Biblioteca è un sito di Wikimedia Italia.
Sostieni Wikimedia Italia con una donazione o iscrivendoti all'associazione
Juan, Juanito e Fernando
Sulle cime più alte sembra sempre che l’alba arranchi con fatica verso il cielo, che si faccia annunciare da una spina di sole che, mescolandosi all’aria, per qualche strana alchimia si combini in mille sostanze differenti e che ognuna dia origine a un colore che si accende, resta sospeso un attimo, un secondo, poi si dissolve per mutarsi in un altro. Vedi le cime, prima soltanto spettri vaghi contro uno sfondo blu, acquisire sostanza, prendere una forma, mutarla, rimutarla, definirsi in un disegno, che non è colore ma soltanto il contorno di qualcosa, e poi, di prepotenza, virare al rosa con lampi che saettano dal ghiaccio e, nel giro di una mano di secondi, diventare accecanti nella gloria del giorno. Lungo le pendici della montagna, scavati dentro il ghiaccio, si intrecciano sentieri. Ma nessun animale vive a quelle altezze, dove non c’è cibo, dove il freddo penetra fin sotto alla pelliccia più soffice, dove l’acqua si mangia e non si beve. Soltanto raramente, soltanto se preda del terrore o forse quando sono vicini a morire, alcuni animali si inerpicano faticosamente lungo quelle salite e cercano di trovare uno scampo dentro il cielo. Poi la mancanza di cibo e d’aria prendono il sopravvento e gli animali muoiono e nessuno li vede, e nessuno sa che sono esistiti, che sono stati lì. Il perenne silenzio delle cime ghiacciate raccoglie gli ultimi faticosi aliti e li scompone negli elementi essenziali: dolore, morte e umidità. Poi, ignorando completamente i primi due, afferra l’umidità e ne forma altro ghiaccio.
Il ripido sentiero che sale dal gruppetto di modeste baracche, si affolla all’alba di passi soffocati di uomini in cammino, di respiri affannosi, di occhi lacrimanti per il freddo, di nasi gocciolanti.
Sono uomini di vent’anni, di trenta, qualcuno di quaranta ma mai più vecchi di così. Quelli più vecchi di così sono sepolti nelle viscere della montagna, nel ghiaccio perenne. Le loro bocche sono ancora piegate nell’ultima smorfia dell’aria che non viene, nell’urlo silenzioso della vita bloccata fuori dai polmoni pieni di polvere.
Non portano niente, con sé, perché non hanno niente da portare. Non mangeranno in tutto il giorno così come quelli cui vanno a dare il cambio non hanno mangiato tutta notte. Portano solo le loro vite in bilico, provvisorie, aggrappate alle ossa ed ai vestiti pesanti, serrate tra i denti scarsi e marci di chi ha una dieta senza vitamine, alla loro pelle che non conosce il sole e che presto inizia a pendere come una vela senza vento. Salgono passo passo verso la cima di quel monte bastardo, maledetto, verso i quattromila metri in cui si apre la bocca del mostro immane che li divorerà e, quando l’avranno raggiunta, in una ecatombe suicida, si infileranno dentro le fauci aperte. Chi sopravvivrà potrà strisciare fuori ed uscire all’aria un’altra volta per riprendere il ciclo. Gli altri se ne saranno andati in silenzio, ignoti al mondo, ignorati dal mondo. Quando gli uomini hanno finito di salire in processione e quando i resti del turno di notte hanno finito di scendere compaiono gli gnomi delle pietre e del ghiaccio, i folletti del moccio al naso, degli occhi lacrimanti, delle mani prematuramente anchilosate e doloranti. E nelle mani recano mazze e martelli, le loro armi per combattere contro la miseria delle Ande, gli strumenti per trarre una canzone di vita dal perenne silenzio delle cime. Salgono a balzelloni lungo i sentieri, i loro berrettoni multicolori di lana grossa di alpaca calcati sulla testa, di solito slacciati perché quando si fatica la gola si gonfia e l’aria diventa spessa e inconsistente, dura e insufficiente e allora i sottogola danno troppo fastidio, sembrano dita pronte allo strozzo, mani di assassino su gole troppo giovani.
