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Il sapere liberato/II

Da Biblioteca.


2. I brevetti fanno male
2005
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I MITI DELLA PROPRIETÀ INTELLETTUALE


Di proprietà intellettuale si parla sempre più spesso, ma a senso unico: i brevetti e il diritto d'autore sono i nuovi idoli dell'economia. Nei dibattiti televisivi o negli articoli sui giornali si citano le cifre sui brevetti per misurare la capacità di innovazione di una nazione. Non deve dunque sorprendere il fatto che nelle università e nei centri di ricerca di tutto il mondo, scienziati e ricercatori, con scarso rispetto della realtà empirica, diano ormai per scontato che la proprietà intellettuale "faccia bene" alla ricerca, e cerchino piuttosto di racimolare un po' di soldi dalla vendita delle proprie invenzioni. L'affermazione di questo strumento nuovo di finanziamento dell'innovazione, proprio mentre i governi stringono i cordoni della borsa, riducendo la quota di Pil destinata alla ricerca, è stato accompagnato da un'arrembante propaganda mediatica. Così, è sembrato naturale che l'unico modo di incentivare l'innovazione e la ricerca fosse di privatizzarle, riconoscendo la proprietà privata anche sulle idee. In realtà, proprietà intellettuale (privata) e ricerca non vanno così d'accordo. Abbiamo visto nel precedente capitolo che esiste una dimensione applicativa della ricerca fortemente condizionata dall'uso della proprietà intellettuale e contraddistinta dalla competizione fra inventori, imprenditori, aziende e industrie. Ma esiste anche il mondo della ricerca di base, che ha regole di funzionamento proprie, esse stesse competitive e paragonabili ad un "mercato", ma basate sulla condivisione di metodi ed idee. (1) Difatti il principale metro di valutazione della competitività nelle istituzioni scientifiche e accademiche è proprio la quantità di conoscenza che un qualsiasi ricercatore riesce a rendere pubblica attraverso articoli di giornale e libri nel minor tempo possibile. (2) In ogni caso il sapere è una risorsa economica particolare, in quanto non è "scarso": chi lo possiede può trasmetterlo infinite volte senza perderne la piena disponibilità, a differenza di altre risorse. Inoltre, soprattutto grazie alle attuali tecnologie dell'informazione, distribuire conoscenza costa molto meno che produrla.

Le uniche voci discordanti al processo che ha portato una privatizzazione sempre più spinta dei luoghi della conoscenza, sono venute però dalle associazioni per il diritto all'accesso ai farmaci e alle tecnologie digitali, e dai movimenti che si sono opposti alle biotecnologie in campo agroalimentare. In questi anni, essi hanno portato all'attenzione generale le conseguenze negative dello sfruttamento della proprietà intellettuale, almeno dal punto di vista della fruizione del progresso scientifico e tecnologico. Lo sconvolgimento di sistemi agricoli millenari, il mancato accesso ai farmaci essenziali nel Sud del mondo indotti dal monopolio dei brevetti e l'assurdità della guerra contro la pirateria in ambito informatico sono divenuti simboli internazionali del dominio economico globale. Tuttavia, è opinione altrettanto diffusa nella società che brevetti e copyright siano "mali necessari" perché la tecnologia soddisfi i bisogni attuali, e che manchino alternative in grado di sostituirle. Invece, come vedremo in questo capitolo, gli effetti negativi della proprietà intellettuale sulla ricerca scientifica sono numerosi, mentre i presunti benefici sono gonfiati da una propaganda a senso unico.

Economisti importanti, fautori dell'economia neoclassica che fa da base teorica alle politiche liberiste, hanno sostenuto la necessità della proprietà intellettuale perché anche l'investimento negli "intangible assets" (i beni immateriali) fosse gestito con la massima efficienza. (3) Si tratta dello stesso ragionamento che vuole ridurre l'intervento pubblico, nella convinzione che la legge della domanda e dell'offerta da sola porti il sistema economico nelle condizioni di massima produttività. La teoria economica neoclassica oggi non gode di grande considerazione tra gli analisti, sebbene venga tuttora applicata dai politici di destra e dal Fondo monetario internazionale. Essa, infatti, ha generato un'ideologia difficile da sfatare, vantaggiosa per i molti interessi costituiti, primi tra tutti i governi del Nord del mondo e le multinazionali. Un fenomeno simile accade per il sistema dei brevetti e per il copyright: la loro attuale espansione non sembra giustificata da risultati oggettivi.

Un brevetto concede un monopolio ventennale su un'invenzione, e il diritto d'autore dura ancora più a lungo. Nel periodo del monopolio, l'uso sociale di quanto è frutto della creatività intellettuale dipende esclusivamente dalle concessioni fatte da chi detiene tale monopolio. Inevitabilmente, laddove tale uso è di importanza vitale per una società (si pensi ad esempio ai farmaci), ne deriva un danno. D'altro canto, questo danno sociale dovrebbe essere compensato dalla diffusione dell'informazione sulla tecnologia brevettata, ed è considerato un male necessario perché enti pubblici e privati siano stimolati ad investire nella produzione di un bene riproducibile infinite volte, invece che limitarsi all'imitazione altrui. Entrambe le giustificazioni, date molto spesso per scontate, vanno però sottoposte a verifica pratica.

Diverse ricerche, negli ultimi anni, non sono riuscite a verificare empiricamente tale affermazione. Ricerca e sviluppo e brevettabilità sono ovviamente collegate, ma non si possono stabilire rapporti di causa ed effetto tra il rafforzamento della proprietà intellettuale e l'aumento degli investimenti nell'innovazione. L'istituto della proprietà intellettuale, infatti, ha ricevuto un impulso notevole dagli anni ottanta in poi in quasi tutte le aree sviluppate. La brevettabilità di materiale genetico, di programmi informatici e metodi commerciali ha allargato l'area di innovazione privatizzabile. Le istituzioni preposte al riconoscimento e alla difesa della proprietà intellettuale sono state unificate e potenziate, con l'attribuzione di tali attività ad un'unica corte federale negli Usa, (4) la creazione di un ufficio brevetti europeo e la firma dell'International Patent Cooperation Treaty. Il rispetto della proprietà intellettuale fa parte degli accordi commerciali globali, dopo gli accordi TRIPs, e la brevettabilità è stata estesa a settori di ricerca no profit (università, enti pubblici e organizzazioni non governative), tradizionalmente non obbligati al rispetto della proprietà intellettuale. Negli stessi anni, gli investimenti in ricerca e sviluppo sono aumentati o diminuiti indipendentemente da questi provvedimenti. Negli Usa, per esempio, gli investimenti in ricerca e sviluppo sono aumentati tra gli anni settanta e gli ottanta, per poi diminuire (come in quasi tutti i paesi ad alto tasso di innovazione tecnologica) negli anni novanta, mentre il numero di brevetti è cresciuto ininterrottamente dalla metà degli anni ottanta in poi. (4, 5, 6, 7, 8) Lo scarso impatto è osservato anche nei diversi settori tecnologici, con poche eccezioni. (9, 10) Altrettanto inutile, sul piano dello stimolo alla ricerca, sembra essere stata la riforma del sistema brevettuale giapponese del 1988, che non ha aumentato significativamente la spesa in innovazione malgrado l'estensione del monopolio attribuito ai detentori dei brevetti (5, 11).

