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Miniera, la vita di una donna
Le miniere da sempre hanno avuto il potere di cambiare, di plasmare e molte volte perfino di spezzare le vite di chi ci si dedicava, vite oneste, vite eroiche, vite umili, vite difficili, milioni di storie spesso sconosciute o dimenticate di cui solo poche hanno avuto la fortuna di sopravvivere allo scorrere del tempo e della memoria, e queste possiedono un valore immenso, rappresentano un patrimonio che ci appartiene dentro nell’anima e nel sangue, è un bene enorme averne in eredità anche solo una ed esternarla al mondo, diventa quindi un dovere oltre che un privilegio… e quella che sto per raccontarvi è una di queste rare storie, una storia che ha avuto la fortuna di essere ricordata e raccontata, trasmessa da una generazione ad un’altra, ma che soprattutto ci mostra la miniera da una prospettiva diversa, facendocela vedere, sentire e vivere con l’anima una donna. Questa storia non racconterà della miniera in senso tecnico e specifico, no, questa storia racconterà di come il destino abbia voluto tessere le trame della vita di chi, pur non essendo mai sceso nelle profondità del sottosuolo, ha avuto per indiscussa protagonista e antagonista della sua esistenza, la miniera… proponendosi l’ unico ed alto obbiettivo di riuscire a sfiorare il cuore dell’eternità, rievocando emozioni ormai lontane e quasi dimenticate.
Questa storia inizia sulle colline a nord/est di Cagliari, in un luogo di campagna un po’ sperduto, cui arrivarvi specie a inizi novecento era davvero un’ impresa difficile e pericolosa, c’era un’ unica strada che vi conduceva, sterrata e molto stretta che scorreva su curve pericolose a ridosso di precipizi, strada che poi si diramava in diversi stradelli che giungevano nei due paesetti della zona; lo stradello di sinistra portava ad Armungia a 366 metri sopra il livello del mare, un paese talmente grazioso da sembrare un paese delle fiabe, lo splendore che il paesaggio offriva una volta arrivati sembrava ricompensare le difficoltà e le fatiche affrontate nel raggiungerlo, le casette vere e proprie opere d’arte in pietra, costruite assemblando i sassi, a secco senza cemento, avevano un unico pian terreno, questo dedicato interamente alla cucina e al ristoro mentre una botola nel soffitto di legno portava nel sottotetto dove adagiate c’erano le stuole adibite al riposo delle spesso numerosissime famiglie.
- In una tarda mattina di fine agosto del 1908, il paese appariva deserto, rompeva il silenzio un canto lontano e melodioso che conduceva al Flumendosa, il fiume vicino al paese, dove le donne intonando canti alla Vergine lavavano accuratamente con la cenere i panni dei loro cari; tra queste spiccava una ragazzetta di quattordici anni, talmente assorta nei suoi pensieri da non accorgersi di lavare da tempo gli stessi pantaloni, Priama era il suo nome e quei pantaloni erano di Beppino uno dei suoi sei fratelli rimasto ancora in casa con lei e i genitori, mentre tutti gli altri sposandosi, se ne erano andati. Beppino insieme al fratello più grande Giuseppe faceva il minatore nel giacimento di antimonio di Villasalto, il paesino che si raggiungeva imboccando lo stradello di destra; le opportunità di lavoro in quei luoghi e in quel tempo erano veramente poche, l’agricoltura e la pastorizia, erano le uniche alternative alla miniera e se di certo erano meno pericolose, di sicuro non garantivano un salario sicuro ogni mese, e proprio per questo motivo Priama aveva tanta simpatia per la miniera, essa dava sicurezza, garantendo un futuro sereno alla propria famiglia; per ingenuità poi, non si rendeva conto dei pericoli effettivi che vi si correvano e d’altro canto i suoi fratelli per non farla stare in pena non gli avevano mai fatto chiarezza sulla vera entità del lavoro che svolgevano, in fin dei conti il peso di quella povertà era talmente profondo che non si sarebbe certo alleggerito raccontando alla loro amata sorella, già tanto provata dalle fatiche e dalla miseria, la verità. Quel giorno però, i pensieri di Priama erano rivolti alla miniera in segno di preoccupazione, il giacimento stava vivendo un momento di forte crisi, che, non riuscendosi a superare portò alla riduzione del personale, riduzione che coinvolse i suoi fratelli, concentrando paure ed ansie di Priama prima su Giuseppe che da poco aveva avuto notizia che sarebbe diventato padre per la seconda volta e poi su una decisione presa dal padre la sera precedente, (decisione che la riguardava in prima persona, ma che venne presa senza chiederle il benché minimo parere, poiché a quel tempo era impensabile chiedere opinioni e consigli alle donne) in conseguenza ad un’offerta fatta ai suoi fratelli, per supplire alla perdita del lavoro in fatti, gli venne proposto di andare fin quando non si fosse superata la crisi, in Toscana, a Gavorrano un paesino di collina, dove c’era una miniera di pirite e dove cercavano minatori e donne a servizio.
