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La casetta di Biancaneve
Edoardo sbatté il bicchiere sul tavolino, con forza, producendo un rumore secco, minaccioso. Le teste dei compagni si girarono di scatto verso di lui, sorprese. Edoardo si alzò d’impeto, facendo cadere la sedia, rumorosamente.
Nel dopolavoro si fece silenzio, un silenzio meravigliato, reso ancora più significativo dal fatto che i volti apparivano allibiti. Nessuno aveva mai visto Edoardo perdere le staffe e compiere gesti violenti. I due compagni che stavano con lui erano ancora seduti al tavolino: Giovanni, che si faceva chiamare Johnny per una presunta somiglianza con l’attore Johnny Weismuller, interprete di numerose pellicole su Tarzan ed ex campione di nuoto, aveva in faccia una specie di mezzo sorrisetto sardonico ma gli occhi tradivano una sottile vena di paura, Tommaso appariva, invece, genuinamente spaventato.
Ci fu un momento sospeso in cui tutti rimasero ghiacciati ad aspettare quello che sarebbe seguito.
Edoardo torreggiava sugli altri con i suoi duecentootto centimetri di altezza, le sue spalle possenti erano tese ed i muscoli spingevano la camicia dall’interno come volessero farne esplodere le cuciture, i tendini del collo sembravano pronti a scoppiare. Raramente, anche in galleria, si era visto il corpo possente dell’uomo sottoposto ad una simile tensione. Qualcuno ricordava di avergli visto tenere con la sua sola forza il tetto di una galleria, quando uno dei pali di sostegno si era spezzato, mentre i compagni si affrettavano a cercarne un altro per puntellare la volta pericolante, ma anche allora c’era stata in lui, pur nello sforzo inumano, una calma riflessiva, serena.
Ma quella sera, in quel momento glaciale, i lineamenti di Edoardo non erano più quelli dello stesso uomo. Parve, per una frazione di secondo, che si stesse per chinare verso Johnny e l’espressione di questi si trasformò in puro terrore, poi Edoardo si volse di scatto, diede un calcio alla sedia caduta facendola fracassare contro il muro e, con tre grandi falcate, uscì dalla porta facendola sbattere tanto che i cardini sembrarono saltare via.
Johnny si rilassò, lasciandosi andare contro lo schienale, mentre Tommaso si alzava, quasi avesse intenzione di seguire Edoardo. La chiazza di vino si allargò sul tavolino, intorno al bicchiere di Edoardo ed iniziò a colare a terra, lenta, rossa. Nessuno fece nulla per asciugarlo o bloccarlo.
Il barista si mosse da dietro il bancone e raggiunse il tavolino. “Si può sapere che cavolo è successo, qui? Che avete fatto per mandare Edo fuori di testa? Ho rischiato di vedere il dopolavoro andare in frantumi.” Tommaso balbettò: “Johnny ha detto a Edo che la Giovanna si incontra di frequente con Flavio il bello, mentre lui sta giù a lavorare.”
Il barista guardò prima Tommaso, poi Johnny. Quest’ultimo, lo guardò con una espressione tra il rimprovero ed il compatimento, come ad indicare che Johnny aveva detto una cosa decisamente brutta e sbagliata. “E allora? Flavio ha almeno vent’anni meno di lei, potrebbe essere suo figlio. Che volete che ci faccia?” Terminò di asciugare il vino versato, si chinò ad assorbire con lo straccio quello caduto a terra, prese il bicchiere semivuoto di Edo e se lo portò al bancone, scuotendo il capo.
Nel locale, ora che tutti avevano saputo il perché dello scatto del “gigante delle gallerie”, riprese un lieve brusio che, pian piano tornò a trasformarsi nel solito chiacchiericcio in cui si infilavano alcune voci dissenzienti. L’argomento, ora, era diventato quello di Edoardo e della Giovanna perché, si sa, gli uomini dei pozzi sono degli inguaribili pettegoli. D’altro canto, gente che sta sempre chiusa sotto terra, quando ne esce e dopo che si è riposata a sufficienza, altro non ha da fare se non scambiare chiacchiere su ogni argomento, meglio se piccante o allusivo o….Insomma, una massa di comari chiacchierone, pettegole, delle vipere benevole ma non per questo meno velenose. E quanto era piccante quell’argomento!
Certo, nessuno di loro avrebbe mai osato farsi sentire a sibilare con quelle linguacce affilate da Edoardo perché tutti loro ne avevano un sacrosanto rispetto, non solo per la sua mole davvero fuori dal comune e per la sua forza smisurata ma anche perché il gigante era ben voluto da tutti.
Edoardo era arrivato quattro anni prima, quando la proprietà aveva cercato nuovi lavoratori, dopo che c’era stato il grande crollo che aveva colmato il pozzo 7, sotterrando otto compagni. Il pozzo era stato abbandonato, dopo che i corpi erano stati recuperati, sviluppando invece il pozzo 5 che, inaspettatamente, aveva iniziato a sembrare promettente.
Edo era arrivato portandosi dietro solo una sacca colma delle sue cose, gettata in spalla con indifferenza, come fosse stata un fagottino qualunque mentre, per un uomo normale, sarebbe stata un peso annichilente. L’aveva lasciata cadere a terra, sollevando la polvere rossastra che copriva il pavimento dell’ufficio del responsabile del personale e si era presentato, mettendo sul tavolo i suoi documenti.
L’impiegato aveva aperto la busta dei documenti, aveva letto un po’ e poi aveva alzato lo sguardo verso la sua grande mole: “Ah, sei un marinaio! Un bel cambiamento passare da un mondo di acqua ad un mondo di terra, anzi, sotto terra! Ma…sei sicuro di sentirtela? Non è mica facile, sai, abituarsi a questa vita. E poi, nel tuo caso c’è anche la tua altezza a rendertelo ancora più difficile. Ti toccherà tenere sempre la testa bassa, nelle gallerie.”