Persino in paesi "minori" dal punto di vista dell'impatto tecnologico (per esempio, Canada, India e Italia), caratterizzati da una debole tradizione sia nel campo della ricerca sia della proprietà intellettuale, maggiore protezione per la proprietà intellettuale non si è tradotta in aumento dell'attività di ricerca e sviluppo. (12, 13, 14, 15) La storia della proprietà intellettuale in Italia è da questo punto di vista abbastanza significativa. La crescita complessiva del numero dei brevetti prodotti in Italia si è concentrata in due periodi storici: dal 1913 al 1929 e dal 1963 al 1983, senza tuttavia fare da traino a un incremento significativo nella ricerca e sviluppo (sia privati, ma soprattutto pubblici) nello stesso periodo storico. (16) Lo stesso tentativo di potenziare la brevettabilità per rendere economicamente appetibile l'investimento in innovazione è fondato su un presupposto economico tanto diffuso quanto incerto, secondo cui anche la ricerca, spinta dal commercio, nel diventare più produttiva abbasserebbe i costi. I costi dello sviluppo di un'invenzione però sono molto più alti nel settore privato che nel pubblico, sia per l'impresa (ma fin qui si tratta di libera scelta) sia per i cittadini, che a causa del monopolio brevettuale vedono impennarsi i prezzi al consumo. Uno studio sull'industria farmaceutica realizzato nel 2002 per il Center for Economic and Policy Research mostra risultati sorprendenti: per ottenere gli stessi risultati, in termini di farmaci, l'industria privata spende mediamente il doppio (ventisei milioni di dollari contro tredici) rispetto al settore pubblico, che può fare a meno della proprietà intellettuale. L'effetto del monopolio sui prezzi dei farmaci è ancor più pesante, poiché i risparmi dei consumatori americani oscillerebbero tra i quaranta e gli ottanta milioni di dollari, se i farmaci fossero tutti "generici". Le aziende, infatti, zavorrano l'innovazione ritardando la pubblicazione delle ricerche e spendendo in attività che hanno poco a che vedere con l'innovazione, attività che vanno dalla pubblicità alle spese legali. (17) Solo il 10 percento dei ricavi di una casa farmaceutica privata viene reinvestito in ricerca e sviluppo. Lasciare le invenzioni nel pubblico dominio, dunque, appare come un modo più efficiente, anche economicamente, di utilizzare le risorse conoscitive.

L'innovazione in campo farmaceutico, nonostante i brevetti si moltiplichino, vive un momento di pesante stagnazione. Basti pensare che tra il 1996 e il 2003 il numero di nuovi farmaci approvati dalla Food & Drug Administration (l'autorità statunitense di controllo sanitario) sono scesi da cinquantasei a ventuno.


BigScience

Ma vediamo cosa è davvero successo nella realtà delle università, in particolare in quelle americane: la loro posizione dominante all'interno del mondo scientifico fa sì che i loro comportamenti influenzino l'universo della ricerca nel suo complesso. Grazie ad una politica decisa ed aggressiva da parte degli Usa, nel corso degli anni ottanta la legislazione internazionale per il rispetto della proprietà intellettuale è stata vincolata ad accordi commerciali internazionali. Nel trascinare in questa politica anche i poli economici più importanti, come l'Europa e il Giappone, gli Usa hanno di fatto frenato processi di modernizzazione alternativi (per esempio, India e Brasile), condannando definitivamente i paesi in via di sviluppo ad un ruolo marginale nel processo di modernizzazione tecnologica. Il quadro non sarebbe tuttavia completo senza un'analisi dei cambiamenti altrettanto decisivi che hanno coinvolto la struttura della ricerca e la dinamica dell'innovazione tecnologica: mutamenti anticipati negli Stati Uniti e in corso di diffusione nel resto del mondo. L'espansione della logica brevettuale è direttamente correlata con le mutazioni del mondo della ricerca, e ha contribuito in modo essenziale alla nascita di quello che - utilizzando le categorie messe a punto dalla sociologia del lavoro - può essere definito come "postfordismo scientifico". (18)

L'organizzazione della ricerca scientifico-tecnologica negli Usa dopo la Seconda guerra mondiale era basata su tre grandi pilastri: la ricerca pubblica nelle università, la ricerca condotta nei laboratori delle grandi imprese, la ricerca condotta nei grandi laboratori legati a finanziamenti militari. Questa organizzazione rispecchiava in modo chiaro il campo di applicazione della conoscenza scientifica. I laboratori industriali assicuravano la produzione di innovazione tecnologica, i laboratori militari erano focalizzati sui grandi progetti nel quadro della Guerra fredda e finanziando al tempo stesso significativamente la ricerca di base, potenziale fonte di innovazione tecnologica sul lungo periodo, cui era dedicata la gran parte della ricerca universitaria. Era dunque netta la divisione tra ricerca di base e ricerca applicata. Tralasciando il caso di quella militare, che necessita di un discorso a sé, la ricerca applicata riguardava soprattutto discipline quali la chimica industriale, la meccanica, l'ingegneria e alcuni campi della scienza dei materiali. Verso la fine degli anni settanta questa struttura, che aveva garantito la modernizzazione del paese e che era stata riprodotta con caratteri simili in altri paesi sviluppati quali Germania, Gran Bretagna, Francia e Giappone, iniziò a cambiare. I motivi di tale trasformazione sono molteplici. Forse il più importante tra questi riguarda lo sviluppo di nuove tecnologie e campi del sapere che da un lato hanno permesso di svolgere la ricerca scientifica a costi minori, e dall'altro di produrre conoscenze sempre più commercializzabili. L'elettronica e i computer hanno permesso per esempio ai singoli laboratori di svolgere la ricerca in modo più rapido, alimentandosi inoltre grazie all'interazione tra università e imprese private (spesso di piccole dimensioni). Esempio di questa nuova interazione basata su un substrato tecnologico definito - quello dei semiconduttori - è la storica ascesa della Silicon Valley in California, dove università quali la Stanford University e imprese quali la Hewlett-Packard sperimentarono nuove forme di cooperazione tra università e impresa. (19) A questo va aggiunto il rapido sviluppo della biologia molecolare, che si è affermata negli anni settanta come disciplina guida nel panorama scientifico, grazie ad esempio alla tecnologia del Dna ricombinante che avrebbe poi aperto la strada all'ingegneria genetica. La ricerca chimica e biochimica di base attraevano inoltre sempre più l'attenzione delle industrie farmaceutiche che vedevano nella sintesi bio-chimica una possibile miniera d'oro. La chimica fisica dei colloidi finì nel mirino delle compagnie petrolifere che, dopo lo shock degli anni settanta, cercavano di migliorare i metodi di estrazione e raffinazione del petrolio. La trasformazione della società verso il mondo dell'apparenza rendeva inoltre la cosmetica - versione consumistica della chimica farmaceutica – un settore trainante. Nuovi mercati erano dunque pronti ad accogliere i frutti del boom tecnico-conoscitivo.