Durante la cena, suo padre e i suoi fratelli avevano parlato a lungo di questa possibilità che rimaneva l’unica via certa da seguire, e mentre discutevano a tavola, in cima alla botola, nel sottotetto, Priama ascoltava attenta, quando a un tratto le si fermò il respiro, nel sentire Beppino domandare all’anziano padre : “ Depeusu portai cun nusu Priama puru? (dovremmo portare con noi anche Priama?” e l’apnea si trasformò in angoscia quando il padre sospirando rispose: “No biu atru modu (non vedo alternativa)”. Priama fin da piccolissima si era sempre occupata delle faccende domestiche e dell’orto, il suo era un vero e proprio lavoro fatto di fatiche e responsabilità, l’anziana madre l’aveva educata severamente e il suo dirigere la casa era preciso e rigoroso, ma già da quando cinque dei suoi sei fratelli se ne erano andati, il lavoro era nettamente diminuito, andandosene anche Beppino, Priama più che un aiuto sarebbe stata un peso per gli anziani genitori e fu per questo che anche lei sarebbe dovuta partire.. … E quella mattina Priama non aveva fatto altro che pensare e ripensare a tutti quei problemi che di colpo erano capitati, mentre prendeva coscienza del fatto che quelli per lei erano gli ultimi giorni che passava ad Armungia, l’inquietudine si faceva conoscere al suo giovane cuore; d’un tratto però, delle risa chiassose la riportarono alla realtà, erano due sue cuginette Antonia e Mariuccia che vedendola così sovrapensiero si divertivano a prenderla in giro, intanto però, si era fatto tardi e adagiandosi la cesta dei panni appena lavati sulla testa, fece ritorno verso casa. Da quel momento i giorni passarono via veloci ed in fretta arrivò anche quello della partenza, partirono prima dell’alba da Armungia e con i calessi, arrivarono a Cagliari nel primo pomeriggio, con loro c’erano anche i genitori andati apposta per salutare e stare quanto più tempo possibile con la loro ultima bambina che adesso come gli altri li stava lasciando, questa volta però non per amore, ma per necessità. Appena arrivati al porto Priama rimase incantata nel contemplare l’immensità del mare, i suoi occhi si velarono di lacrime, quella era la prima volta che lo vedeva, e in vita sua non aveva mai visto niente di così grande e blu, rimase così, immobile, fin quando il suo sguardo si posò sul battello su cui sarebbe dovuta partire, e fu allora che le lacrime si trasformarono in pianto, quando vide quella barca piena di uomini carichi di speranze, su cui a momenti sarebbe dovuta salire e che l’avrebbe allontanata dalla sua amata terra, dagli altri suoi fratelli, ma soprattutto dai suoi genitori, e proprio questi ultimi prima di partire se li abbracciò più forte che poteva… cercava, si sforzava di smorzare quel pianto, ma era tutto troppo difficile, forse anche più difficile che combattere ogni giorno con quella maledetta miseria, salutare mamma e papà e andare lontano, oltre il mare, lei che aveva malapena visto solo qualche paesello della sua Sardegna… forse però quel pianto e quel dolore tanto forti e tanto intensi erano il presagio che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe visto i suoi genitori vivi. Deposto il dolore della partenza Priama assaporò il sapore del suo primo viaggio, l’odore forte del battello e del mare, il vento che le faceva volare i lunghi capelli neri, intensamente neri come i suoi occhi ed il leggero sole che le scaldava la pelle olivastra, guardandola si contemplavano le tipicità fisiche della Sardegna, tranne che nell’altezza era infatti molto alta e ciò la faceva sembrare più grande anche se il suo cuore batteva spaurito ed emozionato come quello di una bambina.
