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Libero

Da Biblioteca.


Libero
2008

- Ragazzi, per cortesia… pretendo troppo se vi chiedo un minimo di attenzione prima che suoni la campanella? Grazie! Dunque: proporrei di dividere la classe in cinque gruppi; ognuno tratterà un argomento specifico e si occuperà di una sola miniera. Per esempio, chi analizzerà Gavorrano, ne studierà a fondo i processi socio-culturali, la sua funzione nel piano industriale dell’epoca, le motivazioni della sua crescita e della relativa dismissione. A gennaio confronteremo gli elaborati e tenteremo di arrivare ad una prima sintesi delle vostre ricerche. Ma sarà solo il principio del nostro viaggio…

La prof è in gran forma, forse perché l’attesa delle vacanze di Natale che stanno per iniziare carica anche i docenti, non solo i discenti.

-… e, per cortesia, non voglio copiaticci da Internet, intesi? Non tornate con paginate fredde e inutili di roba scaricata, perché non le guarderei nemmeno. Usate cuore e testa, metteteci del vostro, collaborate ad ottenere un risultato di qualità; inteso, il messaggio?

Era dagli inizi dell’anno che, presentandoci il programma, “Sua Dinamicità” aveva dichiarato di puntare tutto su questa scommessa; ora il progetto sta prendendo corpo, le linee tracciate diventano chiare.

Tento sul diario uno slalom complicato di appunti tra alberelli innevati e altri disegnini ameni che sottolineano a chiare note l’imminenza del magno gaudio natalizio; mentre lo swatch segnala che i tempi regolari stanno per finire, la signora “Mai rilassarsi fino al fischio finale” si avvicina al banco e, all’improvviso, tira nella mia porta un’imprevista punizione di seconda; proprio in zona Cesarini, come avrebbe detto mio nonno.

- Per te che sei il creativo, l’estroverso della classe, avrei in serbo un compitino particolare…

Cerco di intuire la parabola ma la barriera nasconde la traiettoria.

- Devi intervistare un minatore; non importa in quale realtà abbia lavorato. Ne conoscerai qualcuno, no?

Rimango per qualche secondo a bocca aperta, con la Bic nero-di-china a mezz’aria e la sensazione nitida che il pallone si sia infilato giusto giusto nel sette.

La Giovani, vicina di banco per destinazione e recente acquisto da un Liceo classico della capitale, sintetizza con una frase senza necessità di commenti la mia espressione cretina, suscitando l’ilarità dell’intera classe seconda C.

- Ahò, che te sei pijato… ‘n’ictus?

La risposta che ne deriva non è tale da giustificare la mia esistenza in vita e l’appartenenza a quel Liceo così qualificato.

- Come sarebbe… un’intervista, prof?

- Dunque, mio caro, come sarebbe un’intervista…

“Sua Dinamicità” si siede ai bordi del mio banco accavallando le gambe con una mossa vagamente sensuale e inaspettata.

-… Sai quella cosa per cui uno fa domande ad un altro o altra annotandole su un apposito taccuino, quindi mette tutto in bella creando un file nel proprio computer e archiviandolo nella sua brava pennetta elettronica… e di cui poi, alla fine, riferisce in classe nei giorni che io avrò preventivamente stabilito? E’ più chiaro il concetto, adesso?

Ovviamente, un’alta percentuale degli iscritti alla mia classe sghignazza, nella speranza che la gag involontaria prosegua fino al fatidico suono della campanella.

Purtroppo per loro, la cosa finisce lì e la sua espressione torna assolutamente seria.

- Chiedi aneddoti, storie particolari, frammenti di vissuto…ti do carta bianca, ma porta un lavoro fatto bene. Ti informo che questo sarà un capitolo non marginale del nostro progetto.

Al triplice fischio finale, mentre le altre classi sciamano garrendo verso la libertà agognata, la prof annuncia con manifesta soddisfazione l’arrivo della ciliegina sulla torta.

- Vi comunico ufficialmente che, a ricerca ultimata, il materiale elaborato potrebbe diventare un libro, edito dalla scuola con un contributo che per ora non sto a spiegarvi. Il Preside mi ha confermato che i fondi ci sono, però il gioco deve valere la candela. Mi pare pleonastico ribadire che noi non deluderemo alcuna aspettativa, dico bene? Altre domande?

Chiudendo il registro la Tebaldi, forse in ossequio a quel cognome così sacro ai fanatici dell’universo melomane, assume un tono espressamente lirico.