Edoardo aveva scrollato le spalle. “Mica sono nato sul mare. Mi ci sono abituato. Mi abituerò anche alle gallerie. Mi date lavoro, allora?”
L’altro gli lanciò una nuova occhiata, come a misurarlo tutto, altezza e larghezza. “Hai buone spalle e potresti essere un buon mangiaterra. Va bene, ti provo. Cominci lunedì nella squadra di Nuccio, col secondo giro. Presentati direttamente a lui. Adesso parliamo di paga….”
Così Edoardo era andato a cercarsi un alloggio in paese ed aveva trovato una stanza dalla Lisetta, che aveva posti letto disponibili da quando il suo secondo figlio era rimasto preso in pieno dallo scoppio di una mina di cui non aveva sentito il segnale e si era beccato un sasso in mezzo alla fronte come un pivello sbadato. La stanza non era lussuosa, certo che no, ma conteneva un letto, un armadio ed un cassettone. Solo che il letto era troppo corto, per lui. La Lisetta, che aveva sempre cura dei suoi ospiti come se fossero stati amici dei suoi ragazzi, si era data da fare e gli aveva procurato un allungo del letto con due sgabelli appaiati sui quali aveva appoggiato delle vecchie coperte ripiegate, dalla parte dei piedi ed Edo aveva apprezzato la cosa. Una volta rifatto, il letto era abbastanza confortevole e lui aveva ringraziato molto la donna, che si era blandita. “Dovere.”
Così lui aveva appeso nell’armadio le sue vecchie divise da marinaio, gli unici abiti che aveva, ed aveva messo nel cassettone i suoi maglioni e le magliette estive e la poca biancheria che possedeva.
Poi aveva sistemato con cura il pennello da barba con la sua ciotola, il pettine di tartaruga ed il bel rasoio a mano libera con l’impugnatura intarsiata d’argento, che erano i suoi beni più preziosi.
La Lisetta aveva bussato discretamente alla porta della camera e lui l’aveva fatta entrare. “Vi ho portato degli asciugamani. Il bagno è qui accanto e c’è l’acqua corrente.” disse con una giusta punta di orgoglio, considerando che la sua era una delle poche case del paese che poteva godere di quella comodità. “Sapete, mio marito Gualtiero ed i miei due ragazzi hanno lavorato parecchio per portare le tubature fin qui e per fare l’impianto dell’acqua, rubando le ore al loro riposo. Avevano anche previsto di fare qualcosa per l’acqua calda, in vista che si sposassero, ma poi Giulio, il mio secondo ragazzo ha avuto l’incidente e mio marito si è come spento e non ha più voluto andare avanti. Però, quando volete, una bella tinozza d’acqua calda ve la farò sempre trovare, basta chiedere.” La donna si guardò attorno, nella stanza, e disse: “Siete un tipo ordinato, a quel che vedo.”
Edoardo aveva annuito. “Sulle navi non c’è poi tutto questo spazio a disposizione. Se uno non impara ad essere ordinato va a finire che chi ti sta accanto ti spacca qualcosa in testa.”
“E come mai avete lasciato il mare, se lo volete dire?”
Edoardo aveva deviato il discorso e la Lisetta, che non era indiscreta, lasciò perdere.
Però, prima di uscire, non aveva potuto astenersi dal chiedere: “Perdonate, ma quanti anni avete? Non mi sembrate un ragazzetto di primo pelo.”
“Ormai sono vicino ai quarant’anni. Ho navigato per venti e ne ho visto, di mare.”
“Chissà quante terre avrete visto!”
“Terre? Porti, più che altro. Era venuto il momento di cambiare vita. Che mi sapete dire della miniera, signora Lisetta? Ci lavorano da tanto, suo marito e suo figlio?”
“Qui non c’è uomo che non ci lavori o non ci abbia lavorato. Questo paese esiste perché esiste la miniera e vive di quello che ti paga la miniera. Non c’è altro, qui intorno, se non il cimitero dove noi donne portiamo a seppellire gli uomini. Perché prima o poi ci tocca a tutte quante di vederceli portare via e se non è il gas sono i crolli e se non sono i crolli è la silicosi. Si, anche i miei ci lavorano; mio marito da trentatre anni, mio figlio da dodici. Giulio ci stava da quattro.”
Così Edo, quel lunedì di quattro anni prima, si era presentato all’imbocco del pozzo ed aveva cercato Nuccio e Nuccio, un omettino tutto nervi e tosse, lo aveva guardato tutto, dai piedi alla testa e, piegandosi leggermente all’indietro, aveva detto: “Allora sei tu, quello nuovo. Me l’avevano detto che eri alto e grosso ma, perdio, non ti credevo così grosso. Non hai mai lavorato nei pozzi, da quel che mi dicono. Va bene, per oggi vieni giù con me che ti spiego le cose più importanti. Da domani sei con la squadra.” Ed Edoardo aveva seguito Nuccio sul montacarichi, portandosi appresso la bisaccia con il pasto ed il piccone, aveva provato la stretta alle budella del cancello che si chiudeva e del gabbione che iniziava a scendere e solo la lunga pratica con i boccaporti delle navi gli aveva impedito di cedere alla claustrofobia. I suoi compagni erano silenziosi ed assorti, come se milioni di pensieri gli affollassero il cervello e milioni di sentimenti gli soffocassero il cuore. Quando il montacarichi si era fermato, gli altri si erano sparsi per le gallerie mentre lui e Nuccio si erano fermati appena giù dal montacarichi.
“Come ti sembra?” gli chiese Nuccio.
“Diverso dall’aria di mare e diverso dall’aria.” Teneva la testa bassa, incassata tra le spalle, anche se lo spazio lì non mancava. Si accorse di avere le mani sudate.