Arrivarono alle prime luci del nuovo giorno, presero per qualche ora una camera in una pensioncina nel porto di Civitavecchia, quando si furono riposati partirono, e anche questa volta arrivarono in tarda nottata, si fermarono però, a Bagno di Gavorrano, allora nient’altro che un gruppetto di case a valle di Gavorrano, formatosi come il Filare ( altro gruppetto di abitazioni che dal piano si avvicina maggiormente a Gavorrano) in conseguenza dell’aumento della popolazione dovuto alla miniera, dove trovarono ad attenderli due ragazzi di Armungia, che già da qualche mese lavoravano lì e con i quali Giuseppe aveva preso accordi prima della partenza, ed avevano affittato per loro due stanzette poste al primo piano di una casa nel centro di Bagno. I giorni successivi servirono a Priama per ambientarsi, nonostante la nostalgia ed il dolore per i genitori lontani, quel posto gli piaceva, aveva trovato tanta gente che come lei tristemente aveva lasciato la Sardegna, passava i giorni dedicandosi alla pulizia di quelle due stanzette e alla cura dei suoi fratelli in maniera meticolosa e con immenso amore, mentre Giuseppe e Beppino avevano iniziato il lavoro di minatori nel giacimento di pirite. La miniera si trovava vicino a Gavorrano, il sistema di lavoro naturalmente era manuale e di conseguenza i tempi e le dimensioni delle opere erano limitati, le gallerie erano molto basse e molto strette, i fornelli ed i pozzi erano piccoli e per trasportare i vagonetti si utilizzavano gli animali; la società concessionaria per lo sfruttamento della miniera era la società Montecatini, che edificò le case per i minatori a Bagno e a Filare. Nel sottosuolo i minatori estraevano la pirite mentre sopra vi erano le macchine che trattavano il minerale; vi erano poi officine meccaniche, la falegnameria, l’officina elettrica, il servizio geologico ed il laboratorio chimico, ma soprattutto l’amministrazione, la mano d’opera, la contabilità e il magazzino richiedevano molto personale.
Dopo una ventina di giorni Giuseppe trovò anche per Priama un’ occupazione all’interno della miniera, avrebbe dovuto vagliare la pirite, il lavoro era semplice e non eccessivamente pesante, una volta che la pirite veniva estratta, veniva portata ai vagli dove le donne effettuavano la cernita, ovvero toglievano i vari materiali in esubero che non erano pirite (ad esempio legno o ferro). Quest’attività però, le fece prendere coscienza dell’effettivo e grave pericolo cui ogni giorno i suoi fratelli erano andati e andavano incontro lavorando dentro la miniera, venne a conoscenza dei particolari e di tutti gli effettivi rischi che vi si correva dentro e allora realizzò, che quella stanchezza e quella fatica che spesso aveva letto nei volti dei suoi cari meritava ancora più rispetto di quello che fino a quel momento gli aveva attribuito, d’un tratto si sentì un’irriconoscente per la fragilità che aveva mostrato, per aver versato lacrime al momento della partenza invece di mostrar coraggio e forza come i suoi fratelli, promise a se a se stessa di non pianger più nelle difficoltà, ma di lottare con energia per sconfiggere le difficoltà della vita. Se scoprire la vera consistenza del lavoro in miniera, aveva fatto crescere ancora di più Priama plasmandole il carattere e fortificando la sua anima, di certo i sentimenti di amicizia e solidarietà che da sempre aveva avuto nel cuore ora erano vissuti in maniera più intensa e totale; forse per la mancanza delle famiglie d’origine, o per la grande miseria, o per entrambe le cose, i minatori di Gavorrano diventarono una grande famiglia, si aiutavano e sostenevano a vicenda e la parola amicizia intesa come s’intende come oggi, sembra sminuire ciò che realmente si provava a quei tempi.