- Siamo, anzi…siete l’ultima generazione in grado di compendiare l’epopea delle miniere, ciò che hanno rappresentato per migliaia di persone; ricordate La storia infinita? In quel film il Nulla sta divorando, pezzo dopo pezzo, il mondo conosciuto per assenza della fantasia. Nel nostro caso, la perdita fisiologica del materiale umano rischia, nel giro di poco tempo, di mettere fine alla possibilità di registrare una volta per tutte quel mondo, perciò dobbiamo operare finché c’è tempo. Se permettete, questo sarà il mio contributo in qualità di insegnante originaria di Cabernardi ad una storia che solo voi potete far diventare infinita; ergo: metteteci l’interesse che merita tale ricerca. Bene, ragazzi, potete andare; buone feste a tutti!

Mentre sto per uscire in questo inizio di pomeriggio di un inverno senza inverno, la prof mi chiama ancora.

- Dimenticavo; cerca in biblioteca, meglio ancora se lo acquisti in una qualsiasi libreria, il testo di Cassola e Bianciardi sui minatori della Maremma; vi troverai spunti interessanti per il tuo lavoro. Prendo sulle spalle lo zaino e le perplessità di quel compito particolare, ma la sfida mi intriga. Come direbbe mio padre, bisogna sempre trasformare in occasione propizia tutto ciò che, alla prima apparenza, sembra soltanto una grossa, inevitabile rottura di scatole. Magari, chiederò ad Ilaria di darmi una mano.

Alla fermata dell’autobus, la ressa è la solita di ogni giorno; se possibile, oggi il caos è ancora più evidente. Basta, farò qualche chilometro a piedi e cercherò intanto una libreria dove chiedere informazioni sul libro.

Non sono un secchione, ma mi è sempre piaciuto liberarmi alla svelta dal problema dei compiti natalizi, per godermi nel modo migliore ciò che rimane della festa. A fine anno ho già divorato gli esercizi di matematica, le sei versioni sei di latino e diciotto paginette esilaranti di chimica; ma rimane quel chiodo, quella piccola mission tutta da inventare. Fosse ancora vivo mio nonno avrei già risolto il problema; lui la miniera la conosceva bene; negli ultimi mesi di vita, quando non riusciva quasi più a respirare, malediva la silicosi che –diceva- gli aveva divorato i polmoni giorno dopo giorno, anno dopo anno.

Era un uomo paziente, nonno Anselmo: quando ero piccolo, mi teneva per ore sulle ginocchia e mi raccontava storie bellissime; in ogni suo racconto un eroe buono combatteva per la giustizia ed uccideva o scacciava per sempre re prepotenti, matrigne cannibali e “nemici del popolo”.

In prima media mi aiutò a fare un tema sulle professioni esercitate in famiglia e mi parlò del suo lavoro nel sottosuolo.

- Cosa vorresti raccontare, quello che fa tuo padre? Mica è un lavoro, quello…Il lavoro è sudore, fatica, riscatto, lotta di tutti per un avvenire migliore. Tuo padre vive in un mondo di fandonie e, se può, frega il suo prossimo promettendogli guadagni miracolosi senza sudarseli. Rimanga tra noi: non mi piace quello che fa, anche se, senz’altro, guadagnerà dieci volte quello che era il mio salario in miniera!

Quando portai il compito in classe, la maestra si meravigliò che avessi parlato del lavoro del nonno invece che della professione paterna, ma si congratulò del buon lavoro svolto e, per almeno tre giorni, ci spiegò cos’era la miniera e perché quel buco scavato nella terra fosse così rilevante per la vita delle nostre zone. Ed io mi sentii fiero di avere un nonno così importante.

Chiaramente, a papà non è mai passato nemmeno nell’anticamera del cervello di seguire quella strada, indirizzando la carriera sull’arduo terreno dell’intermediazione finanziaria e del risparmio gestito; facendosi senz’altro fagocitare dallo stress, ma conservando i polmoni integri dalle polveri malefiche del sottosuolo. In ogni caso l’assente, come lo chiama la mamma, non mi sarebbe di nessun aiuto. Lui ha ricominciato a lavorare a ritmi da paranoia, cambia ogni giorno giacca e cravatta, spesso anche la borsa dei documenti, beve un caffè al volo prima di uscire di casa e, quando torna, si fionda sul divano quasi fosse reduce da un incontro ravvicinato con una milizia talebana. Tutto come prima, purtroppo!