“Va bene. Posa lì la bisaccia e vieni con me.” e lui lo aveva seguito fino in fondo ad una galleria dove davvero aveva avuto bisogno di abbassare la testa e di curvare la schiena. Nuccio gli aveva fatto vedere gli uomini al lavoro e gli aveva spiegato il nome ed il funzionamento delle macchine e le procedure di lavoro. “Quelli stanno facendo i buchi per le cariche. Quando saranno abbastanza profondi ci metteranno i candelotti e li armeranno. Poi tutti via di corsa perché, una volta posizionati gli inneschi, c’è da cercare un riparo. Poi boooom! E ti salteranno i denti fuori dalla bocca, se non sei stato accorto. Dopo, quando la polvere si è depositata, c’è da sgomberare tutto. Il materiale va caricato sui carrelli e spinto fino al montacarichi.” Lo aveva condotto a un’altra galleria. “Qui è scoppiata la carica, stamane, e gli uomini stanno sgombrando, come vedi. Lì c’è da lavorare di piccone per tirar giù la roba che è rimasta sospesa, là c’è da lavorare di pala. Quelli laggiù stanno posando la rotaia sul fondo della galleria, fin dove è stata livellata. Intanto, in mancanza di rotaie, tocca agli asini fare il lavoro grosso con i carri. Qui c’è da fare attenzione a centinaia di cose che non ti sto a spiegare tutte subito. Però devi sapere che qui dentro, anche se non lo senti, c’è sempre del gas e quello è l’animale peggiore di tutti, uno che se ti addenta non perdona. Poi c’è il rischio dei crolli, specie se le gallerie non vengono puntellate a dovere e le quadre non sono fatte a regola d’arte. Ti auguro solo di avere il tempo di imparare quello che c’è da fare e che non ti succeda niente nel frattempo. Mica tutti hanno la mia fortuna, quaggiù, di arrivare vicini alla pensione. Però, con la prudenza e la cura nel lavoro ci si può arrivare, anche se i padroni spingono sempre per incrementare la produttività. Bisogna essere anche capaci di dire no, perché nessuno di loro ci viene mai, quaggiù, e loro la pelle se la tengono cara.”
Aveva imparato e bene. Lavorava sodo ma sempre con un occhio molto vigile ad ogni sintomo di pericolo e, in quei quattro anni, si era guadagnato il rispetto di tutti. Edoardo aveva un buon carattere, dava sempre una mano e non fumava e non beveva sul lavoro ed aveva solo un piccolo vezzo che non tutti condividevano ma che nessuno gli contestava: teneva sempre un fazzolettone a coprirgli naso e bocca, anche quando era sotto sforzo.
Si era ambientato anche fuori ed aveva fatto amicizia con tutti. Frequentava il dopolavoro ma nessuno lo aveva mai visto bere più di un bicchiere, anche quando vinceva a carte e toccava agli altri pagare.
Poi aveva conosciuto la Giovanna, una bella donna, gagliarda ed energica, che prestava servizio da chiunque la pagasse, senza fare distinzioni. La Giovanna portava una massa di capelli castani che le scendeva, enorme ed ondulata, lungo le spalle robuste ed a volte la raccoglieva in una coda di cavallo nella quale, da qualche anno, avevano cominciato ad infilarsi a tradimento dei filamenti grigi che venivano dalle grandi faticate che faceva ai lavatoi o nelle ville enormi dei signori, dai pavimenti strofinati e dalle grandi pulizie per le quali la reclutavano se c’erano in vista matrimoni o battesimi perché la Giovanna non si sapeva risparmiare. Non per questo, però, i suoi lineamenti erano sciupati o segnati, come se avesse stretto un patto con chissà quale diavolo per mantenersi intatta, nonostante tutto. Qualcuno ci aveva provato, con lei: quelli gentili si erano sentiti rispondere dei no! senza spazio per le repliche, quelli che avevano cercato di usare la forza o, peggio, la violenza avevano rimediato qualcosa di rotto da portarsi via come ricordo. Ma tutti si chiedevano cosa se ne facesse la Giovanna di quel che guadagnava. Si era comprata, qualche anno prima, un rustico appena fuori dal paese, lungo il sentiero che si arrampicava verso i resti del bosco e ci viveva, per quel che si sapeva, tutta sola.
Dietro la casetta aveva messo su un orto che era sempre ben curato e che le dava la soddisfazione di belle verdure, poi teneva un piccolo recinto con qualche coniglio ed un altro con del pollame.
Quel giorno la Giovanna si era affacciata alla finestra che dava sul sentiero ed aveva visto un omone gigantesco seduto su una pietra a lato del sentiero, che si asciugava il sudore dalla fronte con un fazzolettone colorato. Non ci si era soffermata più che tanto ma, quando era tornata ad affacciarsi dopo un quarto d’ora, aveva visto quel tizio ancora là, che guardava verso la sua casetta. Allora era uscita e lo aveva interpellato bruscamente: “Che cercate? Vi piace casa mia?” con un tono che doveva essere letto come “Sciò, pussa via che qui non sei gradito.” L’uomo si era alzato in piedi ed aveva messo via il fazzolettone, imbarazzato. “Scusate, signora, non volevo importunare. Stavo solo pensando che, per sembrare ancora di più alla casa di Biancaneve, questa casetta avrebbe bisogno di un bel recinto di legno tutto intorno.” La Giovanna era rimasta interdetta. Aveva squadrato quell’essere enorme ed aveva detto: “Siete il marinaio, quello che sta a pensione dalla Lisetta.” Non era una domanda ma una constatazione e lui si era limitato ad annuire. “Non vi si può scambiare con nessun altro, per la verità.”
Era trascorso un minuto interminabile. Poi ne era passato un altro ed i due erano rimasti immobili a fronteggiarsi. “Avete bisogno di qualcosa?” gli aveva chiesto lei, alla fine.