Si alternarono le stagioni, tante quante servono a trasformare l’incerto volto di una ragazzina, in quello sicuro e definito di una donna, Priama adesso era cresciuta anche fisicamente e malgrado il molto lavoro e la tanta fatica era bella; trascorreva le sue giornate tra il lavoro al vaglio e le faccende domestiche, la sua vita scorreva apparentemente ogni giorno uguale, ma dentro un dolore nuovo l’accompagnava, pochi mesi dopo il loro arrivo Giuseppe ripartì per andar da sua moglie che di li a poco avrebbe partorito, ma non tornò più in toscana perché la moglie morì di parto e lui rimase a crescere i suoi due figli in sardegna, con l’unica fortuna di essere riassunto alla miniera di Villasalto, poi c’era sempre la nostalgia dei genitori, che se anche adesso riusciva a tenerla ben nascosta nel cuore, a volte era talmente pungente da far troppo male, specialmente quando i suoi pensieri si concentravano su sua madre… ..del babbo e della mamma poi, aveva avuto pochissime notizie, lei non sapendo né leggere né scrivere non aveva potuto tenere i contatti e le poche cose che sapeva gli erano state riferite dalle varie persone che da Armungia via via erano giunte a Gavorrano per lavorare. In quel periodo però, qualcosa stava cambiando, e cambiando in meglio, suo fratello Beppino aveva stretto una forte amicizia con un uomo molto distinto ed educato che si chiamava Raffaele, Raffaele Spanu, veniva da Ierzu nel nuorese, era circa vent’anni più grande di lei, ma ne era rimasta talmente affascinata da non riuscire a notare la differenza d’età, faceva anche lui il minatore, ma la sua storia era ben diversa da quella di lei e della maggior parte dei minatori arrivati in Maremma per necessità, Raffaele infatti proveniva da una famiglia benestante, litigando con i suoi fratelli per questioni non arrivate fino a noi, decise di partire con un amico e di imparare a cavarsela da sé. Raffaele e Priama legarono subito una bella amicizia, e dopo un po’ fu evidente anche a tutti che si piacevano molto, lui però, per paura di un rifiuto, esitò un po’prima di chiedere a suo fratello il permesso per fidanzarsi, permesso che gli fu concesso, non appena l’amore fece trovare a Raffaele il coraggio.
Nel frattempo giungevano le voci che a Villasalto la miniera di antimonio avendo superato la crisi, ricercava minatori a lavoro, e, di fronte a questa notizia Beppino decise di ripartire e tornare nella sua terra, Priama però, non se la sentiva di ripartire proprio adesso, l’ amore per Raffaele la tratteneva, così decise di rimanere promettendo a se stessa che avrebbe fatto ancor più economia per riuscire presto a racimolar qualche soldo per andar a trovare i suoi cari in sardegna; a questo punto però, come conveniva a quel tempo prima della partenza di Beppino, Raffaele e Priama si sarebbero dovuti sposare e così fecero, con cinque invitati festeggiarono il loro amore e andarono ad abitare in una casetta per i minatori a Filare. Dopo circa un anno dalle nozze venne a far visita ai due sposini, un cugino di Armungia, che stanco di vivere in sardegna voleva trasferirsi in toscana, purtroppo però, la felicità di Priama nel rivedere il cugino, venne spezzata dalla tremenda notizia che questi portò, ovvero che suo padre era ormai morto da tre anni, mentre la madre se n’era andata solo da qualche mese e purtroppo non sapendo come avvertirla non potettero avvisarla prima... …erano passati tanti anni dalla partenza di Priama, ma se il tempo addormenta i ricordi, il destino quando vuole li risveglia bruscamente, facendo riaffiorare sentimenti ed emozioni con la stessa intensità di quando erano nati, di colpo rivide il volto stanco di suo padre e lo sguardo dolce e severo di sua madre, nelle orecchie risuonavano le loro voci che quasi unisone prima di partire le sussurrarono “ Amori miu adiosu, teidì accontu. (Ciao amore, abbi cura di te)”.
Era il 20 aprile del 1919, quando in casa Spanu si sentì per la prima volta le grida gioiose di una bambina, in questa data in fatti Priama diede alla luce la sua primogenita, Pasqualina, chiamata così perché nacque proprio nel giorno di Pasqua; Priama lasciò il lavoro al vaglio per dedicarsi interamente alla bambina, due anni dopo nacque anche un bel maschietto cui misero il nome Mario, due anni dopo ancora nacque Giovanna, chiamata così poiché nacque nel giorno di San Giovanni ed in fine sempre due anni dopo nacque Dosolina, da tutti però, chiamata Amelia; Priama viveva per questi bambini, e se anche c’era tanta miseria l’amore nella loro casa suppliva a tutte le mancanze, Raffaele costruiva ed inventava giocattoli e bambole per i piccini che gli anni presto fecero crescere, ed appena ebbero l’età per restare soli Priama riprese il lavoro alla miniera, questa volta però non al vaglio della pirite, ma nelle cucine, dove faceva la cuoca alla mensa dei minatori.