Brevetti à go-go

Questa esplosione di nuove tecnologie, o meglio, di attenzione verso i nuovi orizzonti tecnologici, ha spinto l'industria a stringere stretti rapporti con le università, che da parte loro hanno progressivamente sfumato ogni distinzione tra ricerca di base e scienza applicata. Tuttavia, per amministrare e incentivare questo nuovo sogno mercantile, doveva essere imposta una radicale trasformazione dell'organizzazione della ricerca, sia dal punto di vista legislativo che da quello finanziario. Negli anni ottanta si crearono le condizioni per rivoluzionare l'assetto della ricerca e la tradizionale classificazione del sapere. Negli Stati Uniti, una pietra miliare di questa politica è rappresentata dal Patent and Trademark Amendments Act, meglio noto come Bayh-Dole Act, dal nome dei senatori firmatari, votato nel 1980. In base a questa legge, università e centri pubblici possono brevettare i risultati della ricerca finanziata da fondi federali. Ciò ha creato le condizioni per un rapido trasferimento di conoscenza dai laboratori universitari all'industria e allo stesso tempo ha stimolato i ricercatori a concentrarsi sugli ambiti dal maggiore potenziale applicativo. Grazie al brevetto, la conoscenza era stata dunque trasformata in moneta di scambio e in una forma di investimento, ora non più esclusiva dell'industria, ma accessibile anche ad istituzioni quali le università. Effetto indiretto del Bayh-Dole Act è stata la protezione, mettendola sotto brevetto, della grande mole di conoscenza di base sviluppata negli Stati Uniti grazie agli ingenti fondi pubblici per la ricerca a beneficio delle industrie nazionali, sottraendola a fenomeni di "copiatura" tecnologica internazionale. Il Bayh-Dole act è solo uno dei tanti provvedimenti legislativi che negli anni ottanta hanno tentato di costruire di uno spazio di ricerca inarrivabile per i concorrenti in grado di rafforzare il dominio americano. Nel 1989 viene emanato il National Competitiveness Technology Transfer Act che permetteva ai laboratori nazionali - ad esempio il Nih (National Institutes of Health) - di creare accordi di diversa natura con i settori privati: licenza di utilizzo di brevetti, uso di strutture e apparecchiature, scambio e prestito di risorse umane. A queste normative che spingevano per l'interconnessione tra ricerca pubblica e mercato, altri tasselli dovevano essere aggiunti per completare il mosaico. Se la conoscenza poteva circolare nel nuovo reticolo grazie alla sua brevettabilità, questa doveva essere innanzitutto facilitata, innovando le stesse istituzioni che si occupavano del rilascio e il riconoscimento dei brevetti. Nel 1982 il Congress of Federal Courts Improvement Act creò una autorità unica di appello per le questioni riguardanti il rilascio dei brevetti, tasse, contratti governativi eccetera, facilitando di fatto l'ottenimento di un brevetto e determinando quindi l'aumento dei brevetti depositati. Il nuovo contesto tecnologico richiedeva infatti una maggiore flessibilità. L'industria dell'informatica per esempio, come vedremo più avanti, premeva perché gli algoritmi e la loro implementazione nei codici informatici fossero brevettabili, mentre l'industria biotecnologica imporrà negli anni la brevettabilità di specie viventi, sequenze genetiche e proteine.


Università-impresa

Definita la cornice legislativa, le università statunitensi, almeno quelle più attente all'innovazione tecnologica - per esempio Stanford, Berkeley, Columbia - si sono trasformate in vere e proprie macchine da brevetti e incubatori di imprenditoria scientifica. Le scoperte brevettate potevano essere date in licenza d'utilizzo a qualche grande corporation, come nel caso delle case farmaceutiche, ma anche direttamente commercializzate con la creazione di piccole imprese scientifiche, le cosiddette "start up". Gli ultimi due decenni del Novecento sono stati caratterizzati dall'esplosione di questa imprenditoria e migliaia di ricercatori si sono cimentati con il mercato. Grazie a un sistema finanziario che facilita l'accesso al credito e l'utilizzo del capitale di rischio (Venture Capital) i ricercatori, in accordo con le università, hanno creato imprese scientifiche che grazie alla ricerca pubblica immettevano sul mercato alcune innovazioni tecnologiche. Nella maggioranza dei casi le start up sono imprese che non producono profitto immediato, ma vengono finanziate dal mercato attraverso la quotazione in Borsa per fare ricerca, nella speranza di poter ottenere un portafogli brevetti vasto, in modo tale da garantirsi la sopravvivenza o vendersi a qualche grande impresa del settore. Il ciclo di vita/morte delle imprese scientifiche è molto rapido, e solo in casi specifici l'impresa si radica nel mercato potendosi autosostenere finanziariamente. Un caso esemplare di impresa di successo è sicuramente la Genentech, la prima impresa biotecnologica, fondata nel 1976 dal finanziere Robert Swanson e dal biologo Herbert Boyer. Quest'ultimo era un pioniere del Dna ricombinante: nel 1973 insieme a Stanley Cohen era riuscito a inserire in un batterio una sequenza di Dna estraneo che si era mantenuto funzionale. Le loro università di appartenenza, Stanford e University of California - San Francisco, hanno ottenuto nel 1980 il brevetto (estinto nel 1997) su questa tecnologia, guadagnando centinaia di milioni di dollari in royalty. Dopo aver prodotto la prima proteina umana grazie al Dna ricombinante (la somatostatina, nel 1978) introdotto nel batterio E.coli, nel 1980 la Genentech entrò in Borsa: in un'ora di contrattazioni il prezzo delle azioni passò da 35 a 88 dollari. Due anni dopo, l'azienda brevettò il primo farmaco biotecnologico, l'insulina umana. La licenza d'utilizzo fu immediatamente venduta alla Eli Lilly. L'impatto dell'imprenditoria scientifica sul mercato finanziario è stato rivoluzionario, tanto che il Nasdaq, originariamente concepito come mercato borsistico di titoli secondari, si trasformò in quello che attualmente è: il mercato borsistico dei titoli tecnologici. Questa rivoluzione ha investito anche gli altri istituti finanziari, come banche e fondi pensione: i "venture capitalist" e gli investitori istituzionali - il vero carburante per la crescita del mercato tecnologico - dovevano avere una preparazione adeguata per valutare le iniziative imprenditoriali a carattere scientifico, giudicandone stabilità e prospettive di successo. In questo quadro l'ideologia del brevetto ha avuto certamente un ruolo importante. Poter brevettare significava infatti per le aziende scientifiche accaparrarsi la fiducia del mercato, e quindi vedere salire alle stelle le proprie quotazioni in Borsa. Un nuovo canale di finanziamento si aprì dunque con l'estensione della brevettabilità alle discipline "esotiche" della ricerca scientifica. La Borsa ha pian piano invaso la ricerca pubblica. Se prima del 1980 erano stati depositati solo duecentocinquanta brevetti l'anno, nel 2003 ne sono stati riconosciuti 3933, con un incremento del 12 percento rispetto all'anno precedente. Tale crescita si è fermata solo dopo la crisi del 2002 e il crollo dei titoli tecnologici, ma in breve tempo si è ripresa.


Perché i brevetti fanno male alla ricerca

L'analisi dell'impatto dei brevetti sulle università statunitensi non è semplice. È stato ad esempio dimostrato che in media gli introiti dovuti ai brevetti rappresentano tra lo 0,5 e il 2 percento rispetto ai finanziamenti complessivi ottenuti in altre forme. (20) Si potrebbe dunque affermare che non ha sensibilmente arricchito i fondi delle università. Tuttavia, l'analisi media tradisce la realtà. Esistono alcuni casi in cui un brevetto garantisce all'università una vera e propria ricchezza. La Columbia University, l'ateneo con il più alto reddito dovuto a royalty nel 2003, ha guadagnato centosettantotto milioni di dollari. La Rice University grazie al brevetto del fullerene o C60 - il famoso pallone di carbonio - può garantirsi entrate enormi dovute all'espansione del mercato delle nanotecnologie. La ricchezza dovuta ai brevetti tuttavia non è eterna, poiché le innovazioni possono soppiantare la tecnologia protetta, o più semplicemente perché i brevetti scadono. In un solo anno, tra il 2003 e il 2004, la Columbia ha visto diminuire di circa sessanta milioni di dollari i propri introiti a causa dello scadere di validità di alcuni brevetti. Questo problema ha spinto le università ad preoccuparsi di come difendere e rinnovare il proprio portafoglio, non solo con nuove innovazioni, ma anche con iniziative giuridico-scientifiche alquanto dubbie. Sempre la Columbia si è trovata al centro di uno scandalo. Nel 2000, dopo diciassette anni, ha visto scadere un brevetto che garantiva ricavi per cento milioni di dollari annui. Per fare fronte alla possibile crisi, gli avvocati hanno richiesto prima della scadenza un'estensione del brevetto introducendo qualche piccola novità. La richiesta è stata accolta, ma le compagnie biotech infuriate si rifiutano di pagare le royalty per il nuovo brevetto. Le università insomma si stanno comportando come le corporation, giocando su cavilli burocratici per difendere i propri monopoli, a scapito della circolazione della conoscenza.

