binari e mi aggiungo agli altri due uomini che, nell’attesa, conversano. In lontananza sento il fischio del treno ed al suo caratteristico sferragliare mi assale una strana emozione. Il treno mi ha sempre affascinato, il mio sogno da adolescente era diventare capo treno. Il convoglio con uno stridore di freni si ferma, scende il capo treno ed io balzo sulla carrozza. Il vagone è a scompartimenti con i sedili di legno, mi accomodo in uno scompartimento dove ci sono quattro marinai americani che parlano tra loro. Non potendo seguire la loro conversazione socchiudo gli occhi e penso a Rita, riuscirò ad incontrarla? Il viaggio in Garfagnana è il più lungo che intraprendo in treno. Siamo giunti a Scarlino, altri dieci minuti e siamo a Follonica.

I pilastri della pensilina della stazione di Follonica sono le mie colonne d’Ercole. Dopo questa fermata il treno avanza in un mondo nuovo per me. Il treno procede lentamente e ferma in tutte le stazioni.

Giovani in divisa, reduci di chissà quali battaglie, a volte tristi, altri eccessivamente euforici, famiglie con fagotti rinvolti nelle classiche pezzuole di stoffa a quadri bianchi e azzurri scendono e salgono. Dopo un anno passato alla macchia rimango frastornato da tutto questo movimento. Il convoglio come un millepiedi solca la pianura risalendo verso nord. Le pinete sulla sinistra sfilano velocemente, quasi interrottamente facendo da cornice al nostro passaggio. Sovente lasciano intravedere il mare che, illuminato dal primo sole del mattino, si confonde con l’azzurro del cielo. Alla stazione di Cecina salgono due contadini, forse marito e moglie, con un bagaglio inusuale, due polli legati per i piedi a testa in giù che penzolano dalla cintura dell’uomo. I due pennuti hanno le creste rosse quasi paonazze, dovute alla scomodissima posizione, ma non si beccano come i polli di Renzo nei Promessi Sposi. I due si fermano nel corridoio. Un pollo anche in quella posizione scomoda riesce a liberarsi il corpo dai residui di combustione, che cadono in terra emanando un odore acuto. I due contadini, visto l’inconveniente, si spostano in avanti con indifferenza abbandonando lo sterco sul pavimento. Mi diverto ad osservare i viaggiatori che transitano nel corridoio scommettendo con me stesso su chi sarà il primo passeggero che la pesterà. Giungiamo alla stazione di Livorno devastata dai bombardamenti, cumuli di macerie si estendono a perdita d’occhio. Non avrei mai immaginato uno scempio simile. Squadre di operai con pochi mezzi stanno rimuovendo lentamente le macerie caricandole su camion sgangherati. A me pare un’impresa disperata, chissà quanti anni ci vorranno per ricostruire tutto. I quattro marinai prendono i loro zaini e scendono, mi affaccio al finestrino e vedo molto movimento di viaggiatori. Si avvicina una coppia distinta dall’età indefinita, forse cinquantenni, vestiti bene considerate le circostanze. I due viaggiatori hanno l’aspetto di persone benestanti, anziché fagotti, portano due valigie. Salgono in treno e, giunti davanti al mio scompartimento, chiedono se i posti sono liberi ed al mio cenno di assenso si accingono ad accomodarsi. La signora, evidentemente non avvezza alle cose di campagna, mette il piede sulla cacca del pollo senza accorgersene.

Si accomodano tutti compunti, ma la puzza invade lo scompartimento. I due si guardano sconcertati e poi guardano me, si consultano di nuovo ed il loro sguardo ricade ancora una volta su di me.

Mi sento fortemente indiziato… penso che devo fare qualcosa per allontanare i sospetti. Vincendo la mia cronica timidezza mi rivolgo tutto gentile alla signora, dicendogli che la puzza proviene dai suoi piedi. La signora mi guarda dall’alto in basso con occhi di fuoco, apostrofandomi tutta indispettita «Ma come si permette giovanotto di prendersi una simile confidenza?». Rosso come un pomodoro, insisto farfugliando, che si, la puzza proviene dal suo piede destro. «Ma che dice non capisco… » ribatte ancora più inviperita.