Gli anni passavano via veloci e le sue bambine erano diventate delle splendide donne, Pasqualina, sposata aveva avuto due belle bimbe Florence e Floriana, Giovanna sposata anche lei ebbe Flavio come pure sposata era Amelia che però, al momento non aveva figli, l’unico a non essersi ancora sposato era Mario, il suo maschietto. Mario era un minatore nella miniera di carbone di Ribolla, era un ragazzo solare e allegro che amava la mamma tanto da coccolarla sempre; la sera del 30 settembre del 1945 però, Mario e Priama discussero molto, Mario già da tempo aveva preso festa per il primo ottobre, ma quando a tarda sera del 30 settembre rientrò dalla miniera, disse d’aver cambiato turno per far un favore ad un amico, Priama che già si era fatta l’idea di stare tutto il giorno seguente con il figlio si arrabbiò un po’ e poi essendo tardi non aveva tempo sufficiente per preparargli un caldaino adeguato, ci pensò allora Giovanna al mangiare del fratello poiché da poco aveva finito di preparare l’arrosto, intanto Mario scherzando cercava di tener buona la mamma inspiegabilmente troppo agitata per quel cambio di turno… era il primo ottobre del 1945 e uno scoppio di gas grisou, un gas combustibile a base di metano provocò un grave incidente che travolse molti ragazzi, tra questi diversi morirono subito, altri invece gravi vennero portati in ospedale a Massa Marittima, tra questi c’era anche Mario.. …ciò che provarono Priama e Raffaele nessuna parola lo può descrivere, Priama si accostò al letto del figlio e fissandolo pregava intensamente il Signore, ad un tratto arrivò un dottore che guardando la donna distrutta le disse: “Signora abbia fede, darò da bere a suo figlio un acido potentissimo, se Mario avvertirà un bruciore forte alla gola e allo stomaco allora vorrà dire che c’ è ancora qualche speranza..”, appena il dottore diede a Mario il bicchiere con l’acido lui lo bevve come si beve l’ acqua, non avvertì nessun bruciore e nel giro di poche ore la situazione degenerò.. ..il 3 ottobre del 1945, dopo due giorni di agonia, Mario Spanu rimanendo ragazzo per sempre lasciava questo mondo. Il funerale fu un tutt’uno di pianti e grida, e ogni anno fin quando sono rimasti in vita i giovani compagni di Mario sopravvissuti allo scoppio, nel giorno del 3 ottobre portavano sulla sua lapide fiori, c’era chi era rimasto sordo, chi muto, chi paralizzato e chi… miracolosamente sano poiché un amico, proprio in quel giorno cambiandogli il turno gli salvò la vita.
Il tremendo dolore aveva annientato fisicamente e spiritualmente Priama, non mangiava né parlava più, voleva solo morire e andare dal suo bimbo, poi però, l’immenso amore del marito e delle sue figlie insieme alla nascita sei mesi dopo del bambino di Pasqualina cui venne messo il nome di Mario, riportarono alla “sopravvivenza” Priama.
Nel frattempo però, gli ingegneri della società Montecatini convocarono Priama e Raffaele pregandoli di chiedergli una qualsiasi cifra di denaro che volevano offrirgli in memoria di Mario e che avrebbe potuto alleggerire la loro pesante situazione economica, appena fecero questa proposta però, si creò un silenzio imbarazzante, poi Priama con immensa dignità ed educazione rispose che non avrebbe mai potuto quantificare in denaro la perdita del proprio figlio e che era nata e vissuta con la miseria, quindi convivervi non era più un grosso problema, il problema era suo genero, l’unico suo genero che lavorava in miniera e l’unica richiesta che aveva da fare riguardava proprio lui, Armando Ferrini, il marito di sua figlia Giovanna, che al momento era in miniera a Gavorrano, sottoterra, chiese che per favore gli fosse dato un qualsiasi altro lavoro sopra il sottosuolo, alla luce, quando Priama fece questa richiesta erano le 10 di una fredda mattina di novembre ed alle 14 dello stesso giorno Armando aveva già avuto un posto di lavoro nuovo, come voleva Priama “alla luce.”