La repentina trasformazione del mondo della ricerca pubblica ha modificato la produzione e diffusione della conoscenza. La "nouvelle vague" del brevetto, dopo essersi consolidata negli Usa, è stata presto imitata nella Ue e in Giappone. Le conseguenze per il mondo della ricerca scientifica sono preoccupanti: si sono costituiti veri e propri monopoli della conoscenza, l'informazione rischia di circolare in modo sempre più lento e i costi per la ricerca in alcuni settori aumentano a causa delle royalty. La ricerca pubblica che gioca all'impresa inizia a conoscere i problemi della competizione e della ferocia del mercato, e rischia di esserne stritolata. Vedremo nel seguito perché i brevetti non possano garantire un'efficace e rapida innovazione tecnologica, come tanta superficiale retorica vorrebbe far credere. Al contrario, essi rappresentano "vera e propria sabbia nel motore tecnologico". (21)


Il brevetto e la diffusione dell'informazione

In linea teorica, tutti i sistemi nazionali di tutela della proprietà intellettuale prevedono che la richiesta di un brevetto comporti la divulgazione dell'invenzione. In realtà, tale norma vale solo in parte. Gli uffici brevetti consentono una temporanea moratoria sulla pubblicazione: diciotto mesi è la regola accettata negli accordi TRIPS del 1994, sottoscritti dal 90 percento degli stati; ma negli Usa essa è applicata solo a partire dal 2001. Per di più, la legislazione americana permette di mantenere la riservatezza anche oltre questo termine, se i brevetti sono depositati nei soli Stati Uniti. In questo modo, una frazione delle invenzioni rimane segreta. Nel 2002, l'11 percento delle richieste di brevetto statunitensi non è stato reso pubblico grazie a questa clausola, e nel settore dell'informatica tale percentuale sale al 19 percento. Inoltre, alcune richieste di brevetto vengono ripetute numerose volte per la stessa invenzione con variazioni minime: in questo modo si sfrutta il segreto fino a quando la divulgazione non divenga conveniente, ovvero quando un concorrente può essere accusato di violazione del brevetto e messo in condizione di non nuocere. Tutti i sistemi brevettuali prevedono poi che la pubblicazione dia sufficiente informazione per riprodurre l'invenzione. Nella realtà, come tutti possono immaginare, una regola simile lascia notevole margine di interpretazione. Molto spesso, infatti, la descrizione dell'invenzione è volutamente oscura, e nella maggior parte dei casi non basta per impossessarsi realmente della tecnologia brevettata. Nessuna pubblicazione può essere tanto accurata da includere l'insieme di conoscenze non formalizzate - il know-how - grazie alle quali la tecnologia è stata generata e fatta funzionare. Per entrare veramente in possesso della tecnologia, quindi, occorre la partecipazione dello stesso inventore: ciò avviene solo acquisendo una licenza d'uso sul brevetto attraverso una negoziazione diretta tra le parti. Per esempio, dopo la Prima guerra mondiale, gli stati vincitori confiscarono i brevetti chimici tedeschi, ma non riuscirono ad utilizzarli. (22) Le industrie giapponesi arrivarono al punto di tentare, senza successo, di comprare dalla tedesca Basf il know-how necessario. (23) Nel particolare caso del software, diventato brevettabile solo nel 1981, (24) la divulgazione dei risultati è parziale per definizione. Infatti, il codice sorgente di un software, ovvero la sequenza di istruzioni in un linguaggio informatico comprensibile all'uomo e interpretabile da una macchina, non viene diffuso insieme all'"invenzione", nonostante si tratti di un'informazione fondamentale per il funzionamento del programma descritto. Peraltro, la stessa legislazione americana sconsiglia di usare la letteratura brevettuale come fonte di informazione: se infatti la violazione di un brevetto avviene consapevolmente, la sanzione triplica. Per quanto possa apparire facilmente aggirabile, molti esponenti del mondo imprenditoriale sostengono che tale norma costituisce un "sostanziale disincentivo alla consultazione della letteratura brevettuale". (25) Paradossalmente, il sistema dei brevetti funziona meglio come mezzo di divulgazione in Giappone, ma per il motivo opposto a quello sbandierato dagli economisti liberali: l'ufficio brevetti nipponico, infatti, approva una frazione molto bassa delle richieste presentate (solo il 17 percento), ma impone la pubblicazione dell'invenzione già al momento della richiesta: il risultato è che la gran parte delle invenzioni vengono messe a disposizione del pubblico, ma senza ottenere diritti di proprietà intellettuale (5). La letteratura brevettuale, comunque, non è di facile consultazione. L'accesso a questi database non è detto che sia gratuito. (26) La scarsa funzione di diffusione dell'innovazione svolta dalla letteratura brevettuale è testimoniata dagli stessi imprenditori americani e giapponesi intervistati in una ricerca del 2002. Pubblicazioni scientifiche, congressi e comunicazioni informali sono infatti considerati fonti di informazione più essenziali rispetto ai brevetti, suggerendo che i canali principali di trasmissione dell'innovazione non sono quelli commerciali (5).

Tuttavia, la possibilità di ottenere un brevetto da un'invenzione, ritarda la pubblicazione in ambito scientifico (sulle riviste, in rete o nelle conferenze) di informazioni rilevanti. Per non favorire la concorrenza, si preferisce attendere che l'intero processo innovativo sia sviluppato e brevettabile, piuttosto che rischiare di divulgare le tappe intermedie, dando ad altri la possibilità di "confezionare" l'invenzione finale. (17) Alcuni studi hanno ben sottolineato che questi ritardi sono tipici sopratutto per quei ricercatori provenienti da campi storicamente estranei alla tecnologia applicata. (27) Chi non ha familiarità con le pratiche brevettuali paga un prezzo elevato, e rischia di ritardare il tradizionale iter della pubblicazione. I ricercatori della Ue sembrerebbero per esempio propensi ad estendere il cosiddetto "periodo di grazia" - un limitato segmento temporale (negli Usa di un anno) che precede la richiesta di brevetto durante il quale possono essere resi pubblici i dettagli dell'innovazione. In questo modo verrebbe garantita la possibilità di pubblicare le proprie scoperte e contemporaneamente richiedere la copertura brevettuale. Quando si tratta di distribuire i proventi di un brevetto, il titolare è unico e il contributo collettivo al progresso scientifico non è riconosciuto, sebbene sia parte integrante del sistema di ricerca. L'eventualità che ad un unico risultato concorrano più soggetti, in competizione o collaborazione, è infatti una pratica molto comune in campo scientifico, per quanto sia fonte di sporadiche controversie. La comunità scientifica è solitamente in grado di misurare il contributo di diversi ricercatori a un dato risultato scientifico, e di attribuirne i meriti correttamente.