Edoardo era apparso imbarazzato. “Una sorsata d’acqua sarebbe gradita. Non avevo calcolato il caldo di oggi e la passeggiata è stata lunga.” Era rimasto fermo a disegnare qualcosa nella polvere della strada con la punta della scarpa. Dal campanile del paese erano venuti i rintocchi della campana che annunciavano la funzione serale. La Giovanna si era riscossa, era entrata in casa e ne era uscita con una brocca d’acqua ed una caraffa, si era avvicinata all’uomo e glie l’aveva porta. “Avevo sentito che siete un tipo riservato e gentile…” aveva abbozzato. Lui era arrossito e, mentre lei gli versava l’acqua, la sua mano aveva tremato un po’. “E anche molto ordinato, per essere un uomo.” Lui era avvampato.
Era domenica e lui, non avendo voglia di chiudersi, aveva deciso di salire fino al bosco, le aveva spiegato. Lei aveva posato la brocca sulla pietra dove lui era stato seduto. “Cosi, da solo?” Lui aveva annuito. “C’è un tale fumo, al dopolavoro, che non avevo voglia di lasciarmi affumicare gli abiti buoni. E poi l’aria non basta mai.” Come accadeva raramente, la Giovanna aveva sorriso. Lui aveva bevuto l’acqua a grandi sorsate e lei glie ne aveva versata ancora. “Buona. Molto buona. Vi ringrazio per la gentilezza, signora.” Le aveva restituito la caraffa e si era girato, per riprendere il cammino verso il paese. Lei non seppe mai spiegarsi perché, contrariamente alla sua natura, gli aveva chiesto, con una certa ansia nella voce: “Dicevate davvero, per il recinto?”
Così, nelle giornate di riposo, era finita che lui si era dato da fare a costruire il più bel recinto che si fosse mai visto da quelle parti, con lei che, se era libera, lo aiutava a scorticare i tronchi o glie li teneva mentre lui li piantava nel terreno con mazzate da far tremare la collina. Infine, insieme, lo avevano verniciato ben bene e, insieme, avevano anche pitturato i muri esterni della casa che era diventata davvero bella come quella di Biancaneve.
Quando finiva la giornata, di solito, lui raccoglieva le sue cose e scendeva al paese mentre lei, dopo avergli fatto un cenno di saluto, rientrava in casa ma, la sera che terminarono di verniciare la porta d’entrata della casa, lei gli disse: “Fermati qui per cena.”
Era passato parecchio tempo da allora, almeno due anni e mezzo, lui si era recato tante volte alla casetta ed il giorno dopo, sia lui che la Giovanna, erano molto più allegri e vivaci. Ma lui sentiva che la donna aveva qualcosa nascosto dentro che la teneva un po’ chiusa, come una ragnatela che la avvolgesse dall’interno e non lasciava scoppiar fuori la gioia, però avendo anche lui i propri fantasmi che gli mordevano l’anima, non le aveva mai chiesto niente, limitandosi a godere della nuova serenità che traspariva da lei, della trattenuta allegria che le faceva sempre più spesso piegare le labbra in un sorriso. Finché lei, una sera, mentre facevano l’amore in un letto decisamente troppo stretto e corto, si era lasciata scappar fuori: “Ti voglio proprio bene, Edo.” Lui non aveva saputo rispondere altro che: “Anch’io, Giovanna.” Dopo di allora lei non glie lo aveva più detto e lui non aveva insistito. Né aveva mai cercato di entrare nei suoi segreti, per una sorta di patto non detto che imponeva ad entrambi di lasciarsi vivere quella bella storia senza cercare di complicarla con troppe parole.
Lui aveva continuato a stare dalla Lisetta come se niente fosse ma, ormai, la loro storia la conosceva tutto il paese e qualcuno ne era contento per entrambi, qualcuno ne era contento a metà ed a qualcuno dava decisamente fastidio ma più per l’invidia per quello lì che era riuscito nell’impresa in cui nessun altro l’aveva spuntata che per altro.
Era passato il tempo ed, un giorno, la Lisetta aveva affrontato l’argomento con Edoardo. “Non mi voglio impicciare, Edo, ma…non vi è mai venuto in mente, a voi due colombi, di abitare insieme? Non sarebbe più giusto e, anche contro il mio interesse, più economico, per te? Sai, non sei più un giovanottello e forse metter su famiglia non ti guasterebbe, no?”
Lui l’aveva guardata un po’ stranito, poi aveva risposto con il suo solito tono un po’ impacciato “Sai che non ci avevo mai pensato, Lisa? Sai, si sta tanto bene così che….” Lei gli aveva fatto presente che anche il prete, oltre che molte delle comari del paese, dicevano che non era bello che andasse avanti quella situazione irregolare….non cristiana, ecco!
“Senti, Lisa, io non bazzico molto la chiesa, è vero, però non credo che il buon Dio, se dovesse scegliere tra me e la Giovanna e quelle famiglie in cui la moglie va in giro a civettare mentre il marito se ne va alla chetichella a trovare le donnine che ci sono a lato delle strade, dalla parte della città, preferirebbe loro. Sai, io non lo so come vanno queste cose, qui da voi, però ho sempre pensato che quel che conta è che due si vogliano davvero bene.” Lisetta non aveva trovato da obiettare e, quando lo aveva riferito al prete, anche lui non aveva saputo che dire. E non aveva più detto niente.
Flavio il bello era proprio bello. Era un ragazzone di una ventina d’anni che assomigliava a Gary Cooper giovane, secondo alcuni. Era venuto su dalla parte della città, un giorno d’aprile, ed aveva chiesto se c’era lavoro. Così, forte dei suoi vent’anni, aveva iniziato a dividere le proprie energie tra il lavoro di mangiaterra ed il “correre dietro alle gonnelle”, come dicevano velenosamente le madri delle figlie che lui era bravissimo a rimbambire finché gli cedevano. Già qualcuno dei giovanotti del paese, specie quelli che avevano sorelle in età, aveva cercato di dargli una buona lezione ma quel disgraziato aveva un’abilità incredibile, maturata nella frequentazione delle palestre di boxe, nello schivare i pugni e nell’assestarne. Però stava sempre attento a non andare oltre un certo limite: stancava l’avversario con le sue finte, schivando tutti i colpi, finché quello era cotto, poi lo colpiva ma senza lasciargli segni e lo stendeva. E, alla fine, tutte le ragazze lo difendevano, anche se lui le lasciava dopo aver avuto quello che cercava. Così la fama di Flavio il bello cresceva insieme all’odio degli altri, specie di quelli che, giunti all’età propizia, si trovavano a dover chiedere prima o dopo alla loro ragazza se aveva conosciuto Flavio il bello di persona, ma anche di altri, i padri o gli zii delle farfalle che gli svolazzavano intorno.