Nella primavera di due anni dopo, Giovanna decise di riportare Priama in sardegna, Raffaele rimase a casa con Armando mentre Giovanna, Priama ed il piccolo Flavio partirono; una volta arrivati trovarono ad attenderli un paese intero, ci furono tanti festeggiamenti e pianti e pianti di felicità, Priama andò subito al cimitero a portar dei gigli bianchi ai suoi genitori, volle rimanere sola con loro per un po’, quando fece ritorno dal cimitero i suoi occhi erano gonfi di pianto e dolore; stettero cinque giorni ad Armungia, poi andarono a Ierzu, perchè Priama voleva conoscere i parenti di Raffaele, una volta arrivate rimasero allibite dalle immense proprietà e averi che erano della famiglia di lui, vennero accolte come principesse e Giovanna invitando i parenti in toscana precisò ridendo che non avrebbe potuto contraccambiare una sì ricca ospitalità, vi rimasero ancora per due giorni e poi ripartirono per la toscana; sulla barca Priama ripensava a quando quarant’anni prima era partita piangendo da quell’isola, allora era giovane, fragile e aveva nel cuore la speranza di ritornarvi presto, adesso invece era anziana e più che forte era provata dalle vicissitudini della vita, guardandosi indietro mandò un bacio a quell’isola con la certezza di chi sa che non vi avrebbe mai più fatto ritorno.
Poco dopo quel viaggio Raffaele morì, lasciando la sua Priama per sempre, la sua salma venne sistemata sopra quella del suo amato Mario mentre accanto un marmo vuoto attendeva le spoglie mortali di Priama.
Con il passare del tempo, anche la famiglia di Giovanna si era allargata, erano nati Luciano e Sandra, Priama viveva in casa con loro, dormendo in camera con Sandra le insegnò a recitare il Rosario alla Vergine prima di addormentarsi, lei però, ascoltava in silenzio, non riusciva a dirlo, l’aveva recitato ogni sera fin da bambina, ma dopo la morte di Mario non riuscì più a recitarlo, non perse la Fede in Dio ma la sue preghiere divennero solamente due, facendosi il segno della Croce dopo un sospiro profondo, affidava a Dio tutti i minatori del mondo e pregava che più nessuna mamma provasse quel dolore così tremendo che lei portava nel cuore. Intanto anche Amelia l’aveva resa nonna mettendo alla luce Giampiero, Priama viveva per questi nipoti, erano l’unica sua ragione di vita; un giorno mentre giocava con due di loro arrivò una lettera da Ierzu, che invitava gli eredi di Spanu Raffaele a ritirare una consistente eredità in sardegna, questa sarebbe stata la svolta per debellare quella miseria, ma Priama era ormai era troppo anziana per partire, mentre le sue figlie avendo i bambini piccoli non potevano partire, rinunciarono all’eredità che per mancanza di altri eredi andò al Comune, l’ eredità consisteva in un palazzo e in denaro, col palazzo vi realizzarono la sede del Comune di Ierzu e una lettera del Sindaco ringraziando ne dava notizia. Passarono gli anni e nel 1973 Priama ormai molto anziana si ammalò di polmonite, le sue condizioni erano gravi al punto da farla ricoverare in ospedale a Massa Marittima, i dottori dissero chiaramente che stava morendo e la notte prima di morire un’infermiera raccontò che Priama nell’agonia per tutta la notte aveva chiamato “ Mamma”, è credenza popolare che quando la brava gente muore, la Madonna prende le sembianze della mamma terrena per condurre in paradiso le anime, qualunque opinione si abbia in merito a Dio, dà serenità rispettare questo pensiero… Priama morì nella primavera del 1974, venne vestita per sua volontà con un abito blu di suo figlio Mario e con una grande foto di lui sul cuore, mentre nelle mani teneva il Rosario, con sé volle anche tutte le lettere che Mario gli scrisse quando era militare, adesso riposa serena insieme al marito e al figlio nel cimitero comunale di Gavorrano…
Questa storia narra di persone e vicende realmente accadute, messe nero su bianco da chi ha avuto l’immenso miracolo di venirne a conoscenza, non rendendo mai grazie abbastanza alle due figlie di Priama ancora in vita, Pasqualina che il 20 aprile di quest’anno ha compiuto ottantanove anni e Giovanna che il prossimo 27 giugno ne compirà ottantacinque, due donne eccellenti cui la vita non ha purtroppo risparmiato colpi bassi, e un pensiero va anche a Mario, il minatore morto troppo presto, ad Amelia che manca da questa vita da agosto dello scorso anno e a Raffaele, pronipote di Priama, volato in celo come un angelo il 19 ottobre del 2003 e a cui oggi mando un bacio carico d’amore.
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