Durante le elementari, quando rientrava dopo la battaglia quotidiana combattuta nei boschi della Borsa, spesso portavo alla sua attenzione il quaderno con un disegno appena terminato o con un pensierino premiato da un bel voto; l’assente lanciava un’occhiata distratta ai piccoli capolavori e mi faceva un rapido complimento.

-Bravo…uh, che bello, l’hai fatto tu tutto da solo?

Probabilmente, in cuor suo non vedeva l’ora che me ne tornassi in cameretta e lo lasciassi riposare in santa pace. Per esimersi dai quotidiani intralci familiari, tipici delle famiglie normali, aveva cercato di imporre alla mamma delle regole basilari, una sorta di tavole della legge domestica a suo uso e consumo personale.

- Dobbiamo rispettare una divisione efficace ed efficiente dei ruoli, qui dentro, perché la famiglia, proprio come un’azienda, funziona se ognuno sa esattamente cosa deve fare!

In virtù di questa frase ad effetto, mutuata da qualche corso di management, non si è mai presentato al ricevimento degli insegnanti, affidando ogni volta il compito a sua moglie; e non solo quello, di compito. Mia madre, tutte le volte che si rendeva conto di avere un marito che giustificava la sua presenza solo in termini provvigionali, sbottava e gli rimproverava le sue assenze ingiustificate. Quando succedeva, chiudevo la porta della mia camera e accendevo lo stereo a tutto volume; non sopportavo che litigassero e si tenessero il muso per settimane intere.

- Tu non ci sei mai, Giancarlo, tu hai sposato quel cacchio di lavoro, ecco com’è! Tuo figlio cresce e tu non te ne accorgi nemmeno… forse nemmeno lo vedi, magari ti diamo anche fastidio; perché è la carriera che conta, per te, mi sbaglio?

La domenica si alzava tardi, faceva colazione per conto suo e poi si metteva davanti ad una calcolatrice per ripassare i conti degli affari settimanali. Non avesse avuto quel problema improvviso alla prostata, forse un bel giorno la mamma l’avrebbe piantato in asso, perché non faceva più vita, con lui.

Durante i giorni neri del cancro sembrava cambiato del tutto; dopo la degenza, il solo fatto di averlo sempre in casa a mia disposizione mi rendeva felice. Abbiamo fatto anche una breve vacanza tutti insieme, in montagna, cosa che non era mai successa prima. Ma lo stato di grazia è durato poco. Rientrato a lavoro, per compensare i due mesi di tempo “perduto a curarsi” e per ritessere i contatti con il suo portafoglio clienti, l’assente è sparito di nuovo dalla nostra vita; se possibile, più di prima.


Ciò detto, adesso dove vado a sbattere il capo? Il padre di Ilaria fa il tappezziere, a parte il nonno che non mi può più aiutare non ricordo parenti o affini che abbiano a che vedere con la miniera; dove lo trovo questa specie di ultimo dei Mohicani? Poi, all’improvviso, nell’intermittenza ossessiva delle luminarie domestiche create ogni Natale con maestria da mia zia Elvina, si accende una lampadina fuori dal coro che diventa un volto ed un nome proprio di persona: Libero. Ricordo che quando il nonno stava per morire, Libero venne qualche volta a trovarlo per fargli compagnia. Quando entrava nella sua stanza, esordiva sempre con la stessa frase:

- Allora, compagno, come va?

Nonno lo salutava con un leggero cenno del capo, Libero si sfilava la giacca e gli si sedeva accanto, rimanendo in silenzio per non disturbarlo.

Al funerale, Libero portò la bandiera rossa abbrunata e, con altri tre conoscenti, accompagnò a spalla il feretro dal cancello del cimitero fino al fornetto destinato alla sepoltura del mio vecchio.

In casa, grazie a Dio, si ricordano del cognome. Prendo l’elenco telefonico e alla lettera T, con un ghigno di soddisfazione, trovo l’uomo che fa per me: Libero T., via Sardegna 15, telefono...

Compongo il numero con la stessa bramosia con cui zio Settimio, ogni fine anno, spulcia la combinazione del biglietto abbinato alla lotteria televisiva del sei gennaio; attendo qualche secondo interminabile, poi:

- Chi è?

- Buongiorno, mi scusi…sono uno studente del Liceo, avrei bisogno di parlare un attimo con lei, se non la disturbo.

- Giovanotto, mi dispiace deluderla, ma la mia pensione non mi consente di fare spese superflue…non posso acquistare niente!