Johnny non apparteneva ad alcuna delle categorie di cui sopra. Era solo un pettegolo ma un pettegolo invidioso, uno cui non andava mai bene nulla, figurarsi un giovanotto che si portava in giro una fama ed una faccia simili. Aveva fatto la spia molte volte, ai padri ignari delle debolezze delle figlie, ai fratelli ed ai fidanzati ma così, giusto per la soddisfazione di creare situazioni di conflitto. Ed era uno di quelli che, devotamente, frequentavano regolarmente la chiesa facendosi attentamente notare dal prete ma altrettanto attentamente cercando di non farsi beccare mentre scendeva a trovare “le signorine”. Sua moglie, che era un tipo paziente e tollerante, aveva sposato la teoria per cui facesse pure quel che voleva purché portasse a casa la busta paga ogni settimana e stesse ben attento a non venire a bussare alla sua porta che lei di brutte malattie non ne voleva prendere da quel porco.
La sera in cui, mentre sedeva al tavolo con Edoardo e Tommaso, gli era venuto in mente che forse quel gigante poteva competere con Flavio il bello, non ci aveva pensato due volte a metter su una storia che li potesse mettere l’uno contro l’altro, ricordando di aver visto, una volta, parlare il ragazzo e la donna.
Edoardo era uscito come un tornado, pronto a qualunque azione violenta se avesse trovato un oggetto contro cui sfogarsi. Solo che, per arrivare alla casetta di Biancaneve doveva affrontare la salita e per trovare Flavio il bello avrebbe dovuto scendere nel pozzo perché quello era di giro di notte e non sarebbe stato facile trovarlo.
L’aria fresca però gli snebbiò il cervello e gli soffiò sulla rabbia che lo aveva preso, calmandolo un po’ ma senza spegnere i fuochi.
Ebbe tempo di riflettere sulla situazione e gli vennero in mente i silenzi ed i segreti della Giovanna, conservati gelosamente anche nei momenti di massima intimità, la renitenza a rivelare che cosa la spingesse a lavorare tanto per tutti ed a vivere così isolata dal resto del paese, in quella casetta al limite dei boschi. La lingua sibilante di Johnny sembrava aver voluto tagliare un sentiero nella nebbia che avvolgeva la vita della donna di cui era innamorato.
Si, perché mai come in quel frangente Edoardo si era reso conto di provare per la Giovanna un sentimento forte, maschio, grande e possessivo.
Non la vedeva ormai da quattro giorni perché era di secondo giro e si era fermato al dopolavoro solo per un bicchiere prima di andarsi ad infilare a letto, nella sua stanza dalla Lisetta, giusto per togliersi dalla gola il saporaccio della terra ed il gusto piccante dello spezzatino che aveva mangiato per cena. Ed ora si chiedeva cosa fosse accaduto, mentre stava là sotto tra l’indigesto ed il disgustato, a picconare come una furia ed a spalare roccia e terra, dopo lo sparo della mina. Ricordava solo che l’asino, quella sera, era sembrato meno forte e più inquieto del solito, tanto che lui aveva chiesto al conducente se quella povera bestia non stesse bene. L’altro gli aveva risposto con un gesto di noncuranza, come se non gli importasse niente dell’animale ed ancor meno della sua domanda.
Aveva già incontrato Flavio il bello, un paio di volte che erano stati di giro insieme ed aveva pensato che là sotto uno poteva anche essere l’uomo più bello del mondo ma nessuno se ne sarebbe potuto accorgere, nemmeno le fidanzatine più innamorate. Ne aveva sentito parlare, certo, ma a lui interessava solo come si comportava nel pozzo e non quando stava fuori, di riposo. E Flavio, tutto sommato, si comportava bene, lavorando sodo e con attenzione.
Ora, stranamente, pensava che del ragazzo non gli importava un bel niente, in realtà, salvo quello che poteva cercare dalla Giovanna. Che quella specie di diavolo donnaiolo si fosse stancato della carne giovane ed avesse deciso di assaggiare qualcosa di più saporito in base al detto della gallina vecchia?
Comunque, impossibilitato sia a mettere in atto qualunque forma di vendetta contro la donna, vista anche la buona dose di stanchezza che gli legava le membra e lo stomaco che, di nuovo, sembrava ribollire di nausea, si incamminò verso la casa della Lisetta, pensando che, comunque, prima o dopo il bello della miniera sarebbe tornato di giro con lui.
Lisetta vide subito quanto era alterato e pallido. “Che ti accade, Edoardo?” Lui fece cenno, indicandosi lo stomaco e lei lo fece sedere in cucina, mentre gli preparava una limonata calda e forte. Lui non parlava. “Che c’è, sei alterato?” gli chiese ancora lei, posandogli davanti la scodella fumante. Edo non rispose ed afferrò la scodella con entrambe le mani, facendola quasi sparire. Il primo sorso gli bruciò le labbra, il secondo le budella. Edoardo imprecò sottovoce e Lisetta, che non lo aveva mai sentito perdere le staffe, si preoccupò. Prudentemente si recò nell’altra stanza mentre Edoardo prendeva altri tre sorsi e rientrò solo per vedere il gigante che si alzava di scatto tenendosi una mano davanti alla bocca. Lo prese per un braccio e lo accompagnò in bagno dove Edoardo diede di stomaco.
La volta successiva che si incontrò con la Giovanna rimase guardingo e distaccato, cercando sul volto della donna tracce della colpa o dell’eventuale pentimento ma lei gli parve quella di sempre, come se davvero fosse stata Biancaneve. Questo lo fece arrabbiare di più ma cercò di non darlo a vedere.