Il copyright e la diffusione dell'informazione

La diffusione della conoscenza scientifica risulta limitata dalla proprietà intellettuale anche per mezzo del diritto d'autore. La forma più elementare è il copyright sulla letteratura specializzata. Le pubblicazioni scientifiche sono il tessuto connettivo fondamentale della comunità scientifica. Attraverso la pubblicazione su riviste specializzate, l'informazione scientifica circola e permette il confronto, la competizione e la collaborazione tra i ricercatori. Oggi, la comunicazione scientifica è concentrata nelle mani di pochi colossi editoriali, che grazie alla proprietà intellettuale governano la diffusione dell'informazione anche nell'era digitale, quando ben altra decentralizzazione sarebbe possibile. Per fare un esempio, un unico editore tedesco, Georg von Holtzbrinck, controlla il gruppo MacMillan-Palgrave di editoria scientifica, che a sua volta contiene il Nature Publishing Group; il gruppo Scientific American, con accordi di franchising in tutto il mondo ("Le Scienze" per l'Italia); il quotidiano tedesco "Die Zeit"; la casa editrice W.H. Freeman e diverse altre attività in tutto il mondo. Lo strapotere di pochi gruppi editoriali (l'editore Elsevier detiene da solo il 28 percento del mercato mondiale dell'editoria scientifica), che limita la fruizione persino per le edizioni elettroniche distribuite via Internet, canale ormai abituale per gli addetti ai lavori, è uno dei fattori che ha fatto lievitare in modo esponenziale i costi per l'accesso all'informazione scientifica. I costi necessari per gli abbonamenti alle riviste specializzate stanno mettendo in difficoltà persino le istituzioni pubbliche dei paesi più sviluppati poiché, mentre gli investimenti necessari a mantenere aggiornata una biblioteca accademica aumentano, i finanziamenti a tali servizi sono in netta diminuzione. La disponibilità quasi gratuita di Internet, soprattutto nella comunità scientifica, fa apparire decisamente artificiosi i costi che gli editori lamentano per giustificare le restrizioni all'accesso alle riviste. (28) Il prezzo delle riviste è innalzato dall'anomalia del mercato dell'editoria scientifica, caratterizzato da una domanda "fortemente anelastica", ovvero poco correlata al prezzo della merce scambiata. Una biblioteca accademica non può privarsi delle riviste più importanti, come "Nature" o "Science", indipendentemente dal prezzo dell'abbonamento. Non solo, nella realtà la ricerca nei laboratori è legata a pubblicazioni specialistiche e quindi a riviste meno importanti ma essenziali. Il costo di queste riviste è alto ma privarsene significa tagliare fuori i propri laboratori dagli sviluppi del settore. Certo, se i bilanci impongono tagli alle spese, le biblioteche di solito rinunciano alle pubblicazioni meno conosciute, rendendo ancor più dominanti le posizioni delle riviste già affermate. L'ingresso sul mercato editoriale di nuovi competitori, con diverse strategie commerciali, si scontra con questa soglia d'accesso. Il copyright, che impedisce la distribuzione anche non commerciale delle riviste, permette dunque la formazione e il consolidamento di monopoli editoriali.

Si tratta di un mercato decisamente redditizio, in quanto su ciascun articolo i guadagni ammontano ad alcune migliaia di dollari. (29, 30) Tali restrizioni appaiono ancor più ingiustificate, se si pensa che la stragrande maggioranza delle pubblicazioni riportano risultati di ricerche finanziate con denaro pubblico. (28) Nonostante siano i committenti delle ricerche, i ricercatori pubblici (e se vogliamo anche i cittadini) si vedono negare la possibilità di consultarne i risultati. Contro questo paradosso, commissioni parlamentari ed enti di ricerca hanno protestato e proposto alternative concrete che favoriscano la circolazione dell'informazione (28, 30, 31, 33). Purtroppo, finora i governi hanno difeso gli interessi privati degli editori contro le ragioni del pubblico servizio, e hanno ostacolato l'esplorazione di strategie innovative. È analogo il pericolo legato alla proprietà intellettuale sulle banche dati, uno dei rari casi in cui la legislazione europea scavalca quella americana in materia di restrizione all'accesso. Secondo la direttiva Ue del 1996 sui database (34), chi compila una banca dati ha diritti monopolistici sulla sua distribuzione, anche se i dati in sé sono liberi da copyright. Il rischio che l'appropriabilità dei dati impedisca l'attività di ricerca è grande in discipline che sfruttano grandi quantità di dati, come la genomica, la proteomica, le scienze della terra o l'astrofisica. Gli Usa, hanno già sperimentato l'impatto di simili misure negli anni ottanta: il monopolio concesso alla Earth Observation Satellite Company (Eosat) sui dati del sistema satellitare Landsat aveva decuplicato il costo delle immagini, utilizzate dall'intera comunità dei geofisici, e di fatto impedito la ricerca pubblica nel campo. Il costo di ciascuna immagine salì infatti da quattrocento a quattromila dollari. Il governo americano fu costretto ad intervenire per via legislativa, fissando il prezzo delle immagini a livelli abbordabili per gli enti pubblici di ricerca (34). Nel campo della biologia molecolare, invece, si ha un esempio di segno opposto. Il Progetto genoma umano, realizzato con una collaborazione internazionale di migliaia di ricercatori, è stato reso possibile dal pubblico dominio che ha protetto i dati via via raccolti, permettendo la massima produttività scientifica proprio nel momento in cui lo stesso obiettivo era perseguito anche da un'impresa privata, la Celera Genomics.