Il clima si fa spiacevole, non ho alternative, che spiegarglielo con parole povere ma efficaci. «Signora, lei ha pestato una merda di pollo nel corridoio!». A seguito della mia perentoria affermazione si guarda le scarpe tutta schifata ed infine prende atto della situazione esclamando verso il marito «Oh mio Dio! Gustavo e adesso come faccio? » 

Il marito, che fino a quel momento aveva seguito la scena con un certo distacco, tira fuori il fazzoletto di tasca e gli pulisce la scarpa, poi lo ripiega accuratamente e, non sapendo dove depositarlo, se lo rimette in tasca. Purtroppo l’aria rimane pesante e, ad un certo punto, i due signori prendono le valigie ed escono, portandosi via anche l’olezzo. E’ quasi mezzogiorno, il treno finalmente arriva a Lucca. Scendo e, guardandomi intorno con aria sperduta, mi avvicino ad un facchino per chiedergli da dove partono gli autobus per Barga. Egli mi indica la piazza antistante la stazione. Raggiungo la fermata, dove c’è molta gente che aspetta. Tra la varia umanità mi colpiscono due donne di età diversa che mi volgono le spalle, forse sono madre e figlia. Quando mi avvicino il cuore incomincia a battere accelerato perchè una delle due ha lo stesso fisico e gli stessi capelli di Rita. Sono ad un metro da lei e mi sento il cuore in gola, poi lei si volta di scatto come sentisse il mio sguardo. Si, la ragazza ha gli stessi capelli, ma non è Rita. Vedendomi così sorpreso mi sorride, non so se per commiserazione o per simpatia. Vincendo l’impaccio riesco a domandargli se il bus per Barga parte da lì. La ragazza, sfoderando di nuovo un sorriso solare, annuisce ed aggiunge che loro a Barga ci abitano. Arriva l’autobus, i passeggeri si affollano alle porte d’ingresso e in un attimo è pieno. Io mi accomodo sul sedile di fondo che è il meno ambito e la ragazza si siede accanto.

Lungo il tragitto ogni tanto i nostri sguardi s’incontrano, la sua curiosità ha la meglio sulla ritrosia, mi domanda da dove vengo e cosa vado a fare al paese.