Mi affretto a spiegargli che non vendo né enciclopedie né aspirapolvere d’ultima generazione, chiarisco che avrei bisogno di incontrarlo per chiedergli alcune cose sulle miniere di pirite, che mi manda la mia insegnante di storia e letteratura italiana. Libero rimane qualche attimo in silenzio, evidentemente sta metabolizzando le informazioni appena ricevute. Per garantirmi l’assenso, gioco il jolly.

- Signor Libero, sono il nipote di Alfredo C., lei è venuto qualche volta a trovarlo, prima che mancasse…

Bingo! Potrò vederlo domani, nel primo pomeriggio, quando la badante ucraina si prende l’ora di riposo per incontrare le colleghe.


La casa di Libero è al quarto piano di un vecchio edificio condominiale; ovviamente, nella tromba delle scale non c’è traccia di ascensore. Salendo, ripasso la scaletta delle cose da chiedere; mi assicuro anche, per l’ennesima volta, di avere con me un block notes ed il piccolo registratore tascabile che mi ha prestato Ilaria; quindi, suono il campanello.

- Vieni, giovanotto, accomodati; ti chiedo subito di parlare a voce alta; sono diventato sordo come una campana, purtroppo.

Mentre mi accomodo, ho la sensazione di assistere ad un film già visto: la stanza è un piccolo salotto in ordine, le suppellettili hanno il fascino sobriamente austero delle cose di un tempo che fu; il televisore è nascosto da una specie di tenda ricamata per difenderlo dalla polvere, su un lato tra il finestrone e il disimpegno che porta in cucina fa bella mostra di sé una vecchia Singer montata sull’apposito trespolo, anch’essa difesa da pulviscolo e acari grazie ad una mantella di lino chiaro bordata di pizzo inamidato. In ossequio alle festività, dentro una vetrina in formica verde qualcuno ha composto uno scarno presepe con le statuette essenziali di plastica colorata.

Mi tornano in mente la casa di mia nonna Orsola e poche parole crepuscolari di una poesia studiata nelle ore di italiano, a fine ottobre: “La Vita? Un gioco affatto degno di vituperio, se si mantenga intatto un qualche desiderio…”.

- Ti posso offrire qualcosa?

Rifiuto cortesemente mentre accendo il piccolo Sony ed apro il taccuino acquistato per l’occasione. Intanto, lo sguardo corre alle pareti dove una serie di fotografie in bianco e nero ritraggono Libero da giovane su palchi da comizio, sopra un mare di cappelli e bandiere al vento. In una, in particolare, accanto al minatore in giacca e camicia bianca mi pare di riconoscere il volto di Togliatti.

- Lì siamo a Modena, nel cinquanta, quando furono assassinati come cani sei operai innocenti.

Si alza sulle gambe malferme, si avvicina ad un fagiolino laccato con le gambe rococò, fruga nel cassetto e ne estrae una vecchia scatola di biscotti Mellin piena di foto e di pagine ingiallite vergate a mano.


- Ero nel direttivo provinciale del partito comunista e nel sindacato dei minatori; tempi difficili, quelli, ma ci credevamo. Guarda, ho ancora tutto l’intervento che il segretario fece all’indomani della strage.

“…In uno stato che ha soppresso la pena di morte anche per i più efferati tra i delitti, voi siete stati condannati a morte, e la sentenza è stata su due piedi eseguita nelle vie della città, davanti al popolo inorridito…”

Capisco che la mia scaletta servirà a ben poco, Libero parla volentieri senza copione, come faceva talvolta il nonno quando gli chiedevo notizie utili ad un tema per casa. Tento comunque di entrare nell’argomento che mi riguarda.

- Allora, Libero, mi racconti della miniera.

Libero si lascia sfuggire un mezzo sorriso ed un’espressione di chi si è sentito interrogare sull’umanità intera.

- Già, la miniera…da dove comincio? Nei primi tempi, all’avanzamento, si lavorava a coppie per turno, in genere su tre turni. Li chiamavano gite, ma i posti da visitare erano sempre gli stessi!

Nonostante l’età, Libero ha un viso ancora fresco, ben sbarbato, il suo sguardo reca traccia di un’antica, indefinibile nobiltà; somiglia vagamente ad un maturo Sean Connery in un’interpretazione cinematografica di re Artù.

- C’erano spesso un minatore ed un manovale, si praticavano parecchi fori nella parete da far saltare, dove era stato scoperto il filone buono di minerale. Quando tutto era pronto, arrivava un carichino che infilava la dinamite nei fori ed accendeva le micce. Si scappava alla svelta, prima che tutta la parete venisse giù per l’esplosione.