Fu due settimane dopo che si accorse di essere di primo giro con Flavio il bello. Edoardo era già nervoso perché, durante gli ultimi incontri con la sua donna, lei era apparsa ancora più scontrosa del solito, misteriosa e distante, quasi guardinga. Non avevano fatto più l’amore, dopo la sera della spiata di Johnny, senza che lui le desse spiegazioni e la donna era andata inacidendo, troppo riservata per chiedergli motivazioni.
Flavio era semiaddormentato, nella luce livida del primo mattino, e si appoggiava alla pala come per aiutarsi a stare in piedi: probabile che la notte precedente avesse fatto, come sempre, tardi. Edoardo lo guardò, una lunga occhiata carica di odio che l’altro non vide e non percepì, tanto che, quando il montacarichi si chiuse ed iniziò a scendere, gli si fece vicino e si puntellò contro il suo grande corpo. “…zzo che serata! A momenti mi si bruciavano i piedi a forza di ballare.” La sua testa ciondolò e si appoggiò al braccio di Edoardo che si irrigidì. Il bicipite parve una camera d’aria di camion che si gonfiava e Flavio, incuriosito, aprì gli occhi. “Ah, sei tu! Non poteva essere nessun altro, con queste braccia che sembrano paracarri. Ti capita mai di cominciare una giornata come se fossi già a fine turno? Beh, io oggi sto così. Spero di non addormentarmi quando sparano le mine.”
Lui gli diede una spinta e si spostò.
Si sparsero per le gallerie ed iniziarono la giornata. Ci fu da preparare i fori per le nuove cariche, mentre un’altra squadra lavorava a spostare materiale per livellare il pavimento. Il conducente dell’asino disse: “Il Bigio è morto, schiattato senza un raglio. Questo è giovane ma si chiama Bigio anche lui.” Edoardo lo guardò e gli venne voglia di spegnergli il sorrisetto con un pugno sul naso, così, per gradire. L’altro continuò: “Anche questo è destinato a vivere qua sotto finché campa. Pensa che schifo di vita.” Lo disse come se si stesse divertendo. Edoardo gli disse: “Non è che poi la tua vita sia molto migliore della sua, no? L’unica cosa che vi fa diversi è il numero delle gambe.” L’altro zittì.
Edoardo diede una mano a riempire il carretto di materiale, mentre venivano inserite le cariche. Uno ad uno gli addetti terminarono i collegamenti e si allontanarono, dopo aver avvisato gli uomini. Edoardo, portandosi appresso la pala, si mise al riparo, mentre il caposquadra si muoveva in mezzo a loro, contandoli. “Manca quello stronzo di Flavio. L’avete visto?” Uno alla volta scossero il capo. “Porca puttana, quello è tornato indietro un’altra volta, si è imboscato a dormire per quel che non ha dormito stanotte. Se lo becco gli faccio un culo!” Le cariche esplosero con un fragore assordante ed una nuvola di fumo e detriti invase la galleria. Il capo squadra, che era tornato indietro a cercare Flavio, era bianco come un lenzuolo. “Non l’ho trovato. O è uscito dal pozzo, ma nessuno l’ha visto, oppure stavolta l’abbiamo fatta grossa. Io che ho dato per scontato che si fosse imboscato, quelli delle cariche perché hanno avuto fretta di fare il botto.” Tremava. Edoardo pensò: “Adesso ha finito di andare a trovare la Giovanna….” ma poi , subito, si rese conto di aver pensato una cosa troppo cattiva.
Il caposquadra si appoggiava alla parete tremando di nervosismo e di paura, mentre la polvere si andava depositando con una lentezza esasperante. Si sentì l’acciottolare degli zoccoli dell’asino in mezzo alla polvere sospesa, e la voce antipatica del conducente disse: “E’ vostro, questo qui? Diteglielo voi che questo non è il pullman dei sogni…” ed indicò Flavio che, sdraiato sul pianale del carretto, se la dormiva saporitamente. Il caposquadra cominciò a ridere di sollievo, poi si ricordò di essere arrabbiato, salì sul carretto con un salto e, accompagnato da un’ovazione dei presenti, rifilò a Flavio il bello un bel calcio nel sedere che lo fece scattare in piedi come una molla. “Che c’è? Che è successo, qui?” Il caposquadra lo spinse giù dal carretto senza molti complimenti e gli gridò: “Vatti a guadagnare la paga, disgraziato.” Poi si girò e cominciò a ridere di nascosto, mentre si univa agli uomini per sgomberare la galleria. Ma avevano appena iniziato che si udì una specie di schiocco, seguito da un profondo borbottio. Tutti se la diedero a gambe. Solo Flavio il bello, ancora stordito e ciondolante, si era appoggiato alla parete ed aveva chiuso gli occhi, per non perdere tempo a recuperare il sonno interrotto mentre l’asino, spaventatissimo, nel tentativo di girarsi per fuggire fracassò metà del carretto contro la parete della galleria, rimanendo incastrato. Edoardo, che aveva sfoggiato un bello scatto, si rese conto della difficoltà dell’animale ed, istintivamente, si fermò e tornò indietro di corsa, a prenderlo per la cavezza per trascinarlo via. Diede anche una sberla a Flavio, incitandolo: “Scappa, cretino, se ci tieni alla pelle!” Solo che le sue parole si persero nel fracasso della volta che franava. La luce svanì in una tenebra angosciante. L’asino, stordito, iniziò a scalciare come un forsennato ma senza alcun risultato. Quando Edoardo fu stufo di sentire l’animale comportarsi come una molla imbizzarrita, gli afferrò i finimenti e lo strattonò, fino a bloccarlo contro una parete. Poi accese il lume dell’elmetto e fece un po’ di luce. Nel buio denso di polvere in sospensione, il lume proiettò un raggio debole e incerto. Edoardo si rese conto di non aver più sentito la voce di Flavio il bello e si mise a cercarlo nello spazio ridotto. Lo scovò, raggomitolato a terra, un mucchietto di polvere abbracciato ad una pala.