Gli dico da dove provengo, ma non mi va di confidargli il vero motivo del viaggio. Allora, ricordandomi che Giovanni Pascoli ha vissuto in quel paesino e dando fondo alle mie reminiscenze scolastiche, le invento che sono curioso di visitare i luoghi dove il Pascoli ha scritto la famosa poesia “L’ora di Barga”. Dopo un’ora di viaggio arriviamo al paese, scendiamo, ci salutiamo e la ragazza si allontana con la madre. Mentre seguo con lo sguardo il suo camminare deciso e allo stesso tempo allegro, ad un certo punto, come se si sentisse di nuovo gli occhi addosso, si gira e mi saluta con la mano. Mi inoltro nel paese senza un indirizzo preciso. Passando davanti ad una trattoria, mi investe il profumo di ragù, che risveglia la mia fame atavica appena sopita. Mi frugo in tasca per fare una breve ricognizione delle mie finanze, un piatto di pasta posso permettermelo. Entrando vedo solo due tavoli lunghi coperti da tovaglie d’incerato abbastanza affollati. Trovo un posto libero vicino ad un prete ed un vetturino che mangiano un piatto di trippa discutendo animatamente. L’uno esalta il pensiero anarchico e l’altro cerca di convincerlo che il cristianesimo porta verso la vera libertà l’umanità credente. Arriva subito l’oste con un grembiule un po’ stazzonato e ordino anch’io la trippa ed un quarto di vino. L’attesa è breve, l’oste torna con la pietanza, il vino ed un cestino di pane augurandomi buon appetito anche se non ne ho bisogno. Divoro tutto velocemente e, con l’ultimo boccone di pane, lucido il piatto talmente bene che possono tranquillamente servirci un altro avventore. Mi alzo pago e lascio i miei occasionali commensali che continuano la discussione rimanendo sulle proprie posizioni. Prendo la via principale che taglia perpendicolarmente il paese da nord a sud ed incontro due vecchiette sedute sulle scale che rammendano. Mi avvicino e gli chiedo se conoscono la famiglia di un carbonaio, detto Momo. La più arzilla afferma di conoscerlo, ma comincia a tempestarmi di domande. Mi chiede se sono parente, da dove vengo e perché cerco Momo. Gli invento che sono proprietario di boschi e lo cerco per offrirgli un lavoro. Lei, con un fiume di parole, in pochi minuti mi informa che non vanno più a cuocere il carbone perché la figlia si è sposata con il macellaio e che la macelleria è nella via parallela alla nostra. Aggiunge che Momo sta nella casa accanto alla macelleria. Non vorrei avere mai incontrato questa vecchietta! In un batter d'occhio mi crolla il mondo addosso e mi appoggio al muro. Devo essere impallidito perché la vecchietta mi domanda tutta premurosa se sto bene. Dopo averla rassicurata, la saluto e mi allontano, mentre un’improvvisa spossatezza si impadronisce delle mie gambe. Attraverso stancamente l’isolato e mi trovo davanti a dei giardini con delle panchine di pietra, poi mi siedo senza volontà alcuna. Alzo gli occhi, di fronte, al lato opposto della strada, campeggia l’insegna della macelleria con la saracinesca abbassata. Per un istante sono preso dal desiderio di fuggire di corsa e abbandonare al più presto il paese, ma poi la curiosità e la voglia di vedere Rita per l’ultima volta m’inducono a ripensarci. Attendo pazientemente l’ora di apertura e, dopo circa mezz’ora, il rumore metallico della saracinesca mi distoglie dal mio torpore. Non avendo visto arrivare nessuno deduco che abitino sopra la bottega e siano entrati dall’interno. Ad un certo punto si affaccia un uomo piuttosto robusto, mi sembra molto più grande di me, avrà sui quaranta anni. Attendo osservando i movimenti dentro il locale, quando intravedo una figura di donna che riconosco subito. Nel frattempo entra una cliente, mi alzo avvicinandomi alla porta d’ingresso. Rita è lì sul bancone a fianco del marito sorridente che, interloquendo allegramente con la signora che è entrata poco prima, taglia a fettine una grossa polpa di carne. Vorrei entrare e salutarla ma l’ingombrante presenza del marito mi fa desistere, quindi giro sui tacchi e mi allontano rapidamente prima che possa accorgersene, prendendo a salire verso il duomo, dove la costruzione imponente domina tutto il paese. Giunto sullo spiazzo antistante, dove si apre lo scenario immenso delle Apuane che si stagliano nel cielo azzurro, mi appoggio con i gomiti al parapetto che delimita il grande piazzale davanti alla chiesa e, con lo sguardo assorto che si perde nell’orizzonte, mi lascio avvolgere da pensieri che, aggrovigliandosi nella mente, mi isolano dal mondo. Mi desta da quello stato assorto un vocio e delle risa provenienti dalla via che sale verso la Chiesa. Mi volto, due ragazze avanzano allegre verso la piazza, una la riconosco subito, è la mia compagna di viaggio della corriera. Vengono verso di me, anche la ragazza mi riconosce e sembra contenta di avermi incontrato. Questa volta ci presentiamo, ossia, è lei che inizia le presentazioni. La tristezza di colpo svanisce e, guardandoci negli occhi, intraprendiamo una fitta conversazione su ogni cosa, come se ci fossimo conosciuti da sempre. Intorno a noi si fa il vuoto, tanto che la ragazza che l’accompagnava, con una scusa, si allontana. Ad un certo punto mi chiede se ho visitato la casa del Pascoli ed io gli rispondo di no, quindi mi invita a visitarla insieme, offrendosi di farmi da guida. Scendiamo allegramente dalla collina e ci incamminiamo verso la casa museo che è situata dalla parte opposta. Giunti alla casa, ella va incontro al custode che conosce molto bene, perché, essendo studentessa di liceo, spesso va ad aiutarlo in occasione delle visite. Entro nella casa con la mia guida personale, che spiega a bassa voce, come se avesse paura di svegliare il poeta. Quella atmosfera carica di poesia, la sua vicinanza ed il suo profumo, mi mettono uno strano languore e mi accorgo di non essere molto interessato alle suppellettili. Inavvertitamente, nel muoversi tra i mobili, mi sfiora con il suo corpo. L’evento mi da i brividi, ma cerco di mantenere in ogni caso un contegno interessato. Al momento di passare dalla cucina allo studio ci troviamo sulla porta, uno di fronte all’altra. I corpi nello stretto passaggio si toccano di nuovo ed i nostri volti, con espressione imbarazzata e divertita, si fronteggiano. Improvvisamente una specie di calamita attrae le nostre labbra che si sfiorano e si ritraggono, per poi ricongiungersi in un bacio interminabile. Finita la visita, non ricordo gran che delle sue spiegazioni, usciamo mano nella mano da quella casa frastornati ma felici.

Si è fatto tardi e, tra pochi minuti, parte l’ultima corriera che non posso perdere. Il crepuscolo si tinge sempre più di scuro. Lei mi accompagna alla fermata e io vorrei che l’autobus non arrivasse mai, ma invece arriva puntuale. Prima di salire un ultimo bacio e la promessa che tornerò presto.

Mentre la corriera scende velocemente verso Lucca, sballottandomi di qua e di là alle curve, ripercorro gli eventi di una giornata particolarmente intensa ed infine mi assopisco, poi una frenata brusca mi scuote, siamo arrivati al capolinea, la stazione è là di fronte.

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