Juan è uscito da una casupola metà di legno e metà scavata nella roccia, dalla quale usciva poco, pochissimo fumo. Che cosa puoi far bruciare, a quelle altezze? Che cosa puoi bruciare? L’albero più vicino cresce duemila metri più in basso, se c’è ancora, se non è stato ancora seppellito dalle scorie che precipitano lungo il canalone e vanno a cambiare, a modificare la forma della montagna. L’uomo prende la roccia da dentro, la spacca, la tritura, la rende adatta a guardarci dentro, ci guarda dentro, quella che non gli interessa la butta via, la fa rotolare lungo il canalone, quella che gli interessa la carica su un carrello e la manda a valle. Juan non ha mai saputo dove vada quel carrello. Juan non ha mai saputo come faccia a ritornare su. Juan è un bambino che non sa molte cose. E non le saprà mai. Juan non ha mai visto gli alberi, ad esempio, né un animale, vero o disegnato, non ha mai visto il verde dell’erba o il blu del mare, non sa cosa voglia dire leggere, né scrivere, non sa fare di conto, non sa cos’è una scuola. Juan è nato in quella casupola nove anni fa e non ha mai visto altro. Juanito, invece, ha un anno in meno ed è più magro. Queste sono due differenze. La terza è che la sua capanna è a cinquanta metri da quella di Juan. Per il resto sono uguali anche a Fernando, che ha nove anni, è più alto, ha sette fratelli nati e cresciuti come lui in una baracca attaccata a quella di Juanito dalla quale si è sentito ogni rumore prodotto dalla famiglia accanto, compresi i mugugni di suo padre che, malgrado, la stanchezza, voleva dimostrare di essere un uomo non tanto alla sua bassa moglie quanto a se stesso. Ogni tanto. Per questo Juanito e Fernando sono come due fratelli e forse non c’è differenza tra il dire “come fratelli” e il dire “fratelli”, perché quando la stanchezza si fa pesante è difficile, per un uomo, distinguere tra quelle donne basse che sembrano tutte uguali anche quando gli tiri su quei sottanoni.
Juan, Juanito e Fernando hanno padri e fratelli immersi nel buio mare di pietra che sta sotto i loro piedi. Ma non li conoscono. Non li vedono mai. Stanno aspettando solo di diventare grandi abbastanza per raggiungere gli altri, per imparare a nuotare nel silicio. Sono tanti anni che è così, lassù. Tanti anni, anno dopo anno, giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto, da quando sono venuti i gringos bastardi a fare i loro primi buchi nella montagna ed hanno fatto i loro balzi di gioia, dandosi gran pacche sulle spalle delle enormi giacche a vento imbottite, gridando al vento che sibilava con una sola voce da drago e si mangiava migliaia di vite, a cominciare dalla prima trivella che era stata piantata nel fianco della montagna, ma così in alto che sembrava piantata nel cielo mentre gli insetti delle loro vite sciamavano verso l’alto e i loro piedi scavavano sentieri nella pietra e nel ghiaccio per rincorrere la promessa dei gringos bastardi che lì c’era un lavoro che pagava bene. Il lavoro, all’inizio, pagava bene e gli uomini avevano portato lassù, in mezzo alle cime ululanti, le proprie famiglie. E allora i gringos avevano vinto. Avevano vinto per sempre. Perché i prezzi dello spaccio in cui i gringos vendevano loro le cose di cui avevano bisogno erano schizzati alle stelle. Era l’inizio della schiavitù. Qualcuno era venuto a dire che la multinazionale padrona della miniera si comportava esattamente come i conquistadores cinque secoli prima. Qualcun altro aveva detto che la multinazionale si comportava come una multinazionale, come un padrone fa con le vite di chi gli appartiene. La spirale maledetta in cui le loro vite erano precipitate sarebbe rimasta per sempre chiusa in un circolo vizioso. La spirale guadagno, spesa, bisogno, spesa, debiti, cappio stretto, lavoro, lavoro, lavoro-morte non si spezzava mai.
Juan, Juanito e Fernando sono parte dell’ingranaggio, la parte molle. Loro non lo sanno ma sono condannati, le loro vite sono condannate. Possono solo scegliere tra l’ergastolo e la pena capitale. Ma non ora. Ora sono solo tre bambini che conoscono solo quello che hanno visto da quando sono nati. I fratelli che li hanno preceduti in quella condizione sospesa li hanno portati con se, qualche volta, a fargli vedere quello che andavano a fare. Per questo Juan, Juanito e Fernando hanno in mano mazze e martelli. Hanno anche fame, fame davvero, in quel mattino bruciante di vento e di ghiaccio perché non hanno mangiato nulla. Neppure la sera prima hanno mangiato niente. Pochi soldi vuol dire poco cibo e poco cibo vuol dire che possono mangiare solo quelli che lavorano.