Libero parla aiutandosi con le mani, le dita nodose come radici di vecchi ulivi mediterranei disegnano nell’aria circonferenze, meccanismi, cronologie di movimenti.

- Quando fumo e polvere si diradavano alla meglio, il manovale arrivava con un mucchetto, insomma…un vagoncino, su cui si caricava a pala tutto il franato. C’era pirite di prima e pirite mista a sterile: in laveria la seconda veniva lavata e separata dallo scarto dentro i crivelli.

Mi guarda con attenzione, Libero; cerca di farmi capire, sa perfettamente che ogni cosa che dice mi è del tutto ignota, quasi mi parlasse in arabo. Il piccolo Sony registra la voce, ma si perde le geometrie delle mani e lo sforzo dei muscoli del viso per rendere semplici quelle cose che sono semplici solo per il mio interlocutore. Quando la memoria trova un ostacolo, quando il concetto diventa più complicato, Libero accenna una mezza bestemmia, perché mani e voce non sono sufficienti a rendere visivi i particolari della narrazione.

- Dunque, il crivello si muoveva a forza di cinghie e pulegge, solo più tardi gli fu applicato un motore. Il crivello aveva diversi eccentrici azionati per trasmissione…ed erano collegati tra loro da una specie di albero motore.

Prendo appunti, ma non garantisco a me stesso che serviranno a fare bella figura con l’insegnante e a garantirmi un pensiero compiuto per la ricerca che sto conducendo.

- Insomma, per farla breve, giovanotto, hai presente una massaia che staccia la farina? Bene, il funzionamento era più o meno quello!

Nella tromba delle scale una porta aperta per pochi istanti rimanda nell’etere condominiale i soliti slogan pubblicitari: cosa sarebbe il Natale senza il nuovo pandoro al gusto di mirtillo?…

Mi piacerebbe ci fosse Ilaria, qui con noi; lei va pazza per la psicologia, frequenta corsi di teatro e di scrittura creativa, va in giro per ospizi a setacciare storie e frammenti di vita vissuta che poi traduce in racconti e monologhi teatrali; chissà quanto gradirebbe queste memorie dal sottosuolo.

Quando ci siamo conosciuti ad un party dalla sua amica Tutta-cosce, lei ha deciso subito che eravamo fatti per stare insieme. E me lo ha spiegato quello stesso giorno, senza parafrasare.

- Mica vorrai perdere un’occasione per essere completamente felice, no? Nella peggiore delle ipotesi, tranquillo! ci rassegneremo a non farne di niente. Alla fine, come direbbe un mio amico genovese, sarà stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati…!

Le racconterò tutto per filo e per segno, fra poco; sono sicuro che non si vorrà perdere un passaggio della nostra conversazione.

- Che fine faceva la pirite, una volta separata dallo sterile?

Libero non si è accorto della mia assenza temporanea; adesso, sembra compiacersi della mia domanda che interrompe per un attimo il suo monologo.

- Il linguaggio gestuale è un libro aperto, per chi lo sa leggere- ammonirebbe Ilaria.

In effetti, le mani di Libero tornano a cooperare con la voce; la memoria, stimolata dal mio interessamento, cerca di liberarsi dalle franchigie dei buchi neri in cui, ogni tanto, cade necessariamente.

- La pirite, quella buona dicevo, veniva frantumata dai Symons… come faccio a spiegarti…da una specie di grosso tritatutto, sai…roba americana, e scendeva per le canale arrivando per caduta ai vagli.


Mi rendo conto solo adesso che la mia generazione conosce bene il peso specifico di tutti i pianeti, che i libri di scuola ci insegnano a collocare con esattezza il momento dell’estinzione del dodo, emblema delle isole Mauritius lontane anni luce dalle nostre esperienze quotidiane; ma questa stessa generazione, purtroppo, rischia di disperdere in pochi anni la storia delle storie, la realtà di un microcosmo che solo fino a pochi anni fa era vissuto quotidiano, lavoro e dolenti note, pagnotta e sacrifici. Del libro consigliato dalla Tebaldi ho letto solo la presentazione nella quarta di copertina; adesso, ciò è sufficiente per immaginare questo spaccato di provincia nemmeno tanto lontano nel tempo, popolato da contadini maremmani e boscaioli delle colline metallifere, da fornaciai di Casteani e tutto l’universo legato alle miniere. Mi salta alla memoria una frase di Strehler letta in un libro di storia del teatro contemporaneo: “Il racconto di un uomo è il racconto di un’umanità”.