Il monopolio sulla ricerca

Persino i più ferventi ammiratori di brevetti e copyright ammettono che il monopolio concesso dal brevetto sia un "male", per quanto "necessario". Evidentemente, lo ritengono un prezzo sopportabile, incapace di influenzare significativamente la direzione del progresso scientifico, oltre che la sua rapidità. Che l'innovazione sia frenata dalla proprietà intellettuale non è una scoperta recente: persino l'invenzione della lampadina a incandescenza di Edison, alla fine dell'Ottocento, (21) aveva avuto un effetto oggettivamente negativo sullo sviluppo del settore. Mentre la fetta di mercato della General Electric (la società fondata da Edison) in soli due anni crebbe dal 40 al 75 percento, le nuove imprese scesero da ventisei, nel 1892, a sole otto nel 1894, mentre il prezzo delle lampadine smise di scendere. (35) I diritti proprietari su un'invenzione, infatti, a volte non sono utilizzati per ottenere profitti dalla diffusione dell'innovazione, ma per bloccare la ricerca nel campo, impedendo che una linea di ricerca venga esplorata dai concorrenti o ottenendo maggiore controllo sull'innovazione. Questo sembra essere la funzione principale assolta dai brevetti in settori industriali ad alto tasso tecnologico, come l'elettronica, che è stata oggetto di un'inchiesta di Brownyn Hall e Rosemarie Ham Ziedonis per la Rand Corporation nel 2001. Il comparto dei semiconduttori, infatti, conosce un paradosso esemplare: nonostante le imprese non facciano valere i propri diritti di proprietà intellettuale per ottenere guadagni economici, il numero di brevetti depositati aumenta dalla metà degli anni ottanta. "In un'industria in cui l'evoluzione tecnologica è rapida e l'innovazione è cumulativa, il rafforzamento del diritto brevettuale accresce il rischio che un detentore di proprietà intellettuale possa di fatto escludere o 'bloccare' l'uso della tecnologia riportata nel brevetto", dichiarano le due ricercatrici americane, (36) e a una simile conclusione giunge anche una ricerca di W.M. Cohen, R.R. Nelson e J.P. Walsh. (37) Ma mentre il freno alla ricerca, indesiderato anche dai fautori dei brevetti, nel caso di Edison è stato solo un effetto collaterale del monopolio industriale, spesso i diritti proprietari sono deliberatamente utilizzati per bloccare la stessa competizione scientifica, arrivando a privatizzare gli stessi strumenti di ricerca. Una tecnologia o un prodotto, infatti, possono servire a scopo sperimentale, senza fini commerciali. Ma la cosiddetta "fair use exemption", l'esenzione dal rispetto della proprietà intellettuale, non è riconosciuta in ambito di ricerca imprenditoriale se non in casi eccezionali (25) e, come vedremo oltre, anche nel settore pubblico è in via di estinzione, con il risultato di inibire un'attività indispensabile per l'innovazione tecnologica. I brevetti nel settore della biochimica, che proteggono i metodi per ottenere in laboratorio sostanze esistenti in natura, portano forse all'estremo questo fenomeno. È una pratica particolarmente pericolosa, e anch'essa non nuova. L'adrenalina purificata, il cui metodo di produzione fu brevettato già nel 1911, fu considerata un nuovo farmaco sebbene la sostanza sia presente nel corpo umano: a partire da quel momento, tecniche di purificazione, anche se radicalmente diverse, avrebbero violato il brevetto. (36) Nel campo dei brevetti biotecnologici, però, l'uso della proprietà intellettuale blocca ancor più spesso l'attività di ricerca altrui, in quanto dal 1980 la Corte suprema statunitense permette la brevettabilità di organismi viventi, (39) ai quali la nozione di "invenzione" andrebbe applicata con molte cautele. Va osservato che la Ue ha adottato un atteggiamento di maggior cautela rispetto agli Usa. (40) L'accusa, spesso citata dispregiativamente, di "brevettare la vita" indica proprio il rischio che lo stesso oggetto di ricerca della biologia finisca in mani private. I casi discussi si sono moltiplicati. Persino una delle aziende che più guadagnano della brevettabilità degli organismi viventi, la Genentech, ha denunciato gli eccessi della proprietà intellettuale quando un metodo basato sul Dna ricombinante per produrre una proteina che coagula il sangue fu bloccato nel 1987 perché violava un brevetto precedente. Il brevetto detenuto dalla Scripps Clinic si riferiva a un metodo di purificazione del tutto diverso, e sensibilmente meno efficace, (41) ma in base alla "dottrina degli equivalenti" copriva anche la tecnica sviluppata dalla Genentech. Sotto accusa è finito poi il brevetto DuPont sul roditore creato in laboratorio in grado di sviluppare spontaneamente alcune forme tumorali: il brevetto, infatti, copre qualsiasi animale transgenico creato in laboratorio con le stesse funzioni, anche se ciò richiedesse sostanziali modifiche e miglioramenti tecnologici. (42) Philip Leder e Timothy Stuart, due ricercatori della Harvard Medical School, individuarono nel Dna dei mammiferi un gene legato allo sviluppo di tumori. Sulla base di questa scoperta, trovarono il modo di inserire l'oncogene nei topi da laboratorio, e nel 1988 brevettarono l'oncotopo, utile per la ricerca contro il cancro. La licenza d'uso fu poi attribuita in maniera esclusiva alla multinazionale DuPont, che a sua volta avrebbe applicato condizioni molto restrittive per autorizzarne l'uso. Dopo anni di trattative con i National Institutes of Health, l'oncotopo può essere impiegato dagli enti pubblici a scopo di sperimentazione, e non in ricerche finanziate da privati. (25) Ma il brevetto sull'oncotopo ha generato infiniti dibattiti soprattutto per la sua estensione. Esso, infatti, comprende l'applicazione della stessa tecnologia transgenica in tutti i mammiferi, e non solo nel topo. È un fatto che preoccupa i ricercatori, in quanto ottenere lo stesso risultato in animali più complessi richiede certamente una forte capacità inventiva, e le conoscenze pubblicate nel brevetto sull'oncotopo non sono affatto sufficienti: nonostante ciò, chi riuscisse ad creare altri animali transgenici violerebbe il brevetto, e non potrebbe brevettare a sua volta la tecnica sviluppata. La DuPont, quindi, potrebbe aver acquisito un diritto di monopolio su un filone di ricerca molto più ampio rispetto ai risultati originali ottenuti dall'Università di Harvard. La versione europea del brevetto sull'oncotopo, non a caso, restringe la copertura brevettuale ai soli roditori. (35) Ancor più noto è il caso dei brevetti sui test diagnostici dei geni BRCA1 e BRCA2, responsabili del 5-10 percento dei casi di tumore al seno: la Myriad Genetics deteneva brevetti sui due geni, sul loro gene soppressore P15 e su anticorpi e proteine associati alla soppressione dei due geni. Questi brevetti davano alla Myriad il monopolio sui test genici, kit diagnostici e prodotti terapeutici negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone. Va sottolineato che la ricerca che condusse alla scoperta dei due geni fu per la maggior parte il frutto della collaborazione internazionale fra vari gruppi di ricerca e coinvolse anche donne portatrici del gene che si adoperarono per favorire lo studio del fenomeno. Solo quando la ricerca stava per approssimarsi alla fase conclusiva, la Myriad decise di chiedere i brevetti di fatto approfittando anche dei risultati di ricerche altrui. La maggior parte della ricerca sul secondo gene (BRCA2) si era sviluppata nel Regno Unito al Sanger Centre di Cambridge e all'Institute of Cancer Research (Isr) e la Myriad fece richiesta per i propri brevetti poche ore prima che la stessa ricerca fosse pubblicata congiuntamente dai ricercatori inglesi sul giornale "Nature". Ne consegue che a tutt'oggi negli Stati Uniti le donne possono accedere a test genetici sul tumore al seno solo pagando profumatamente. Un test parziale sulle mutazioni dei due geni costa tra i duecentocinquanta e i cinquecento dollari, mentre un test completo può raggiungere la cifra di ben duemilaquattrocento dollari. Diverso è il caso dell'Europa, dove questo genere di test vengono fatti per un costo complessivo di centoquaranta dollari per test parziali e millecentoventi dollari per test completi. (43) Dal 2000 e fino al 2003, la Myriad cominciò a far pressioni sulle organizzazioni della sanità inglesi affinché si ponesse fine a questi test a basso costo, giudicati "illegali" proprio perché la Myriad deteneva i suoi brevetti. Ma nella prima metà del 2004, i brevetti sono stati revocati: la corte europea ha infatti riconosciuto l'eccessiva estensione dei brevetti, e quindi il rischio che essi presentavano per la ricerca futura. Inoltre, secondo l'Institut Pasteur francese, la richiesta di brevetto sul test BRCA1 era basato su una sequenza genica errata. Ora il test BRCA2 è in mano al Cancer Research Uk, che si è impegnata a garantirne la fruibilità per i laboratori pubblici. Il caso della Myriad non è l'unico a suscitare preoccupazioni. Si consideri per esempio il caso dell'eritropoietina (o Epo) divenuta famosa soprattutto nel doping dei ciclisti, ma in realtà di fondamentale importanza nella dialisi dei pazienti con problemi renali (circa duecentoventimila nei soli Stati Uniti). Benché l'eritropoietina fosse stata identificata fin dal 1977, essa fu brevettata nella sua versione ricombinante (Epogen) dalla compagnia farmaceutica americana Amgen nella metà degli anni ottanta. Dopo varie battaglie legali con altre compagnie che avevano prodotto altre versioni dell'Epo attraverso processi di sintesi differenti, la Amgen si è di fatto assicurata il monopolio del mercato sull'Epo ed è diventata una delle aziende leader nel settore farmaceutico attraverso la vendita dell'Epogen per un totale di 1,8 miliardi di dollari nei soli Stati Uniti. Ultima nota dolente: la Amgen si è assicurata l'estensione del brevetto sull'Epogen per i prossimi trent'anni. (43) Gli esempi della Myriad e della Amgen sono purtroppo frequenti. Secondo una ricerca pubblicata nel 2002 dalla rivista "Nature": "Il 54 percento dei laboratori ha dichiarato di aver abbandonato o rinunciato ad effettuare test genetici a scopo diagnostico a causa dei brevetti". Le royalty percepite dalle aziende farmaceutiche nel campo dei test variano infatti tra il 9 percento della Pcr (brevetto Cetus-La Roche) e il 75 percento per la gonadotropina, secondo gli autori dello studio. (44, 45) Praticamente tutte le principali case chimico-farmaceutiche sono coinvolte in casi come questi a causa della loro "avidità intellettuale". La ricerca sull'Aids è stata trasformata dopo la scoperta fatta nel 2000 da ricercatori del Aaron Diamond Research Center di New York che il gene recettore Ccr 5 è responsabile per l'ingresso del virus dell'Hiv nelle cellule dell'uomo. Tuttavia, pochi giorni dopo la scoperta, la compagnia Human Genome Sciences del Maryland annunciava in un comunicato stampa di aver appena conseguito il brevetto sul gene Ccr5, senza aver minimamente contribuito alla ricerca e senza sapere in che modo il gene regola l'ingresso del virus dell'Aids nelle cellule. (43) Anche la ricerca sulla Sars, l'epidemia che colpì l'Asia nel 2004, ha rischiato di essere bloccata dal problema dei brevetti. La cinese Versitech ha suscitato le ire globali della comunità scientifica, inoltrando richiesta di un brevetto sul coronavirus che origina la malattia, proprio mentre i laboratori di tutto il mondo si affrettavano nella ricerca di una cura. Addirittura, due enti pubblici come il Center for Disease Control and Prevention e la British Columbia Cancer Agency hanno polemicamente depositato richieste concorrenti alla Versitech, pur di impedire che una ricerca così urgente finisse in mani private ed esclusive. (46) Il pericolo che "i brevetti possano scoraggiare l'innovazione" è menzionato già nel titolo di un famoso articolo pubblicato sulla rivista "Science" nel 1998 dall'avvocato Michael Heller e dalla giurista Rebecca Heisenberg, dedicato alla tragedia degli "anti-commons" nelle biotecnologie: l'ironico riferimento va alla "tragedy of the commons" descritta da Garret Hardin (47) per la gestione collettiva dei pascoli inglesi in assenza di diritti di proprietà. Sulla base di casi come quelli citati, i due autori citano il rischio che nel campo biotecnologico si verifichi il fenomeno opposto: cioè, che il proliferare di diritti proprietari, in particolare sui singoli frammenti genetici, possa rendere troppo costoso lo sviluppo di nuove tecnologie. Infatti, la proprietà intellettuale impone ormai di pagare il diritto all'utilizzo simultaneo di così tanti brevetti da permettere a ben pochi laboratori l'attività di innovazione. (48) Inoltre, la diffusa pratica delle licenze sulle possibili applicazioni delle invenzioni (oltre che sull'uso) generano monopoli sull'innovazione che superano lo stretto limite fissato dai brevetti, e coprono l'intero ciclo di innovazione.


