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Io me ne andrò laggiù

Da Biblioteca.


Io me ne andrò laggiù
2008

Valerio Di Martedì era proprio uno sfigato, il contrario insomma di uno nato con la camicia. Intanto non sapeva neppure da dove venisse, in che giorno fosse nato, e chi fossero i suoi genitori; quando aveva circa un anno la nonna se l’era ritrovato sulle scale della sua catapecchia, piscioso, moccioso e piangente, accompagnato da un biglietto vergato alla bell’e meglio: “mamma perdonami, non posso più tenerlo”. La nonna gestiva, nella sua casa, un piccolo bordello e si faceva chiamare, in omaggio a una mondana su cui circolava uno scandaloso libro, Madame Valery; così nel tirare dentro il moccioso le venne subito spontaneo chiamarlo Valerio. Ora, Madame Valery nel corso della sua non fortunata carriera aveva avuto vari figli e figlie da vari uomini, tutti sparsi per il mondo, così non si seppe mai chi di loro avesse generato il nipote.

Gli anni d’infanzia trascorsi nel bordellino fatto in casa furono i migliori della sua vita, circondato da donne amorevoli che facevano a gara per spupazzarselo; poi un giorno ci fu un incendio, vuoi perché Madame aveva rifiutato un vendicativo protettore, vuoi perché le sue ragazze fumavano come ciminiere; insomma, il piccolo Valerio, unico superstite salvo per caso perché lo avevano mandato dal droghiere a comprare non so cosa, si ritrovò solo in mezzo alla strada, davanti a un mucchio di rovine fumanti, all’apparente età di sette anni. Fu un pompiere premuroso a condurlo all’orfanotrofio, dove, non sapendo il piccolo dire più che il proprio nome, ed essendo martedì, gli appiopparono il cognome Di Martedì. Esterrefatto, quando gli chiesero se sapeva quand’era nato, il ragazzino sparò prontamente una data che gli piaceva: 05.05.1885. Fu l’ultima cosa che gli fu permesso scegliere, di lì a molto tempo.


Gli anni che seguirono furono i più terribili della sua vita, tra teppistelli maneschi e educatori peggio dei carcerieri, vestito male e nutrito peggio; per fortuna il fuoco purificatore, che sembrava segnare la sua vita, mise lo zampino anche lì: ci fu un incendio, appiccato dai teppistelli che fumavano di nascosto, e nel fuggi fuggi che seguì Valerio, che ormai aveva circa dodici anni, ne approfittò per scappare per sempre e il più lontano possibile. La libertà si paga cara: significò rinunciare anche a un piovigginoso tetto e a cibo avariato, ma pur sempre cibo. Vivendo di espedienti, trascinandosi per strada come un randagio e come questo inseguito e scacciato, Valerio girò di paese in paese, di città in città, fino ad arrivare un giorno nel grande porto di Napoli. Aveva ormai quindici anni, un fisico asciutto e robusto, e non gli fu difficile imbarcarsi come mozzo su un grande piroscafo in partenza per il nuovo mondo: America, che parola che riempie la bocca, la dilata e le da un sapore unico! Il lavoro sul Sicilia era durissimo, la paga inesistente, ma sbirciando i passeggeri mentre lavava il ponte, Valerio aveva modo di distinguere le eleganti signore col barboncino della prima classe dalle cenciose piene di marmocchi della terza, e non aveva dubbi sul tipo di vita che avrebbe voluto condurre, una volta arrivato nel grande paese.