Ecco: il racconto di Libero è il racconto dell’umanità dei minatori, umanità legata troppo spesso al filo sottile di un destino imperscrutabile, ma comunque realtà di queste terre; tante Fontamara sparse sul territorio grossetano da Boccheggiano a Ribolla, tra l’Amiata e Gavorrano, passando per Niccioleta e Fenice Capanne. Senza demagogia, la storia della nostra gente. E capisco bene, proprio ora, le ragioni della buona Tebaldi nel presentarci il lavoro di ricerca:

- Avete, ancora per poco tempo, la possibilità di non permettere che questo mondo venga dimenticato, perché è da lì che venite tutti, è il tessuto connettivo che nessuno deve trascurare, è un passaggio cruciale per spiegare la vostra nuova specie, cari ragazzi! Quindi, metteteci cuore e cervello, lasciate perdere le sirene ammaliatrici di Internet…!

- Sai, io non volevo andare in miniera, perché avevo paura. Diverse famiglie contavano già troppi morti, io speravo di guadagnarmi da vivere in un altro modo. Tornato dalla prigionia, mi resi subito conto, però, che tutte le strade portavano dentro a quel buco nero, non c’era verso. O miniera o fame. Prima di partire militare, qualcuno mi aveva promesso che sarei stato affidato almeno alla laveria, dove i rischi erano minori; purtroppo le cose andarono diversamente.

Intuisco che Libero sta aprendo altri files dall’archivio della memoria, ma il suo racconto, per diventare corale, non può fare a meno di aggrapparsi ai chiodi della storia. Questo, in fondo, è il suo contribuito più evidente alla mia comprensione.

- Avrai studiato della guerra in Africa settentrionale, credo. Mussolini non digeriva che al suo impero mancassero ancora le conquiste coloniali. Quando decise che era scoccata l’ora fatidica –come diceva lui- sperò di arrivare laggiù con armi e attrezzature vecchie come il cucco e si illuse di vincere la guerra in tre balletti, senza colpo ferire; in quei giorni, per convincerci che era poco più di una passeggiata, mandavano per radio quella canzone: …bella abissina, aspetta e spera che già l’ora si avvicina…

Libero posa gli occhi sopra la mia testa, in un luogo indefinito della stanza, quasi seguisse un ologramma creato apposta per fissare meglio i momenti del racconto.

- Ma le guerre non si vincono con le parole di una canzonetta e gli inglesi, caro mio, avevano armi vere. Fui preso prigioniero in Tunisia; mi spedirono in Inghilterra, poi in Galles, in Scozia e, alla fine del viaggio premio, alle isole Orcadi.

Frugando nella scatola di biscotti, tira fuori un documento ancora integro.

- Guarda che bel fusto di prigioniero, che ero!

Il tesserino reca un numero di serie: serial No. Z077766; the bearer of this identity Document is an Italian Prisoner of War, employed on work directly connected with the War.

- Mi chiesero se avevo esperienza di trasmissioni; se mi affidano un lavoro importante, pensai, mangerò bene e sarò trattato in maniera civile. E così diventai marconista.

Nella foto all’interno del documento, Libero è in divisa militare, ha capelli neri tirati indietro con un filo di brillantina. Sembra un artista del cinema muto, invece che un prigioniero di guerra.

- Finita la guerra, chi era rimasto vicino a Londra tornava a casa prima e, una volta in patria, tentava di riorganizzarsi l’esistenza. Diavolo, nessuno poteva concedersi il lusso di scegliersi il lavoro! Ma se in miniera rimaneva qualche buon incarico, chi arrivava prima aveva la possibilità di aggiudicarselo. Quando tornai io, nella mia busta c’era un solo indirizzo: strada per l’avanzamento. E festa finita!


Adesso Libero si concede una pausa; si alza di nuovo, prende acqua minerale da una bottiglia nella credenza e versa alcune gocce da un miniscolo flacone di medicinale, contando a voce alta.

- Scusami un secondo, è l’ora dell’anticoagulante. Se non lo prendo all’ora giusta, quando rientra Tatiana mi fa un cazziatone che non finisce mai.

Dopo aver trangugiato la medicina, torna a frugare nella scatola.

- Eccola qui.

Mi presenta una foto formato biglietto da visita, coi bordi dentellati.

- Onelia, la mia Onelia…

Nell’immagine color seppia, la moglie ha un sorriso che scimmiotta tutte le Wanda Osiris della sua generazione; indossa il vestito delle grandi occasioni, immagino, e la certezza che il destino le riserbi un futuro di doverose soddisfazioni.