I brevetti sui software

La tragedia degli "anti-commons" è un rischio molto concreto anche in campo informatico. A partire da una sentenza del 1981, (24) negli Stati Uniti è diventato possibile brevettare i programmi informatici, tradizionalmente protetti dal copyright come forme espressive e non come invenzioni. Come per i "brevetti sulla vita", anche per i programmi i benefici della brevettabilità non sono affatto suffragati da dati empirici, né dal punto di vista della diffusione dell'innovazione né da quello dell'incentivo alla ricerca. (9) Tuttavia, dagli anni settanta ad oggi la brevettabilità in campo informatico è in continua espansione, forse in risposta all'altrettanto forte movimento in favore del software libero, basato sulla condivisione dell'informazione contro le restrizioni imposte dal copyright. Il software libero è una formidabile dimostrazione che l'innovazione tecnologica può prosperare anche in assenza di proprietà intellettuale. Ancora nel 1972, la Corte suprema dichiarava che il software non rientrava nel campo delle invenzioni brevettabili. (49) In poco più di trent'anni, le tappe sono state bruciate: dopo la citata sentenza del 1981, che permetteva la brevettabilità dei programmi, provvedimenti successivi hanno aperto la strada alla brevettabilità degli stessi algoritmi, ovvero degli stessi procedimenti logici alla base dei programmi (la sentenza del 1999 che includeva gli algoritmi si riferiva a un brevetto in seguito revocato; ma gli argomenti favorevoli alla brevettabilità continuano a fare giurisprudenza). (50, 51) Le conseguenze negative del monopolio sui programmi e sugli algoritmi sono facilmente intuibili, poiché un singolo programma può contenere un numero elevatissimo di operazioni elementari che, se brevettate, richiederebbero ciascuna una licenza d'uso apposita. L'incidenza dei brevetti è accresciuta, inoltre, dalla relativa inefficienza degli uffici brevetti e dei tribunali specializzati. Negli Usa, l'ondata di richieste di brevetto, raddoppiate tra il 1991 e il 2001, non è stata seguita da un pari aumento di personale: il numero di esaminatori ogni mille richieste è sceso da dodici a nove tra il 1982 al 2002 e il tempo richiesto per ogni procedura è passato da 18,3 a ventiquattro mesi tra il 1990 al 2002. (21) Il carico di lavoro non danneggia solo l'efficienza dell'ufficio: un processo di revisione brevettuale meno accurato si traduce in minore impegno rivolto a misurare l'effettivo contributo di novità delle invenzioni, aumentando il rischio di approvare brevetti ovvi. A conferma di questo timore, il tasso di approvazione dei brevetti negli Usa è sensibilmente maggiore rispetto a Giappone ed Europa. Se la brevettabilità di invenzioni poco creative diventa frequente, la "potenza di fuoco" in sede legale viene premiata in luogo dell'inventiva, con una distorsione del processo di innovazione. Nel complesso, proprio il funzionamento dell'apparato di revisione e di sanzione dei brevetti, rivoluzionato negli Usa e reso più favorevole ai diritti proprietari con la già citata creazione di un'autorità unica nel 1982, è considerato il fattore determinante nell'aumento dell'attività brevettuale ("friendly court hypothesis") osservato in tutti i settori tecnologici dagli anni ottanta in poi. (4) Ciò dimostra che il funzionamento degli istituti della proprietà intellettuale non è una questione di mera burocrazia, ma determina anche l'impatto dei brevetti sul processo di innovazione. Contro questa pratica, associazioni per i diritti digitali come la Free Software Foundation o la Electronic Frontier Foundation stanno esaminando i brevetti più controversi per verificarne l'effettiva novità e, come già avvenuto numerose volte, ottenerne la revoca. (52) Il danno dei brevetti all'innovazione è implicitamente ammesso persino dall'Ibm, la multinazionale che da anni ormai detiene il maggior numero di brevetti depositati presso l'ufficio brevetti americano (oltre tremila l'anno): per salvaguardare la propria immagine più che per una saggia autocritica, cinquecento brevetti sul software sono stati resi pubblici, e potranno essere utilizzati senza pagare licenze. (53)


