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Il suo nome, Elena

Da Biblioteca.


Il suo nome, Elena
2008

Il suo nome, Elena. Chiome color notte, rosso fragola le labbra, pallida e tenera la fronte più del burro. Grandi occhi neri, inzuppati di luce, infestati di vita. Occhi che ridevano ogni volta che rideva. Due pungiglioni di fuoco, da bruciarsi l’anima a fissarli. Più alta della media di due spanne, un petto orgoglioso, poppe sode come pagnotte. Quindici anni compiuti e un’esuberanza di curve da far singhiozzare di stupore. Intossicava i pensieri di molti, in paese. Ogni incontro accendeva sorrisi, spianava rughe, aizzava la vita sotto i calli. Bastava uno sguardo e dalle budella montava su una voglia di campare che era come una benedizione, una santa benedizione. C’era da inginocchiarsi e ringraziare il cielo, per tutto quel ben di dio a portata di sguardo. Avanzava fiera e sbarazzina, una sinfonia di passi cantanti, leggeri come battiti di ciglia. Come i passeri sui rami. Le lucertole nei cortili. I gatti sui balconi. Le farfalle nel sole. Le ombre sopra i muri. Avanzava tra un applauso di sospiri e un lampeggiare di sorrisi. Sculettava anche un po’, Elena, quel tanto che serviva a far ululare le muscolose fantasie dei giovanotti. Al suo passaggio, raffiche di golose occhiate e fischi d’apprezzamento. A quelli, si univa l’effervescente fanfara dei galli, almeno cento, uno per cortile, coi loro baldanzosi, fiammeggianti e stralunati chicchirichì. Il cielo ne rintronava come un’immensa cattedrale. Era il domestico, ringalluzzito e “chicchireggiante” alleluia di ogni giorno, omaggio alla sua straripante bellezza. A quel putiferio, si sommavano il crepitìo abbaiante dei cani, il gnaulio soffice dei gatti, il coccodè sincopato delle galline, la grancassa dei muggiti. E l’acidulo violino delle cicale, lo stantuffo dei colombi, lo scroscio ritmato dei tacchini. Seduti ai bar, i vecchi la spiavano passare con l’anima arrampicata fino agli occhi. Il sigaro in bocca e la faccia imburrata di stupore, sospiravano come tegami sul fuoco. E reggendo un boccale di vino, commentavano:

“Santo dio, che miracolo!”... “Vent’anni di meno e…”… “Ah, la vita! La vita!”…

E giù a precipizio lungo la china degli anni, fino ai giorni dei baci e delle mani dappertutto. Fino ai giorni dell’amore negli occhi e della vita concimata di sospiri. Fino ai giorni trafficati di sogni e belle promesse.

Orfana da bambina, era stata allevata da una vecchia zia, scalzata dal mondo da una brutta infezione.

“Riga diritta, mi raccomando” era stato l’ultimo goccio di parole versate.

Poi un respiro magro e leggero come un sospiro. Nient’altro. Sola e povera in canna, s’era arrangiata come poteva. Azzerati i sogni dell’infanzia, troncata la scuola, era finita a fare il mestiere sulla strada. A chi accendeva rimproveri per quella scelta, replicava brusca e fiera:

“So cavarmela da me”.

Certi spingevano la severità fino ai limiti della paternale:

“Bada Elena, che stai camminando su una brutta china. La zia non sarebbe affatto contenta di te”.

Alle imboscate dei moralisti, rispondeva per rappresaglia con frasi di fuoco:

“So quel che faccio. La zia non conta più e io devo pensare a sbrigarmela da sola”.

“Guardati dal male, figliola. Torna sulla retta via finchè sei in tempo” era stato l’avviso del prete, spedito col gelo negli occhi e l’indice puntato in faccia.