Nella galleria si è staccato un bel pezzo di soffitto e la galleria ha rischiato di venir giù tutta. Ha travolto uomini di tutte tre le famiglie. Niente lavoro, niente soldi: non ci sono contratti di lavoro tutelati, lassù. Lassù ci sono solo le loro forze animali contro la forza insostanziale della creatura feroce, sanguinaria, crudele, astratta della multinazionale. E la forza di quella creatura avrebbe vinto nuovamente. Ma quel giorno i tre sentono che sarà una giornata fortunata. Quel giorno sarà il loro giorno. Per questo sono allegri, mentre si arrampicano nel freddo senza limiti, verso un limite che loro sanno bene: il canalone. Là il materiale di scarto, portato fuori dalla miniera dopo che è stato analizzato e testato per ricercarvi il metallo giallo, viene buttato giù in una lunga, lenta cascata che si accumula sopra quella che l’ha preceduta. I sassi rotolano lungo il crinale con rumori assordanti, pesanti, rimbalzanti ed allora bisogna non essere là per non esserne travolti, come era successo a Pedro che ha terminato così una vita durata undici anni, in uno strazio di ossa frammentate, disseminate lungo il crinale, una traccia di sangue e di carne triturata che ha dipinto le pietre. Hanno ritrovato la sua mano, il pezzo più grosso di lui, con ancora un pezzo di braccio attaccato, stretta in un pugno che qualcuno ha voluto ad ogni costo aprire. E’ stato un lavoro sporco, fatto senza pietà, quello spezzare le dita una ad una per scoprire, sul palmo, l’aghetto d’oro che lui stava strappando da un sasso frantumato. E che non gli sarebbe servito più. Juan, Juanito e Fernando, però, non hanno paura. Staranno attenti. E poi hanno orecchie buone e gambe agili, pronte a scappare via dal pericolo. Perché loro possono scappare via. Quelli che stanno nel ventre della montagna, invece, sono chiusi nella loro prigione di buio e di freddo e non sanno il ghiaccio che c’è fuori se non come un ricordo del gelo che hanno attraversato salendo fino all’imbocco della miniera.
Gli stessi gringos stentavano a credere ai loro strumenti, quando hanno scoperto l’oro così in alto ma c’era, in una grande quantità spinta lassù dalle forze incredibili che hanno creato la cordigliera in un getto di roccia che perforava le nuvole. Il lago d’oro che prima era pianura si è diviso in rivoli di metallo fuso, ha preso mille percorsi per sfuggire ma non c’era nulla da fare ed è stato spinto in alto, sempre più in alto, si è mescolato alla roccia, si è solidificato. Ed i gringos l’hanno trovato, con i loro strumenti incomprensibili, come se avessero visto attraverso la montagna, l’hanno trivellata, hanno tirato fuori quel pulviscolo ed hanno gioito. E li hanno fatti schiavi. Gli uomini, là sotto, lavorano dodici ore ogni giorno e non importa se di giorno o di notte e vengono pagati troppo poco per pagare il cibo da dare a mogli e figli e per potersi permettere di andare via. Così non usciranno mai dal ventre della montagna. Un giorno lo faranno anche Juan, Juanito e Fernando.
Però, per il momento, loro cercheranno la ricchezza fuori, in mezzo al gelo. Per questo cominciano a scegliere tra le ultime rocce scartare e buttate lungo il canalone, quelle più promettenti ed iniziano a batterle con le loro mazze e martelli per ridurle in frammenti che verranno osservati con molta attenzione, in cerca di quelle pagliuzze gialle che, se riusciranno a grattarle via dalla roccia, diventeranno polvere da raccogliere con tanta, tanta attenzione. Quella polvere, poi, penseranno i loro genitori ad andarla a vendere. Sanno che verrà pagata poco ma forse basterà per mangiare un giorno in più. Perché la compra solo la Compagnia e fa i prezzi che vuole e anche con quelli fa in modo che loro siano schiavi.