Pensò che fosse morto, non vedendolo muovere né sentendolo parlare. Gli si inginocchiò accanto e lo girò fino a potergli puntare in faccia il lume. Doveva aver preso una bella botta vicino all’occhio sinistro perché perdeva sangue da un taglio. L’occhio si era già gonfiato. Edoardo si tirò sulla bocca e sul naso il suo fazzolettone, che gli era sceso sotto la gola, poi prese un altro fazzoletto e lo appoggiò alla ferita del ragazzo, che si mosse e fece una smorfia. “Mi senti?” chiese Edoardo. Dopo un po’ Flavio rispose: “Ti sento e ti vedo, se sei tu quello con la luce in testa.” Edoardo gli diede una piccola botta in testa. “Non fare lo spiritoso con me, ragazzino, e tirati in piedi alla svelta che qui c’è bisogno di trovare una strada per uscire velocemente, intanto che c’è aria.” Flavio, che non era scemo, si mise in piedi ed accese anche il proprio lume, mentre ispezionavano il fronte della frana che li aveva tagliati fuori. “Non sembra roba grossa. Vediamo cosa si può fare, partendo da lì.” Indicò un punto ed iniziarono a scavare, buttando il materiale alle loro spalle. Dopo un po’ sudavano e sbuffavano ma non calarono il ritmo fino a quando, di schianto, Flavio crollò a terra. Edoardo lo guardò storto: “Il signorino è già stanco?” Flavio non rispose. Stava a terra tenendosi la testa stretta fra le mani.
Il gigante continuò a spalare per un altro po’, poi mollò la pala e sedette accanto al ragazzo. “Ti fa molto male?” Sembrava genuinamente preoccupato, come se avesse completamente scordato il motivo del contendere che lo opponeva al ragazzo. “Mi fa male si, porca miseria. Mi sembra che la testa mi scoppi. E ci vedo pure tutto storto.”
Edoardo si risollevò; l’asino si muoveva, inquieto, in troppo poco spazio. A un tratto sollevò la coda e si scaricò. “Ci mancava anche questo…” mormorò Edoardo, e riprese a spalare ed a picconare. Il ragazzo, silenziosamente, scivolò di lato e si accasciò a terra, senza che il gigante se ne accorgesse.
Nell’antro si sentiva solo il respiro dell’asino e l’ansimare di Edoardo, al lavoro. Le sue enormi braccia sembravano dotate di una vita autonoma rispetto al resto del corpo. I bicipiti ed i tricipiti si gonfiavano e si sgonfiavano, seguendo il movimento della pala che affondava nella terra, si sollevava piena, veniva proiettata all’indietro e scaricata. Infine anche le forze di Edoardo cominciarono a scemare e lui si fermò, si appoggiò alla pala e si guardò attorno. Flavio il bello era là steso, senza dare segni di vita e lui si sentì il sangue sussultare. Si inginocchiò accanto al ragazzo, lo scosse lievemente senza provocare alcuna reazione percettibile. Allora gli spense il lume del casco e, dopo averlo girato supino, gli sollevò una palpebra e gli puntò il proprio lume dritto nell’occhio. La pupilla ci mise un tempo infinito a reagire alla luce diretta ma il ragazzo non reagì per niente. “Questo si è beccato una bella commozione cerebrale, porca vacca! Cosa bisogna fare, in questi casi?” si chiese l’uomo ma il suo cervello rifiutava di rammentare quanto aveva appreso in marina e lui seppe di essere a sua volta scosso e preoccupato.
Riprese a scavare con rinnovata energia fino a quando sentì le voci ed i rumori dei compagni che scavavano dall’altra parte. Ci fu un momento di silenzio e si udì la voce del caposquadra che urlava: “Mi sentite, di là? Ci siete ancora?” Edoardo afferrò un piccone e lo batté forte su una pietra.
L’asino scalpitava: aveva sentito anche lui le voci.
Solo Flavio il bello era come morto ed unicamente il ritmico alzarsi ed abbassarsi del suo torace denunciava che era ancora da questa parte della china.
Furono estratti tre ore dopo ma per tirar fuori l’asino fu necessario lavorare un’ora in più.
Quando riemersero nel piazzale antistante il pozzo c’era un’ambulanza che li attendeva.
E c’era la Giovanna.
La donna pareva invecchiata di colpo, i capelli sciolti che sembravano adesso il groviglio di serpenti sulla testa di Medusa. Lo guardò fisso negli occhi per qualche interminabile secondo e lui ricambiò lo sguardo cercando di metterci tutto l’amore che provava, tutta la gratitudine di trovarla lì, ad aspettarlo.
Poi lei avanzò di un passo, due, iniziò a correre e lui stava quasi per aprire le braccia ma lei cambiò direzione e andò verso la barella sulla quale era steso Flavio il bello, ancora incosciente e con un portantino che gli teneva la maschera dell’ossigeno davanti alla faccia.
Edoardo rimase a guardare la donna che si chinava sulla barella e che abbracciava la figura distesa e poi seguiva la barella fin sull’ambulanza. Un medico gli si avvicinò e lo fece sedere, poi gli fece alcune domande mentre lo esaminava, sommariamente, in cerca di ferite.
Ma non sfuggì a Edoardo la figura di Johnny che, in mezzo ad un gruppetto di uomini, lo guardava con espressione stupita, come se avesse perso il filo di un discorso, ma ancora con un sorrisetto malizioso stampato sul volto. Il medico gli ordinò di farsi accompagnare all’ospedale per un esame più accurato ed uno degli autisti della miniera gli si fece vicino con un’automobile della ditta.