Crescendo, il carattere le s’era indurito sempre di più. I bulli la infastidivano e le mancavano di rispetto. Per la rabbia, le sudavano gli occhi che buttavano lacrime calde. Le asciugava in fretta, di nascosto, con vergogna. Masticava l’amaro in fondo al cuore, lontano dalla luce del sole. La vita di strada non le piaceva, bersagliata com’era da occhiate e commenti osceni, dolorosi come beccate di uccelli sul cuore…

Era luglio di sole a tambur battente, quando Lorenzo la vide per la prima volta. Lui, sedici anni, minatore in una cava di carbone, a metà di anni cinquanta, case sghembe, latrine all’aperto e strade ingiallite di polvere. Pedalava in direzione del paese. L’afa era un cappio stretto al collo del mondo. Sotto un cielo di fuoco, friggevano e rosolavano come spiedi le pannocchie. Bianchi sentieri cicatrizzavano da ore nella canicola. Appoggiata a un grosso tronco, se ne stava Elena. “Dove vai di bello?” chiese a Lorenzo quando la incrociò.

Nessuna risposta, solo un’andata e ritorno dello sguardo per vederla un istante. Bastò quel morso di occhi a fargli rinculare il cuore di piacere. Una legnata d’emozione. Una carriolata d’euforia. Uno sparo di felicità nell’anima. Se ne tornò subito a casa, fradicio d’inquietudine e sorpresa. Gli sudava l’anima. Si gettò sul letto, fece il buio sotto le palpebre e ripassò i momenti dell’incontro: lo scatto degli occhi, la sforbiciata del respiro, il colpo di maglio sul cuore. Il ricordo gli rovesciò addosso palate d’insonnia. Si rigirò nel letto tutta notte, rosolato a fuoco lento dall’emozione. Era giorno maturo quando la luce lo svegliò, gli occhi di cartapesta, l’anima spiegazzata. Da quel giorno, fece avanti e indietro sulla strada dov’era Elena. Ci andava in bicicletta, pestando sui pedali con foga d’innamorato. Non si fermava, spediva occhiate bollenti di desiderio. Elena lo ricambiava con complici sorrisi. La divertiva quella corte infantile, foderata d’imbarazzo e ingenuità. Così diversa dagli assalti muscolosi e sbrigativi degli altri giovanotti. Elena era diventata il suo sogno consolatore, il miracolo che cambiava i connotati alla sua vita. Vita grama di minatore, ficcato in fondo a un budello di terra, a quaranta gradi centigradi. Ovunque scoppi di tosse, ruggire di carrelli, schianti di piccone. Ogni fatica costava doppia fatica, ogni respiro valeva metà respiro. A fine giornata, avanzava solo un mucchietto di carne consumata fino all’osso. Un rimasuglio di forze buone per i metri verso casa, l’ultima spremitura di fatica del giorno. A far coppia con Lorenzo, il vecchio Giacomo, addetto a forare la roccia per le cariche esplosive. Dopo lo scoppio, Lorenzo caricava il franato sui vagoni e lo scaricava all’esterno. Di taglia massiccia, Giacomo spremeva dal corpo una destrezza di gesti agili e sicuri. Mosse apprese nel corso degli anni, assorbite dal corpo, indurite a memoria. Eseguiva i gesti alla cieca, con precisione di talpa nel sottosuolo. Un’occhiata e una carezza di polpastrelli bastavano a fargli intendere l’anima della roccia. Massaggiava la pietra cercando il punto di minima resistenza, l’invisibile scucitura, la crepa da forzare e allargare. Traeva profezie da un insolito gonfiore, leggeva in una spaccatura l’annuncio della frana. Predatore di tare e magagne millenarie, affondava il bisturi della curiosità fino al cuore invisibile della terra.

“Qui va bene” diceva tastando il punto esatto.