Finalmente i tre raggiungono il canalone. Il sole è riuscito un’altra volta a scavalcare tutte le cime e brilla altissimo ma senza riuscire a mitigare il gelo. Il ghiaccio che scivola in colate bianche e traslucide, che pende in mille punte come denti nella bocca di uno squalo, scioglie solo superficialmente, rilasciando qualche goccia che, cadendo, solidifica in nuovi denti. Però i tre sanno che, tra un po’, mentre saranno curvi sul loro lavoro, il sole penetrerà attraverso i loro ruvidi, rozzi abiti e forse porterà un poco di calore. Fernando, quel mattino, ha molta fame e gli tremano leggermente le mani. Gli altri due, lo aiuteranno evitandogli gli sforzi maggiori, ma non potranno fare altro, per lui. Dovrà arrangiarsi, masticando il ghiaccio, se vuole stare lì.
I ragazzini iniziano la loro ricerca, gironzolando tra le ultime rocce. Nessuna sembra promettente. I loro balzi si fanno via via più brevi. Infine, Juan grida. La sua voce sembra piena di allegria. I tre si riuniscono, circondano la pietra ed iniziano a battere. E’ la parte più dura del lavoro perché la roccia non ne vuol mai sapere di rompersi una prima volta, come sapesse che, persa la sua integrità, presto potrebbe trasformarsi in frammenti amorfi, in schegge senza valore, in una ghiaia inerte. Juan impugna la mazza con entrambe le mani e, con fatica, la alza, la alza, la solleva centimetro per centimetro, la porta più su della propria testa e poi, finalmente, la scaglia verso il basso, verso la roccia. Sente le braccia attraversate dalla scossa del contraccolpo, i tendini che sembrano volare in minuscoli coriandoli, i denti che si scontrano nella sua bocca. Ha trattenuto il fiato ed ora prende aria, mentre il martello di Fernando cala sulla roccia e quello di Juanito batte subito dopo. Ci vuole quasi un’ora di lavoro per vedere la crepa aprirsi nella roccia. I tre ragazzini si riposano un momento. Ogni loro muscolo trema. Si lasciano cadere a sedere. La faccia è lurida, ormai, con lunghe tracce di muco, colato dai loro nasi, che l’attraversano. Non hanno avuto modo di soffiarsi il naso e lo fanno ora. Juanito sputa e tossisce, il piccolo petto squassato dal freddo che gli ha avvolto i bronchi e li ha fatti ammalare. Ma farà la sua parte. Così riprendono a battere e finalmente la roccia si spezza lungo la crepa che si era solo indovinata, prima. Le due parti si dividono e, come esauste, si lasciano cadere una da una parte, una dall’altra. Gli occhi di Juan, Juanito e Fernando scrutano la superficie della roccia come se la stessero esaminando al microscopio. Grigio. Tutto desolatamente grigio. Nessuna scintilla di luce viene riflessa dalla superficie. Juan alza un’altra volta la mazza e la lascia cadere sulla roccia. Non succede niente. Juanito e Fernando riprovano, con i loro martelli. La roccia si divide di nuovo, di schianto. Provano a girare i frammenti, per esporli alla luce. Ancora nulla. Si accaniscono sui frammenti, li riducono ancora, li suddividono in schegge sempre più minuscole. Nulla. I ragazzini si guardano in faccia, sconfortati. Ormai è passata quasi mezza giornata e non hanno guadagnato altro che una immensa stanchezza. Stanno per abbandonare quella roccia maledetta ma, per scrupolo, si dedicano all’altra metà. Hanno le mani ghiacciate ed irrigidite dalla fatica. Fernando trema più vistosamente e sente lo stomaco sempre più contratto. Juan sente le braccia staccarglisi dal corpo, la schiena trafitta da mille coltelli. Juanito tossisce. Ma c’è ancora tanto da fare. Riprendono a battere e la roccia si frantuma. A un tratto tre cuori hanno un sobbalzo: un riflesso giallo è scaturito dalla pietra. Si chinano, le facce curiose, avide, gli occhi scintillanti nei volti arrossati e bluastri. La mano di Juan scende a toccare la pietra, trema di fatica e di ansia. Ha in mano una lama di metallo e la usa per grattare delicatamente la pietra. Juanito allunga un dito, inumidito di saliva, a raccogliere la polverina che Juan ha grattato.
Si.