Edoardo ricordò vagamente di aver risposto a monosillabi ad un milione di domande, mentre percorrevano la brutta strada verso la città, tutta curve e scossoni, poi si ritrovò a seguire un tizio in camice bianco che lo fece stendere su un lettino e gli fece levare camicia e pantaloni per visitarlo su ogni lato. Poi gli avevano fatto i raggi e infine, non seppe dire quanto tempo dopo, gli dissero di andare a casa che non aveva niente di rotto ma solo un gran bisogno di riposare.
L’autista lo accompagnò dalla Lisetta e lui lo ringraziò. Anche di quell’incontro conservò ricordi vaghi. Però, quando lei gli pose davanti una ciotola di zuppa, il profumo rischiò di farlo svenire.
Mangiò avidamente, poi si chiuse nella sua stanza e, non appena svestito, si addormentò. Dormì per quasi ventiquattro ore e la Lisetta, solitamente molto riservata, andò varie volte e vedere come stava. Stava bene, pareva, solo che, stranamente, nel sonno aveva pianto più volte e lei era uscita dalla stanza imbarazzata. Non si aspettava una simile reazione da quell’omone gigantesco.
Edoardo si stiracchiò, sentendosi indolenzito come non mai. Le braccia gli parevano due ammassi di dolore e fu questo a fargli rammentare gli avvenimenti del giorno prima, giù nella galleria. E l’atroce scena che aveva vissuto all’esterno, con la Giovanna.
E, a proposito di Giovanna….non era sua la voce che, di là, parlava con la Lisetta?
Si mise in piedi a fatica e si infilò un paio di pantaloni delle sue vecchie divise, poi aprì la porta e si affacciò sul corridoio. Certo, era proprio la sua voce. Ma….che ci faceva là?
Si affacciò sulla stanza che la Lisetta chiamava tinello e spiò all’interno. Le due donne sedevano al tavolo e la Giovanna stava piangendo a dirotto, mentre la padrona di casa tentava di consolarla. Sentendosi osservate girarono entrambe le teste verso di lui.
Il viso della Giovanna era un misto di sentimenti aggrovigliati e solo dopo un po’, con uno sforzo, tentò un sorriso ma titubante, timido, timoroso….
Lui fece un passo nella stanza e la Lisetta, discretamente, si alzò e li lasciò soli, con la scusa di mettere su la moka per fare un bel caffè. Edoardo scommise con se stesso che la donna si sarebbe fermata appena fuori, ad origliare dietro la porta chiusa. Ma non glie ne importava. Gli importava, invece, eccome, la Giovanna che si alzava e, ancora tutta bagnata di lacrime, gli si avvicinava.
Lui aprì le braccia e lei ci si tuffò, lasciando andare un sospiro che parve un turbine di vento.
La strinse cautamente, per non stritolarla e lei si avvinghiò a lui, con forza, infilandogli i monconi delle unghie nella pelle della schiena.
“Stai bene? Stai bene davvero?” sussurrava contro il suo petto e lui la rassicurava.
Così, mentre aspettavano il caffè della Lisetta che, ovviamente, tardava a venire, lei gli raccontò i suoi segreti.
Aveva diciassette anni quando era rimasta incinta di un suo coetaneo, giù in città, e non aveva voluto abortire nemmeno sotto le minacce di suo padre, nemmeno per le lacrime di sua madre, nemmeno quando, su istigazione della sua famiglia, lui la piantò.
“Mi sono tenuta il mio bambino anche quando le suore dell’ospedale, cacciandomi addosso mille maledizioni, hanno cercato di farmelo consegnare a loro, che lo avrebbero assegnato ad un istituto di loro consorelle, per farlo adottare, dicevano. Ma io il mio bambino lo volevo perché era bello, bellissimo, il più bel bambino dell’ospedale, della città. E me lo sono tenuto ed ho cominciato a lavorare per mantenerlo e farlo crescere sano e forte e bello e quando è stato in età l’ho mandato a studiare in un istituto perché volevo che diventasse istruito, un dottore… E invece, quello, che mi combina? Si prende una laurea con lode, bruciando le tappe, e poi mi capita qui in paese quando meno me l’aspetto e mi dice che prima di andare a fare il lavoro per il quale si è laureato, vuole provare il lavoro vero, quello di miniera. E siccome è davvero bellissimo cominciano anche a ronzargli intorno mille api come se fosse di miele. Ma non ha voluto venire ad abitare da me, no, perché, dice, è un uomo e vuole provare a vivere da solo. Così mi tocca fare finta di non conoscerlo e quando ci si incontra si fa solo un paio di parole come se nulla fosse….una pena, questi figli. Ma siccome le voci girano lui vuole sapere se è vero che sto con il marinaio, quello grosso, e io gli dico di si e lui dice va bene, mi piace, mi pare un tipo a posto….Vi auguro di essere felici. E poi mi dice ricordati di invitarmi a nozze, se vi viene l’idea di sposarvi che io, finita l’estate, me ne torno in città a fare il lavoro mio. E poi succede questo popò di guaio e io mi sono sentita morire…tutto quel lavoro per tirarlo grande, bello e lui che a momenti va crepare in questa dannata miniera e tu….e tu, brutta bestia, insieme a lui che mi hai portato via l’anima e trent’anni di vita a sapervi là sotto e stare ad aspettare. Quando ti ho visto e mi sono accorta che eri tutto intero sono dovuta correre da lui, però. Spero che tu lo capisca. Però adesso che anche lui è fuori pericolo non resistevo più, avevo bisogno di vederti…e ti vedo in quel letto maggiorato che russi come un trombone, ancora sporco da far pietà e con le lacrime agli occhi come un bambino…..” Lei non aveva aggiunto altro, dopo quella tirata da sfiatarsi, e nemmeno lui aveva parlato. L’aveva solo tenuta stretta stretta, fino a quando aveva sentito le ossa di lei scricchiolare. E, proprio mentre la Lisetta entrava con quel caffè tanto sospirato, lui l’aveva baciata e nessuno dei due si era accorto della donna che, con il vassoio con la moka fumante, tre tazzine e lo zucchero, era rimasta a guardarli, imbambolata e commossa, come fosse al cinema.
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