Asciutto di parole, Giacomo comandava soprattutto con gli occhi, due uncini di luce. C’era più muscolo e volontà in quelle occhiate, che in cento comandi a squarciagola. Vantava un sorriso ancora integro, una robusta palizzata di denti senza crepe e buchi. Niente a che spartire con i tristi e sgangherati sorrisi degli altri minatori, crivellati di fessure e squarci. Sorrisi imbottiti d’aria, senza più bianco fra le labbra. Non c’era molta allegria in miniera, le risate affogavano nel sudore, sbriciolate sotto i tacchi della fatica e della tosse. Cento e cento colpi, per scopar via il nero dai polmoni. Cento e cento colpi, per aprire una fessura all’aria. Cento e cento colpi, per dare un po’ di fiato al fiato. Un vero mago degli esplosivi, Giacomo, bravo a infilare candelotti, srotolare micce, innescare esplosivi. Nei momenti critici, induriva l’attenzione fino a farsi di pietra. Gli occhi avvitati alle mani, Lorenzo non si perdeva un gesto, un passaggio, una sfumatura. Voleva diventare come Giacomo, imparare anche lui a bucare il cuore della terra.

“Allora, Giacomo, quand’è che ci farai saltare in aria?” lo provocavano gli altri minatori.

“State in campana, che un giorno o l’altro…”.

Lorenzo si fidava del vecchio come un figlio del proprio padre. L’enorme carico di esperienze, la saldezza di nervi e una spavalderia nel carattere, gli inoculavano la giusta dose di calma e sicurezza. “Sbrigati, che andiamo in chiesa ad accendere le candele!” sbraitava il vecchio, prima di posare le cariche.

“Alleluia!” ribatteva Lorenzo ironico.

Grato per quella stima, Giacomo lo ricambiava con una quota di premuroso affetto. Se Lorenzo non rispettava le consegne alla lettera, ingrossava la voce ma solo fino al tono dell’avviso, non dell’accusa e del rimprovero.

“Sta’ più attento un’altra volta” si limitava a brontolare.

E ripiegato il capo, quasi pentito, si ricacciava nel lavoro. Non era così per i vecchi minatori, che ostentavano diffidenza e ostilità verso i giovani. Loro preferivano le maniere forti, per smorzare le foghe dell’età. Molti non si facevano scrupolo d’incitare Giacomo a cambiare registro.

“Per tutti i diavoli, Giacomo, sei troppo tenero con quel ragazzo. Prima o poi ti metterà i piedi in testa e vorrà comandare lui. Non devi dargli corda, che a esser troppo buoni non ci si guadagna niente. Fagli sentire il fiato sul collo, deve capire chi è che comanda qui sotto. Più bastone, meno carota. Ricorda il proverbio: “Avuta la grazia, gabbato lo santo” ”.

Giacomo li rassicurava: “Conosco i miei polli. Lorenzo è un ragazzo giudizioso, uno che non si risparmia e sgobba come un asino. In ogni caso, se sgarra so io come drizzargli la schiena e fargli abbassare la cresta. Ma non ce ne sarà bisogno, ne sono certo”.

E quelli, tornando all’attacco: “Non ti fidare, Giacomo, lo sai come son fatti i giovani: gli offri un dito e si prendono tutto il braccio. Se non gli dài subito la piega giusta, crescono storti e non li raddrizzi più. Devi fare la voce grossa e strigliarlo a dovere, se vuoi pretendere rispetto. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”.

“Vi dico che non ci saranno problemi. So quel che faccio, ho messo in riga un sacco di teste calde in questi anni di lavoro. Lorenzo è un ragazzo che sa quel che fa, ha la testa sulle spalle, non è un balordo come ce ne sono tanti in giro. E poi lo sapete, non mi faccio pigliare in giro da nessuno, tantomeno da un ragazzino col moccio al naso”.

“Sarà come dici tu, Giacomo, ma devi stare attento, molto attento, perché si fa presto a rimanere scottati. E dopo è inutile piangere sul latte versato”.

Un giorno, Lorenzo chiese a Giacomo:

“E se una carica esplode prima del previsto?”.

“Be’, finiamo tutti quanti all’inferno, che neanche ce ne accorgiamo. Del resto siamo già sulla buona strada, non ti pare?” rispose Giacomo, con un sorriso in coda.