La frenesia si impadronisce dei tre che, senza più attenzione, riprendono a battere la roccia, ansiosi di spezzarla, di portare alla luce, se c’è, la goccia d’oro. Le schegge di pietra volano in ogni direzione. A un tratto Fernando, esasperato dalla fame e dalla fatica, si china a terra, raccoglie una grossa pietra, la solleva e la scaglia con tutta la forza su quella che stanno frantumando. La pietra colpisce e rimbalza, schizza via. Juan e Juanito, allarmati, si scansano gridando. Fernando afferra nuovamente la pietra, la solleva, la scaglia. Poi si china sulla “loro” roccia e la esamina. La scintilla d’oro si è allargata. Ci sono grida di esultanza: sembrerebbe una pepita, una bella pepita grossa. Succede di rado che una fortuna del genere si verifichi. Però sembra vero.
Le mani di Fernando sono completamente blu, bloccate dal gelo. Il lavoro si fa pericoloso, adesso, ma il ragazzino non ne può più. Una lacrima enorme gli si sta formando all’angolo di un occhio ma il gelo la afferra subito, la solidifica in una perla che rimane aggrappata alla pelle del bambino. Afferra nuovamente la pietra che gli serve da arma per vincere la sua guerra contro la roccia. Juan cerca di fermarlo. “E’ meglio che usiamo la mazza, Fernando. Se c’è la pepita possiamo trovarla meglio, con la mazza e il martello.” Juanito rincalza. “Fermati, non dobbiamo farci del male. Dobbiamo dividerci l’oro. Aspetta.” Ma Fernando è stato preso da una grande, improvvisa, disperazione e da una rabbia che non ha un oggetto specifico, che non ha direzione. E’ esausto, è affamato da troppi giorni, da sempre, ed è stanco anche di fame, di fatica, di corpo dolente. Non sa verso chi, ma ha un odio profondo dentro l’anima. “No. Voglio farla finita con questa roccia.” Alza la pietra, con braccia disperate, la scaglia sulla roccia che, infine, si apre. Dentro, nel profondo, sta racchiuso un nocciolo di metallo. Le sue mani iniziano a sanguinare. Juan si china sulla roccia spaccata. L’oro brilla, nel sole che sta iniziando a scendere, dopo aver raggiunto il suo apice. Un sorriso gli squarcia la faccia, pensando che, anche se lo dividono in tre, resta un bel po’ di oro per ogni famiglia. Con la lama di metallo attacca la pepita, per scalzarla dalla sua prigione di roccia. Finalmente, senza alcun rumore particolare, il metallo si stacca. Juan lo pone sulla palma della mano e lo mostra agli altri due amici. E’ bella, è un bel pezzo di metallo. “Andiamo!” dice. Ma è Fernando, il più stremato, quello che è il più recalcitrante. “Abbiamo ancora una bella parte di roccia, da aprire. Potrebbe esserci un’altra bella sorpresa.” Gli altri due lo guardano straniti. Qualcosa deve essere successo, al loro amico, che lo ha fatto diventare insaziabile. Ma sono stanchi e, forse, se portano a casa quella bella pepita, potranno mangiare, riposare, dormire tanto.
Sono desideri elementari ma loro non sanno pensare altro, non conoscono altro. Non hanno mai saputo leggere né scrivere, non sono mai andati a scuola perché non ci sono scuole lassù, non hanno desideri diversi da quelli della vita che conoscono e la loro vita è solo povertà, fame, stanchezza e lo sarà per sempre. Lassù ci sono solo la roccia, il ghiaccio eterno, poca aria per i polmoni, poco ossigeno per il sangue, il lavoro, la miniera, i gringos che sono i loro padroni, i loro genitori che sono solo la proiezione in grande di quello che loro sono da piccoli.