Gli effetti dei brevetti sulla ricerca pubblica

Applicare le leggi della proprietà intellettuale nella ricerca pubblica senza tenere conto della specificità del settore è stato un errore grossolano. Infatti, le giustificazioni della protezione brevettuale in campo privato non valgono automaticamente anche per università e centri di ricerca. In primo luogo, nell'accademia la diffusione delle scoperte avviene indipendentemente dalla proprietà intellettuale: la rapida pubblicazione delle ricerche attraverso riviste specializzate, reti telematiche e conferenze è considerata una delle principali regole interne della comunità scientifica. La pubblicazione, infatti, è uno strumento cruciale a disposizione dei ricercatori. Da un lato, il credito ottenuto dai ricercatori si misura con il loro "fattore d'impatto", determinato dal numero e dalla qualità delle loro pubblicazioni. Dall'altro, attraverso la letteratura scientifica gli autori mettono le loro conoscenze a disposizione della comunità. Semmai, il ruolo dell'editoria scientifica è oggi in crisi per l'esplodere delle reti di comunicazione, che rendono obsoleto il ricorso alle riviste tradizionali, in favore di sistemi decentrati di autopubblicazione. In secondo luogo, anche lo stimolo alla ricerca determinato dalla proprietà intellettuale è irrilevante. La ricerca pubblica è formata soprattutto da progetti finanziati in anticipo attraverso investimenti statali che nella stragrande maggioranza dei casi si svolgerebbero anche in assenza di prospettive brevettuali. L'inconsistenza dei benefici promessi dai fautori della brevettabilità nel settore no profit è confermata da altre osservazioni empiriche. Il numero di brevetti derivati da ricerche pubbliche è aumentato esponenzialmente, sebbene la crescita sia iniziata già negli anni sessanta: nel 1966 i brevetti depositati dalle università erano poco più di cento, e nel 1988 erano quasi dieci volte più numerosi. Tuttavia, la "qualità" dei brevetti dopo il Bayh-Dole Act, misurato dal numero di nuove invenzioni scaturite da ciascun brevetto, è diminuita notevolmente. L'investimento in ricerca di base non è aumentato altrettanto, negli stessi anni. (54) Il finanziamento della ricerca attraverso la proprietà intellettuale, invece, non ha compensato i tagli al settore pubblico. Dopo essersi quintuplicati negli anni novanta, i soldi guadagnati dalle università nordamericane con i brevetti oscillano intorno al miliardo di dollari, circa il 3 percento della spesa universitaria in ricerca. (59) Come riporta uno studio pubblicato dalla rivista "Science", l'attività brevettuale raramente basta alle università americane (le più propense a livello internazionale) per ripagare le spese legali. (55) A fronte di questi mancati benefici, però, la brevettabilità ha arrecato gravi danni al delicato equilibrio tra competizione e condivisione che regola la ricerca pubblica. Come ammette un'indagine pubblicata dalla rivista "Research Policy" nel 2001, "ciò che prima le università avrebbero reso di pubblico dominio, compresi gli strumenti di ricerca, ora è brevettato e soggetto a procedure amministrative che potrebbero ridurre la diffusione di tali risultati". Paradossalmente, accade che i ricercatori del settore pubblico sono costretti a pagare per avere diritto a utilizzare invenzioni sviluppate nello stesso ambito di ricerca. (42) Altrettanto paradossalmente, la possibilità di cedere i diritti brevettuali alle imprese conduce a un doppio monopolio privato. Attraverso l'acquisizione della licenza d'uso, l'impresa ottiene il monopolio sulla ricerca di base sviluppata in ambito pubblico; brevettandone anche l'innovazione tecnologica, come nel caso di un farmaco, l'azienda conquista il monopolio anche sui risultati della ricerca applicata. (56) Si rileva un problema ulteriore derivante dalle modalità relazionali che esistono tra i ricercatori. Proprio al fine di integrare le conoscenze e giungere più in fretta a risultati degni di nota, tutti i ricercatori in genere si preoccupano di scambiare dati attraverso conferenze, incontri e analisi di laboratorio. Tuttavia questa dinamica viene messa costantemente in pericolo dall'azione di legali che per conto di compagnie private raccomandano ai ricercatori che hanno fatto un brevetto di evitare di entrare nel dettaglio di una scoperta nelle conferenze, di mostrare i quaderni di laboratorio, di fare interventi a convegni, proprio perché la libera circolazione di informazioni potrebbe mettere in pericolo la domanda di brevetto. Insomma come dar torto a chi - come il professor Jonathan King del Massachusetts Institute of Technology - sostiene che il brevetto sta di fatto eliminando le forme libere e aperte che hanno caratterizzato la comunicazione nelle comunità scientifiche nel corso dell'ultimo secolo? (43)


La fine della Fair Use exemption

La conseguenza più grave della diffusione della proprietà intellettuale in ambito pubblico riguarda la cosiddetta "esenzione dal brevetto per scopi non commerciali" ("fair use exemption"). La ricerca pura, infatti, ha goduto di maggiore libertà come attività benemerita di cui beneficia l'intera società. Anche nel campo brevettuale l'eccezione per la ricerca ha rappresentato un principio etico universalmente condiviso. L'utilizzo di tecnologie brevettate è stato tradizionalmente concesso a titolo gratuito ai laboratori pubblici. Con le parole di James Severson, esperto di proprietà intellettuale alla Washington University di Seattle, "gli scienziati accademici spesso non sanno se qualcosa è protetto da un brevetto, e nemmeno se lo domandano". (57) La Convenzione europea sui brevetti del 1975 dichiara esplicitamente che i diritti conferiti dai brevetti non si estendono all'uso a scopo sperimentale e, sebbene una simile prescrizione non sia contenuta nella legislazione americana (il Congresso ha respinto l'approvazione di una tale norma nel 1990), l'eccezione per i ricercatori, soprattutto se pubblici, non è mai stata messa in discussione nella pratica. Anzi, molto spesso è stata citata persino nelle dispute legali tra imprese, poiché anche in ambito privato una ricerca può essere condotta senza un chiaro obiettivo commerciale. Nel campo farmaceutico, l'uso di brevetti per la preparazione di farmaci generici è ammessa anche per le aziende, dopo l'approvazione del Drug Price Competition and Patent Term Restoration Hatch-Waxman Act del 1984, che in compenso allunga il periodo di validità dei brevetti farmaceutici ben oltre i diciassette anni previsti. Ma nel momento in cui accademia ed enti di ricerca possono ricavare profitto dalla commercializzazione della loro attività speculativa, la ricerca pura cessa di esistere, ed ogni ricercatore è suscettibile di sanzione se impiega un'invenzione brevettata.

Questa nuova era per la ricerca pura è stata inaugurata da una sentenza della Corte federale d'appello del 2002, per la causa intentata dal fisico John Madey contro la Duke University. Negli anni settanta, lavorando all'Università di Stanford, Madey sviluppò e brevettò un laser a elettroni liberi che, a differenza dei dispositivi tradizionali, può essere utilizzato a diverse frequenze e trova applicazione in numerosi ambiti scientifici, dalla fisica alla medicina. Nel 1988, Madey si trasferì alla Duke University, nel North Carolina, portando con sé le attrezzature sviluppate a Stanford. Quando la Duke University rimosse Madey dall'incarico, continuò ad usare il laser da lui ideato. La battaglia legale ebbe inizio: nel 1997, Madey denunciò l'uso non autorizzato del laser da parte dell'università del North Carolina, e ne chiese la restituzione. La prima sentenza, favorevole a Duke, arrivò nel 1999: l'università non violava il brevetto di Madey, in quanto il laser era impiegato a scopo sperimentale e senza scopo di lucro. Nell'ottobre 2002, la Corte d'Appello Federale ribaltò la decisione. "La ricerca", sostenne il giudice Arthur Gajarsa, "favorisce gli obiettivi della legittima attività economica della Duke University, che comprendono l'educazione e la promozione degli studenti e della facoltà" e le consente di "ottenere ricchi finanziamenti per la ricerca". Il successivo ricorso presentato dall'università non fu accolto. Nel 2003, diversi enti di ricerca americani guidati dalla Johns Hopkins University hanno chiesto senza successo un ulteriore giudizio sulla vicenda, per il timore che simili sentenze inibiscano la ricerca in materie coperte da brevetti. (57, 58) La Duke University, come molte università americane, è in effetti un ente privato, nonostante svolga un'importante attività di ricerca pura. Insieme al clima creato dal Bayh-Dole Act, lo status dell'università potrebbe aver influenzato l'atteggiamento del giudice. Duke, d'altronde, non poteva sostenere credibilmente la propria "ingenuità", poiché è una delle università più abili a trarre profitto dalle proprie attività brevettuali. All'epoca della sentenza Madey, per esempio, Duke era una delle dieci università americane che guadagnavano di più dalle licenze in campo biotecnologico. (59) Malgrado le particolarità del caso, come recita il rapporto del National Research Council sul sistema americano dei brevetti, "la decisione non è limitata in alcun modo a tali circostanze". (25) Il giudice della Corte federale ha chiuso un'epoca durata centosettant'anni in cui la ricerca di base ha potuto fare a meno di avvocati, giudici e tribunali per giustificare la propria funzione sociale. È ancora presto per conoscere fino in fondo le conseguenze di decisione così recente, sebbene alcune oscure avvisaglie già appaiono all'orizzonte: dopo il 2002, le accuse di violazione brevettuale ricevute dalle università sono aumentate sensibilmente. (25)

A differenza degli Stati Uniti, nonostante l'intenso lavoro di lobbying delle corporation e le forzature compiute dalla Commissione proponente, il parlamento europeo ha votato, in maggioranza compatta, contro la direttiva sui brevetti del software accogliendo le richieste provenienti da privati cittadini, associazioni e istituzioni che, in tutta Europa, avevano manifestato il proprio dissenso. Si è così affermato, a livello europeo, che la conoscenza umana non può essere brevettata e che la brevettabilità del software non rappresenta una conquista ma il suo esatto contrario.

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