- Ci volevamo sposare a tutti i costi; così, dopo due giorni appena dal viaggio di ritorno, ho preso il mio trentuno e mi sono infilato in miniera, ringraziando anche il sorvegliante che mi aveva concesso quell’occasione! Avevo ventisei anni e tre mesi.

- Ed è stato sempre all’avanzamento?

Arrossando i vetri della finestra di sala, il sole scompare piano piano dietro ai tetti più alti, la campana del seminario vescovile rintocca la mezz’ora.

- Macché; no, non avrei campato molto, giù sottoterra! Intanto, quando tornai, tutte le miniere avevano abolito gli zoccoli di legno. C’erano volute un bel po’ di discussioni coi capoccia, ma alla fine l’avevamo spuntata. Adesso la direzione passava scarpe di gomma e stivali, anche se l’acqua che filtrava dalle butte, alla lunga inzuppava i piedi e marciva le suole. Avevi voglia a costruire puntelli e cappelli! L’acqua arrivava dappertutto, era un inferno strano, quello…c’era un caldo umido che spesso diventava insopportabile. Dopo meno di un anno, stavo per lasciarci la pelle. Ero dimagrito quasi dieci chili ed avevo il colorito di un fantasma. Fu allora che mi spostarono in laveria; e da lì, ne sono venuto via solo quando ho raggiunto l’età della pensione.

Prendo di nuovo in mano la foto di Onelia.

- E’ mancata otto anni fa, poverina. Peritonite mal curata...Era una brava ballerina, sai?

Adesso Libero tace; se aprisse bocca, probabilmente piangerebbe.

Dopo un silenzio che mi sembra un’eternità, batte due dita sul tavolo e mi offre un sorriso.

- Via, su, mica voglio annoiarti coi brutti pensieri! A voi giovani non garbano le storie tristi, dico bene?


Ormai ho il block notes pieno zeppo di appunti; mi rendo conto che è passata più di un’ora, perché la badante è già rientrata ed ha chiesto subito a Libero della medicina.

- Preso tue goccioline di medico, signore Libero?-

Il registratore ha fermato, nel nastro, la storia di una vita difficile, magari non molto diversa dalle storie di migliaia di altri minatori. Ha memorizzato gli anni delle lotte sindacali, dell’avvento di nuove meccanizzazioni che non sono mai riuscite, comunque, a scongiurare lutti e morti annunciate, ha catturato piccole gioie e quotidiane rinunce, nomi e cognomi di un universo che mi era quasi del tutto ignoto.

- Ci fosse tempo, ti parlerei di Vittorina, una donna di Prata che diventò vedova presto. Il marito rimase schiacciato sotto una frana, e lo recuperarono solo in pezzi. La società, a titolo di risarcimento, le dette un incarico esterno. Che io sappia, era l’unica donna in tutta la provincia a prendere il postale in mezzo a gite di soli uomini…


Libero adesso è stanco, non posso e non voglio chiedere di più. Mentre lo saluto, mi invita, se ne avessi bisogno, a tornare di nuovo.

- Tuo nonno era un bravo compagno, era come un fratello. Quante discussioni in sezione, arrabbiature, ore e ore di riunioni rubate al sonno e al riposo. Ma alla fine tutto si appianava; quello che contava per noi era quel simbolo, falce e martello e quella stella che prometteva un avvenire nuovo per tutti i lavoratori. Poi, però… Mah…! Comunque, sono contento di avere conosciuto suo nipote!

Gli confesso che ha fatto piacere anche a me, che avrei voglia di vederlo ancora; la badante sorride e mi accompagna alla porta.

Libero si appoggia al braccio robusto dell’ucraina e mi tende la mano.

- Spero di esserti stato utile, anche se capisco che ci vorrebbero mesi per spiegarti bene un solo mese della vita in miniera.

- No, guardi, lei ha fatto anche troppo. Porterò a scuola un buon lavoro, non dubiti.


Chiamo Ilaria al cellulare perché mi venga a prendere alla fermata trentasei dell’autobus.

Mentre guadagno il marciapiede ingoiando gas di scarico dell’ora di punta, cominciano a passarmi davanti agli occhi diapositive in ciclostile di situazioni mai vissute, frammenti di un mosaico che mi sarebbe piaciuto conoscere; forse, l’ultimo contributo postumo di nonno Anselmo.