A volte, durante la pausa pranzo, con la tosse e il vino il vecchio versava anche buoni consigli. “Un giorno, quando avrai mano ferma e occhio fino, sarai tu ad “accendere le candele” ” spiegava a Lorenzo, puntando il dito su una pila di candelotti. “E’ un lavoro ben pagato, ma bisogna avere confidenza con la roccia e sapere dov’é giusto ficcare i “bum bum”. Se si sbaglia, va tutto a remengo”.

E nel dir così, gli lampeggiava una fiamma nel braciere delle pupille. Chiamava la dinamite con nomi di confidenza: “fuochi d’artificio”, “candele”, “petardi”, “zolfanelli”, “botti”, “castagnole”, “bum bum” e perfino “peti”. Degradati a innocui mortaretti, i candelotti diventavano un giochino roboante e inoffensivo. Tanta spregiudicatezza otteneva il risultato di sminuire i rischi del lavoro e addomesticare le ansie di Lorenzo.

“Dài, che facciamo ballare la terra!… Giorno di festa grande, oggi!… Sentirai che botto! Si sveglieranno anche i diavoli dell’inferno!”

Non era facile convivere con la possibilità di un’esplosione e il conseguente crollo della galleria. Il cane mastino del “grisou” era sempre in agguato, pronto ad azzannare la vita. C’erano già stati tre morti, testimoniati da una lapide sul cancello d’ingresso. Tre nomi ormai cancellati. Tre poveri cristi. Tre colpi di tosse. Tre picconate sul cuore.

Lorenzo detestava il mestiere di Elena. Però, cucito a lei da un comune destino di miseria e stenti, l’assolveva.

“In fondo è una come me, come tutti quanti noi, poveri diavoli che si ammazzano per campare. Non è facile sopravvivere in un mondaccio come questo. Tanto più per una ragazza rimasta sola al mondo, senza affetti e denari” pensava amaro e rassegnato.

Si consolava sapendola all’aperto, libera di ingoiare respiri puliti, buona aria croccante di sole, spalmata di odori, schiumante dei colori del “mondo di sopra”, come lo chiamava Lorenzo. Al contrario, a lui era toccata la scalogna di vivere in un lurido e infernale “mondo di sotto”, il buco che lo inghiottiva al mattino e lo risputava la sera. Non c’era contrasto più crudo che quello fra un mondo di luce, vento e suoni, e un mondo di ombre, fumi e respiri azzoppati. Molte volte s’era chiesto che senso avesse quella vita così grama, assurda al punto da sbattere la porta in faccia al sole. Una vita passata ad annusare le budella del mondo. A cucire insieme respiri amari come il tossico. A sognare fiati lisci come l’olio, senza ruggine di polvere, senza sgambetti di tosse.

La sera, alla fine del turno di lavoro, risalendo nel montacarichi, gli esplodeva una voglia di libertà da far mancare il respiro. Una volta all’aperto, spalancava la bocca e spingeva l’aria nei polmoni fino a sentirseli scoppiare. Il dolore più felice del mondo. La gioia più semplice della vita. L’euforia più naturale del corpo. Ingoiava aria come un affamato, a bocconi interi, grassi e succosi. Aria dolce come il pane, crepitante sotto i denti, zuccherina sulla lingua. Aria fresca della sera, unta di ombre, innaffiata di profumi, gorgogliante di umori. Aria da masticare in fondo all’anima. D’estate, quando sulla campagna rintoccava l’ultimo squillo di luce, si rinfrescava gli occhi tuffandoli in un cielo al tramonto. Una bella sciacquata d’azzurro, che faceva tossire il cuore di stupore. Se non gliel’avesse impedito la stanchezza, si sarebbe gettato a correre nell’erba alta, lasciandosi infine cadere giù, con la faccia a picco tra le zolle, a respirare l’odore segreto della terra, il profumo nascosto del mondo. Era il momento più bello della giornata, l’istante poetico della riconciliazione con la vita.