Ah, se le cose andassero sempre come le desideriamo! Il destino degli straccioni è rimanere straccioni per sempre, e il povero ragazzo, messo piede in America, riprese a vagabondare esattamente come prima: solo che lì era più complicato rubacchiare ed elemosinare, a causa di leggi più severe, così per campare doveva trovarsi un lavoro. Nel 1905 le sue peregrinazioni lo portarono in una piccola città della Virginia Occidentale, Monongah, nella contea di Marion, abitata prevalentemente da minatori molti dei quali italiani; stanco di non avere radici, Valerio si presentò agli uffici della Fairmont Coal Company per lavorare presso la locale miniera di carbone. La paga era ridicola, ma il giovane aveva visto di peggio e decise di adattarsi, poi l’esperienza di scendere nelle viscere della terra lo affascinava. Un anziano minatore, che smontava di turno e alla cui squadra venne affidato, lo prese in simpatia e gli propose, visto che non aveva dove alloggiare, di dormire a casa sua per pochi soldi.

I minatori abitavano sulla riva orientale del fiume West Folk, in dignitose casette di legno; erano uomini rudi e di poche parole, onesti e senza età, molti già segnati da malattie polmonari, con mogli sfatte e pieni di marmocchi senza altro futuro che la miniera. Però Frosoloni, l’ospite di Di Martedì, aveva una figlia grande che si chiamava Francesca, bruna, soda, con due tette appuntite sotto la camicia bianca che ti mandavano fuori di testa solo a guardarle. Il lavoro era durissimo, i turni massacranti, il carbone un killer, ma alla fine della giornata, tornare a casa e guardare quelle tette per Valerio era la più bella delle consolazioni. Finchè un giorno non ce la fece a resistere: erano soli e sembrava che Francesca facesse di tutto per mettersi ancora più in mostra, chinandosi ogni momento per pulire ogni angolino della casa; e a un certo punto il ragazzo le saltò addosso afferrando con le mani scure quel ben di Dio, e lei cominciò a urlare facendo accorrere il vicinato, e il risultato fu che il capo famiglia con una pedata buttò fuori lui e suoi stracci. Sai che ti dico, Francè? Fanculo te e la miniera!

Come in ogni cittadina che si rispetti, anche Monongah aveva la sua Madame; era ispanica, si chiamava Remedios e viveva in una casetta un po’ isolata dalle altre. Remedios rimediava la vita triste dei minatori scapoli ed era onesta, perché non chiedeva troppo, e del resto non c’era troppo da chiedere. Licenziatosi dalla miniera, una mattina Valerio si presentò da lei dicendo che una donna sola che fa un certo mestiere ha bisogno di protezione. Remedios gli sbattè la porta in faccia. Il pomeriggio, ricordandosi di un episodio oscuro della sua infanzia, Valerio tornò con un recipiente di cherosene e disse:

“O mi prendi come protettore o do fuoco alla baracca con te dentro”. Remedios accettò.

Così, nei mesi successivi, finalmente la vita del giovane prese una piega che gli piaceva; curato e ben vestito, aveva vitto, alloggio e sesso gratis e passava le giornate oziando nella bettola di Jack detto l’Orbo, a giocare a carte coi vecchi minatori sopravvissuti al lavoro e alle malattie; ma per strada la gente lo evitava, le donne scappavano coi bambini in braccio, gli uomini ridevano di lui che campava da mantenuto, non da uomo vero, e in più il ricordo delle tette di Francesca non lo aveva mai abbandonato: le rivedeva ancora, in sogno.

La mattina del 6 dicembre 1907, spinto da un impulso che non avrebbe saputo definire, Valerio di Martedì si svegliò presto, si abbigliò meglio del solito e con nonchalance, come per caso, si trovò a passare sotto le finestre di casa Frosoloni. Francesca stava spazzando il piccolo porticato, attorniata dai fratellini, e anche dalla mantellina di lana spuntavano quelle sole cose per cui vale la pena vivere. Quando lo vide, alzò la scopa minacciosamente:

“Che cosa vuoi? Vattene, vattene subito!”

Valerio inghiottì un groppo enorme e disse:

“Io ti amo.”

“Tu sei pazzo! Sei fortunato che mio padre è di turno, perché se ti trova qui ti ammazza!”

“Io ti amo, ti voglio sposare.”