- Ah, Onelia…era una maestra nel preparare le schiacciate di Pasqua. Alla fine, mica siamo stati male e basta, sai? Di quel poco che c’era, non ci siamo mai fatti mancare niente, diglielo alla tua insegnante!

Alzando la testa, i grandi cartelli pubblicitari con panettoni mandorlati e promozioni natalizie di telefonia mobile senza scatto alla risposta sono spariti, almeno per un attimo; al loro posto, su colline gialle di frumento, una mietitrebbia arranca tra nuvoloni di pula, sotto un sole a martello che inzuppa camiciole di contadini e pezzole di donne alla fontana pubblica, mentre lavano il cambio per la miniera. C’è profumo forte di birra a buon mercato nel bar del paese, dietro alla tenda a strisce di plastica colorata per non far entrare le mosche; e c’è una domenica sorniona che, al ritmo monotono di un coro di cicale, aspetta notizie dai secondi tempi del campionato di calcio.

- Stanno sempre zero a zero, a Firenze…

- Libero…stasera portami alla fiera; ballano, sotto i castagni alla spianata del Torrione; tanto, domani, sei di secondo turno e possiamo fare un po’ più tardi…

Onelia accenna un passo di danza sotto gli occhi compiaciuti del marito, mentre prepara lievito e farina per il dolce pasquale.

- Era una brava ballerina, sai ?

Intanto, sulla strada polverosa che parte dalla chiesa parrocchiale, nella sera bagnata da aromi di incenso e rose selvatiche e nell’odore acre di lampade a petrolio, passa lenta la processione. Gli uomini, appoggiati ai muri sconnessi delle case, si tolgono il cappello, agghindati nell’unico vestito buono che sa di carbonina.

“Donne, mettetevi il cappotto, suona la terza volta a Cristo morto…”

“ Donne, toglietevi il crestone, suona l’ultima volta a processione…”

Nei macelli addobbati ed illuminati per la festa, gli agnelli belano la prossima fine. I falò di sterpi e puliture di ulivi, nelle campagne, rendono omaggio al passaggio del corteo, nel venerdì di passione.

- Ti metto nella panierina i corolli freschi; tu, portami un ramo di quella mimosa che cresce giù dalle parti del pozzo tredici, mi raccomando…

- Te l’ho detto, Onelia, che per il primo maggio di quest’anno viene il compagno Ingrao a inaugurare la nuova casa del popolo, al Bagno di Gavorrano?

”…Ed è per voi sfruttati, per voi lavoratori… Inizierei così il mio intervento, cari compagni e compagne, in questo giorno di gioia meritata, se il pensiero, subito, non corresse a tutti quei morti ingoiati dalla miniera e dagli interessi più o meno espliciti, più o meno leciti di padroni spesso arroganti e senza scrupoli…”

Nonno Anselmo batte le mani senza soste e si asciuga gli occhi con un enorme fazzoletto rosso; Libero, accanto a lui, alza il pugno e beve, parola per parola, il comizio di Ingrao, spiccando tra la folla accalcata sotto il muro di pirite e l’effigie in bronzo di Togliatti. Poco più in là, Mendes Masotti saluta le delegazioni che ancora arrivano, intasando la piccola piazza già piena all’inverosimile. Poi, una mano mi tocca sulla spalla, e il proiettore si interrompe di colpo.


- Allora, com’è andata, giornalista d’assalto?

Mostro ad Ilaria il blocchetto zeppo di appunti e il piccolo Sony con il nastro di un’ora occupato per intero.

- Guarda, queste sono le mie armi per combattere il Nulla.

Ilaria assume uno sguardo perplesso.

- Libero è stato mitico, è un grande, sai… Certo, è solo una tessera del grande puzzle che va ricostruito con amore, tutti insieme, perché la Storia delle Storie non si perda nelle nebbie dell’oblio. Ha un milione di ragioni, la Tebaldi; la cosa strana è che me ne sto accorgendo solo ora!

Ilaria mi prende a braccetto mentre ci incamminiamo verso casa sua. Probabilmente non ha capito.

- Non ti preoccupare, ti racconto tutto strada facendo.

Un improbabile babbo Natale pagato a ore dall’ipermercato ci distrae con un inchino interessato e una robusta scampanellata, indicandoci la porta d’ingresso al regno dell’elettronica.

- Promozioni hi-fi, stereo e i-pod, cellulari di ultima generazione…prego accomodarsi al quarto piano, reparto grandi occasioni …buon Natale!

- Mi dicevi, scusa?

- Dunque, te lo ricordi quel film, La storia infinita…?


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