Ma Fernando solleva la pietra, la solleva di slancio e scivola. Scivola sulla pietra sulla quale ha posato il piede, sulla patina di ghiaccio che era lì in agguato da tanto tempo. Fernando cade. Cade in un groviglio di membra, batte la schiena, batte la testa, cade a braccia aperte. E la pietra che aveva sollevato cade. Cade su di lui e colpisce la sua mano posata sulla roccia spaccata, tagliente. Ma la mano di Fernando è già un grumo ghiacciato, insensibile ed accoglie la pietra senza sentirla. La roccia tagliente fa da contraccolpo alla pietra e la mano che sta in mezzo si spacca, si frantuma come fosse fatta di ghiaccio. Ma Fernando non sente nulla e, dopo un attimo di stordimento, si solleva e cerca di alzarsi. Le facce dei suoi due amici sono terrorizzate, ansiose. “Come stai?” chiedono. E intanto Juan si sta togliendo la ruvida giacca di lana grossa, poi il maglione e infine la maglia che gli sta sulla pelle. Si rimette in fretta il maglione e la giacca e si ricalca in testa la cuffia, la allaccia con il sottogola. Juanito afferra Fernando e lo fa sedere, poi gli prende il braccio e lo stringe all’altezza del polso. Il sangue di Fernando ha coperto le macerie della mano ferita ed il gelo ha già iniziato a ghiacciare il sangue in una schiuma rossastra che sembra imbozzare l’arto. Juan gli avvolge la mano nella maglia ancora tiepida che, subito, si colora di rosso. Solo in quel momento Fernando sembra risvegliarsi, guarda la sua mano coperta e vede il sangue. Si piega in due e sembra svenire. Lo reggono. I due ragazzini si guardano, non sanno che fare. Fernando morirà. Lo sanno perché per loro, lassù, non ci sono nemmeno gli antibiotici e loro hanno visto morire quasi tutti quelli che si sono feriti. La febbre li ha mangiati. Qualcuno ha gridato e lo hanno sentito dalle loro baracche, qualcun altro se n’è andato in silenzio e le sole voci che si sono sentite sono state quelle delle donne – mogli o madri – che gridavano piangendo i loro morti. La Compagnia li ha, gli antibiotici, ma non li da a nessuno, non a loro. Fernando morirà.
Però laggiù, in basso, molto più in basso delle loro baracche, dove il ghiaccio non è perpetuo, sanno che c’è un nuovo villaggio di tende. Laggiù ci sono dei gringos che si vestono di bianco e che sanno curare molte malattie. Juan e Juanito ne hanno sentito parlare ed hanno sentito dire anche che questi gringos prendono i bambini, li riuniscono in una tenda grandissima e gli insegnano cose, segni…gli fanno recitare parole. Uno per parte lo afferrano, lo sollevano, lo reggono mentre si incamminano verso il basso, lungo uno dei sentieri di roccia e di ghiaccio che passa lontano dalle loro baracche, non vogliono farsi vedere, non vogliono farsi sentire, specie dai gringos. Stanchi come sono gli pare sempre di cadere, di non farcela a reggere il povero Fernando che morirà. Vanno giù fino a quando Juan si ferma, rischiando di farli cadere tutti. “Madre di Dio, ho perso la pepita.” Juanito lo guarda, attonito. “Come sarebbe a dire l’hai persa? Dove?” Juan fa un gesto vago, indicando verso la cima della montagna. A Fernando cedono le ginocchia e fanno fatica a reggerlo, prima che cada di schianto. “Che si fa?” chiede Juanito. Juan è pensieroso, cupo. E se non la trovassero più? Sarebbe meglio tornare subito indietro. Deve essere caduta mentre si occupavano di Fernando, dev’essere ancora là, a terra, da qualche parte. Sarebbe meglio tornare indietro. Quell’oro è pane per tutti. Ma Fernando? Fernando morirà. Lo sanno che morirà.
Juanito si sta guardando attorno. Le cime delle montagne, intorno, sono brillanti, da una parte, scintillano, sembrano una cascata di polvere d’oro, una colata d’oro, un getto d’oro verso il cielo. Dall’altra sono ombre minacciose, altissime, lontanissime, come nemici che presidiano il loro mondo senza domani, senza speranza. Juanito è stanco e non gli riesce di mettere in fila i pensieri. Vorrebbe solo sdraiarsi lì e riposare, dormire, morire. Sta reggendo Fernando che va perdendo la forza minuto dopo minuto ma gli pare di avere meno forza di lui. “Che si fa?” chiede di nuovo a Juan che, di soprassalto, sembra riemergere da chissà quale profondità. Juan lo guarda fisso, gli cerca qualcosa nel profondo degli occhi.
“Andiamo” dicono insieme ed insieme afferrano dai due lati Fernando che morirà e lo sollevano un po’, prima di rimettersi in cammino verso il basso, verso il laggiù. E passo dopo passo scendono dalla montagna, senza sapere se arriveranno abbastanza in basso per raggiungere le tende, e Fernando che forse morirà o forse non morirà, se arrivano in tempo, non guarda più né loro né la propria mano che sanguina ma si limita a trascinarsi, passo dopo passo……..
| |
Il testo in questa pagina è licenziata in base ad una Licenza Creative Commons. In particolare, è licenziata in base alla Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale 2.5 Italia, colloquialmente nota come "CC-by-nc". |