L’affetto per Elena lo aiutava a reggere una durezza di lavoro che neanche le bestie. Spesso si sorprendeva a fantasticarla, proiettandone l’immagine sulle pareti della galleria, come un’immensa gigantografia. Gli spuntava in mente il suo sorriso, forte come uno scoppio di mina, il solo lampo nel buio della terra. Oppure gli saliva alle labbra il nome, buono come un alito d’aria pura. Bisbigliava frasi segrete, quasi che lei fosse stata lì ad ascoltarlo. Ogni occasione era buona per spedirle ammaccati pensieri, sospiri gonfi di calli.

“Certo” pensava “sgobberò e risparmierò fino all’ultimo centesimo per toglierla dalla strada. Quello che mi danno è poco, cinquanta lire non è gran paga, ma ce la farò ugualmente. Dopotutto questo è un mestiere che fa campare”.

Con lo scarno salario che riceveva, ci campavano lui e la madre vedova.

“E’ stata dura, Lorenzo, davvero dura” ripeteva ricordando gli anni dopo la morte del marito, investito da un carro per la raccolta del fieno. “Adesso che hai trovato lavoro, le cose vanno molto meglio. Non c’è da scialacquare, questo no, ma almeno il pane non ci manca. Sa dio quant’è doloroso avere lo stomaco sempre vuoto. Una grazia, una grazia piovuta dal cielo, ecco cos’è stata la miniera” concludeva segnandosi in fretta e furia.

E scortava quelle parole con un’alzata di occhi al cielo e un raddoppio dei sospiri.

“Sicuro, una grazia del cielo” ripeteva Lorenzo, ma in tono un po’ dubbioso, come a dire che se grazia era stata, gli poteva andare meglio che non finire “in fondo a un buco di terra” come si era espresso un giorno.

“Quel buco là è meglio di questo qui” aveva sentenziato la madre, schiaffeggiandosi il ventre.

Al termine di quell’estate, cadeva la festa del santo patrono del paese.

“Vieni a ballare con me, sabato?” trovò il coraggio di chiederle Lorenzo.

“Certo che ci vengo, mi piace ballare” rispose Elena friggendo d’entusiasmo.

“Allora ci vediamo sabato, in piazza, alle sette precise” concluse Lorenzo.

“Sta bene, sabato alle sette in punto”.

La festa si teneva in aperta campagna, in uno spazio vicino all’antica Pieve. I due si incontrarono all’ora stabilita. Un saluto e di buon passo verso la chiesa. Nelle strade solo un vagabondare di cani randagi, sbronzi di sole, impolverati di noia. Bestie dal pelo spelato, arrugginito di sudore, scorticato dai morsi del sole. Elena attaccò due note di vecchio ritornello, un filo di voce rimasticata fra i denti. Il sole del tramonto era già una fragola matura. Ormai una risacca di ombre allagava le strade: cominciava l’alta marea del buio. Affogata in una luce di panna e cenere stava la Pieve, con la sua torre campanaria. Elena e Lorenzo sedevano nell’erba ancora fradicia di sole. Era così infittita la pace, che potevano ascoltare i colpi di stantuffo del cuore.

“Parli sempre così poco?” chiese Elena.

Con uno scatto a molla del corpo, Lorenzo depose sulla sua bocca un piccolo uovo di fiato e calore, il primo bacio della sua vita. Un brivido gli sfrecciò sui nervi.

“Baci come un bambino” disse Elena.