Francesca lo guardò allibita, poi rispose:

“Non sposerei mai uno come te. Sei un pappa!”


Valerio non fece in tempo a replicare, perché una terrificante esplosione scosse la terra, che vibrò tutta, come per un terremoto. Allibiti, i due giovani videro un frammento del tetto di una galleria volare, insieme all’areatore, sull’altra sponda del fiume, mentre dalla miniera si alzava un’altissima vampata di fuoco. L’intera collina tremava; un’onda d’acqua immane si levò dal West Fork andando frangersi contro il terrapieno della ferrovia; un’ampia e densa nube di fumo e polvere incominciò a ricoprire il paese.

La gente usciva dalle case urlando:

“La miniera! E’ esplosa la miniera!”

Ma l’urlo più disumano fu quello di Francesca, che chiamava suo padre, incominciando a correre verso il luogo dell’esplosione. Valerio la bloccò, deciso.

“Se ti riporto tuo padre, mi sposi?”

Francesca lo fissò con occhi da pazza.

“Che dici! Tu non sei un uomo, non tornerai mai là dentro!”

“Ti faccio vedere chi è un uomo. Vado là e salvo tuo padre. Ma tu giuri di sposarmi, giuri che mi ami?”

Stringeva ciò che aveva sempre sognato. E Francesca provava per la prima volta in vita sua due sentimenti nuovi ed opposti: il dolore per la perdita quasi certa, la felicità per la stretta di un innamorato.

“Ti sposo. Ti giuro che ti amo e ti sposo.”

Valerio le baciò le labbra umide e partì di corsa.


Vicino alla galleria numero 8, sede del disastro, lo spettacolo era agghiacciante: tutto era distrutto e gli ingressi erano ostruiti dai carrelli e dai detriti. Ben presto sul posto giunsero i minatori del turno precedente, i funzionari della compagnia mineraria, molti volontari dei paesi vicini, dottori e giornalisti; furono organizzate due squadre di soccorso, ma fu subito evidente che ci sarebbe voluto molto tempo solo per liberare le entrate ostruite dalle macerie.

Valerio, con le labbra calde del bacio e le braccia calde di tenera carne, si offrì immediatamente per entrare in quell’inferno; sì, c’era il fuoco nel suo destino. Senza ventilatore, senza respiratori adeguati, i soccorritori non potevano resistere per più di quindici minuti, ma lui non voleva mancare alla promessa fatta.

Alle nove di sera, grazie ad un nuovo ventilatore, i soccorritori poterono avanzare, ma solo per duecento metri. Madri, spose, sorelle rimasero per giorni davanti all’ingresso delle gallerie 6 e 8, pregando e piangendo, ma la loro attesa si andava trasformando via via in una veglia funebre, mentre venivano estratti i corpi senza vita e irriconoscibili dei loro congiunti. I dottori impotenti si davano d’attorno allibiti: non c’erano feriti da curare.

La salma del padre di Francesca tornò in superficie all’alba dell’8 dicembre. La ragazza pianse e si disperò, ma continuò ad aspettare e aspettare. Poi i soccorritori tirarono fuori uno di loro, che si era avventurato in quell’inferno per cercare un amico.

Remedios, che era corsa assieme agli altri abitanti di Monongah, svenne e quando si riebbe non potè pù parlare. Francesca invece parlò.

“Ti sposo lo stesso” disse “Ti sposo, per sempre”.


Così Valerio lo sfigato, il pappa, l’orfano, il trovatello, nel cuore della terra trovò finalmente le sue radici, che lo avvilupparono per più non lasciarlo. Non credo che il suo nome risulti negli elenchi ufficiali o sia scandito in ballate popolari; molti sono solo sfiorati dalla storia, mentre cercano di riscattare un’esistenza fatta di niente, andando incontro alla morte per amore, voluttuosamente, quasi a passo di tango.

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Questo racconto partecipa al
Premio Letterario Santa Barbara 2008
"Cuore di Terra"
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