Passi e chiacchiere scrosciavano nelle vie stracolme di gente. Il silenzio sfrigolava di voci, strilli e chiassi di ragazzini. Iniziò la festa, attaccò un pandemonio di fisarmoniche e tamburelli. E sbattere di mani. Scoppiettii di risate. Ribollire di voci. Infine s’accesero i balli, un girotondo di corpi sotto una luna di ricotta e un sale grosso di stelle. Stormi di gonne s’alzarono in volo, sopra foreste di gambe nude. Dondolarono i seni, la perfetta altalena per incantare gli occhi. Chiome si gonfiarono e oscillarono sulle spalle, senza rumore, la più silenziosa burrasca del mondo. Elena e Lorenzo scivolarono dietro una siepe, sprofondati in un pantano di ombre. Mescolarono i fiati. E le ciocche dei capelli. E il bianco delle fronti sudate. Elena guidava la danza dei corpi eccitati, dettava il ritmo dei sospiri, l’andirivieni accelerato dei lombi. Sopra uno spartito di pelle nuda, componeva sinfonie di piacere. Fu notte di primo amore svezzato, scarso di parole, ventoso di sospiri e carezze. Fu notte di carni esplorate alla cieca, sotto una lanterna di luna piena. Fu notte di baci regalati coi denti, per assaggiare i morsi dell’amore.

Antonio, magnaccia di Elena, la cercava in tutto il paese. Alla voce che l’avevano vista con Lorenzo, gli montò una furia vendicativa brusca come una coltellata. Elena era cosa sua e nessuno poteva portargliela via. Di corsa fino alla Pieve, per sentire lo schiaffo nel cuore di vederli in abbraccio. E subito via verso i campi aperti, lontano dal tradimento.

“La pagheranno cara! Molto cara!” urlava sul sentiero.

Fermò i passi, fece saltare il tappo del silenzio con una scarica di maledizioni. Ricominciò a correre una corsa sbandata e stramba, i pugni in aria a zappare l’aria scura. Sputava e pigliava a calci la terra umida e gelata. Lontano, nel buio, infuocava la notte un salasso di latrati. Sollevò la mano per dare uno schiaffo alla luna, s’inciampò e picchiò la faccia sulle zolle. Vomitò imprecazioni con la bocca imbottita di terra. Offese i santi, compreso il patrono del paese. Urinò puntando il getto alla luna.

“Affogati!” le gridò.

E fece partire una risata dura come un pugno nello stomaco. La luna non si mosse. Cavò di tasca una fiaschetta di vino e la vuotò tutta d’un fiato. Mezzo ubriaco, si stravaccò nell’erba fresca e restò a fissare le stelle.

“Be’, che avete da spiare, voi, lassù!” sbraitò.

Chiuse gli occhi e sulle labbra lasciò scorrere un rigagnolo di voce, quattro note di vecchio ritornello affiorato nella memoria. Ricominciò un’altra volta a imprecare.

“Maledette le stelle! E maledette anche le donne!”.

Decise di tornare sui suoi passi e sistemare la faccenda una volta per tutte. Si alzò e a passi malfatti arrivò al luogo della festa. Elena e Lorenzo stavano sempre dietro la siepe, le braccia nelle braccia, i fiati incollati ai fiati. Afferrato un grosso ramo, Antonio si precipitò su Lorenzo. Sotto una tempesta di colpi, Lorenzo issò un riparo di mani nude. Sentì uno spargimento di dolore in tutto il corpo.

“Che fai, disgraziato!” urlò Elena.

Uno schiaffo le fece ingoiare l’urlo. Antonio ricominciò a colpire Lorenzo. Accorsero dei passanti, allarmati dalle grida.

“Che succede?”.

“Chi sta urlando a questo modo?”.

“E’ Antonio. S’è ammattito di colpo!”.

“Diavolo, se continua così accopperà quel ragazzo!”.

Al sopraggiungere della gente, Antonio lasciò cadere il bastone e filò via verso i campi aperti. Lontano, nel cuore della campagna, scrosciavano i latrati dei cani alla catena e le bestemmie di Antonio. Il buio s’indurì e ricoprì ogni cosa come una melassa… Dopo quei fatti, Lorenzo sposò Elena e se ne andarono a vivere in un paese vicino. Di Antonio si persero per sempre le tracce.

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Questo racconto partecipa al
Premio Letterario Santa Barbara 2008
"Cuore di Terra"
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