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Ricordo d'infanzia

Da Biblioteca.


Ricordo d'infanzia
2008


Oggi riaffiora alla mia mente di un giorno in cui col babbo andammo in paese, un paese di miniera: dalla miniera si estraeva carbone ed i minatori lavoravano giorno e notte per scavare il prezioso minerale alternandosi in turni massacranti nelle viscere della terra. Quando risalivano erano irriconoscibili, sporchi, il viso nero per la polvere di carbone, gli abiti logori erano fradici del sudore e dell'acqua che filtrava dalle volte delle gallerie, sembravano degli spettri. Era il millenovecentotrenta, io avevo sei anni, allora vivevamo in campagna, il podere distava circa quaranta minuti di cammino dal centro abitato, come mezzo di locomozione usavamo il cavallo e quando dovevamo spostarci il babbo mi metteva davanti a sé sulla sella e via trotterellando l'animale ci portava al paese.

Quel giorno arrivammo presto, nell'ora in cui dalla miniera usciva il turno del mattino, ricordo ancora quanto rise il babbo quando alla vista di quei visi sporchi e anneriti chiesi perché nella miniera lavorassero solo uomini neri. Dopo essersi calmato egli mi spiegò che quel nero che vedevo sulle mani e sul viso era dovuto alla polvere di carbone, ma che il sapone e l'acqua avrebbero restituito a quegli uomini il colore originale. Poi facendosi serio mi disse: "Vedi figliolo siamo tutti poveracci, ma mentre noi respiriamo aria pura, loro ogni giorno vivono una parte della loro vita come in inferno, perché la miniera è un inferno, e i loro polmoni hanno il colore nero dei loro visi". Io non compresi molto di quello che il babbo mi disse, forse per la mia giovane età, perché quando si è fanciulli non si possono capire i problemi dei grandi, ma ricordo che cominciai a fantasticare e ad immaginare quel mondo sotterraneo come un luogo di avventure straordinarie e popolato da personaggi fantastici, tanto che un brivido mi percorse la schiena.

Alla sera c'era festa al paese, cosi ci siamo trattenuti fino a notte, evento straordinario questo perché solitamente il babbo doveva rientrare presto per accudire il bestiame, ma quel giorno aveva cominciato a parlare e a discutere con gli amici all'osteria, forse aveva bevuto anche qualche bicchiere in più che gli aveva fatto momentaneamente dimenticare i propri doveri. Quando finalmente siamo ripartiti era buio ed io ho visto tante luci fioche in fila, come di candele, che si dirigevano verso l'ingresso della miniera, la mia sorpresa fu tanta che esclamai: "babbo guarda una processione!", allora egli mi accarezzò i capelli con la sua mano grande e callosa, deformata dal faticoso e duro lavoro quotidiano e mi spiegò che quelle luci erano le lampade che i minatori usavano nelle gallerie per illuminare il luogo di lavoro.

Io volevo sapere molto altro, ad esempio come era possibile che degli uomini riuscissero a forare il terreno e scavare delle gallerie. Allora il babbo mi spiegò, con pazienza e tranquillamente, che i minatori all'inizio perforano il terreno con pale e picconi, poi quando incontrano materiale più duro, come la pietra, usano piccole cariche esplosive, quindi rimuovono il materiale prodotto dall'esplosione; la galleria prende forma, viene puntellata con travi di querce e castagno in maniera attenta e scrupolosa al fine di evitare pericolosi crolli che metterebbero a rischio la vita di chiunque si trovasse là sotto, infine vengono collocate le rotaie sulle quali dovranno scorrere i carrelli pieni di carbone. Non capivo la ragione di tutto ciò e ingenuamente chiesi perché i minatori andassero laggiù se c'era così tanto rischio. Egli rimase colpito dalla mia domanda ed esclamò: "Eh…! Sembra facile", poi si zittì come se meditasse se dirmi la sua verità o lasciare che la mia fantasia galoppasse e trovasse risposte da sola, ma dopo una breve pausa continuò: "Ascolta figliolo, ci sono due cose che devi sapere, ogni uomo deve lavorare per dare da mangiare ai propri figli e ogni lavoro comporta sacrifici e rischi, come quelli del minatore, inoltre col lavoro bisogna arricchire i padroni, altrimenti quelli il lavoro non lo danno". Detto ciò spronò la giumenta che partì col suo trotto costante nella strada sterrata verso casa.

Arrivammo molto tardi, ricordo ancora che la mamma ci attendeva sulla porta preoccupata e arrabbiatissima tanto che apostrofò il babbo in malo modo, che si doveva vergognare di fare così tardi con quella creatura, che così facendo io avrei preso brutte abitudini e sarei diventato peggio di lui, poi sparì dietro l'uscio e si recò in cucina a riscaldare la cena.

Per me fu molto strana quella discussione, i miei erano una coppia molto affiatata e si volevano molto bene, i litigi non si verificavano mai e raramente uno di loro alzava la voce, assieme lavoravano nei campi ed assieme facevano tutti gli altri lavori, compresi quelli più faticosi come arare o coltrare (per dare un senso alla parola bisogna sapere che esisteva un aratro senza ruote e col tiro intero chiamato coltrina che il bifolco doveva sorreggere da mattina a sera). Ma quella sera la mamma doveva essere molto stanca ed anche preoccupata per aggredire il babbo in quel modo e mentre la guardavo a sfaccendare imbronciata pensavo che lei non poteva immaginare le cose che avevo appreso in quella giornata riguardo alla miniera, ai minatori che vi lavoravano, ai rischi che correvano.

Ma non c'era tempo per le tensioni familiari e il giorno dopo la vita al podere riprese come di consueto. Era il mese d'aprile, il venti di aprile, era primavera ed in primavera, come in autunno, si teneva al paese la fiera: era un'occasione unica d'incontro per contadini e cittadini. I contadini portavano il bestiame da vendere, vaccine maremmane dalle lunghe corna, pecore, maiali, pollame; dalla città venivano ambulanti con la loro mercanzia, scarpe, vestiario, dolciumi, i più ambiti da noi bambini. Anche noi andammo alla fiera, per vendere e per comprare, era una splendida giornata di sole, quasi estiva, nella fiera era un andirivieni frenetico, mercanti e contadini si stringevano la mano per suggellare l'affare ormai concluso, quando intorno alle undici il suono della sirena della miniera riecheggiò nell'aria: un lugubre lamento, debole in alcuni momenti, forte in altri, quasi un urlo disperato dalle viscere della terra, il lamento entrava dentro, scuoteva le persone, faceva rabbrividire quasi. La folla si fermò pietrificata, senza parlare, tutti avvertirono che qualcosa di tragico era successo, poi come sospinta da una forza invisibile la gente prese a correre verso l'ingresso della miniera, per curiosità o forse con la speranza di poter dare aiuto.

Nella confusione persi i miei genitori, ma fui sospinto dalla calca verso la miniera, davanti all'ingresso già i carabinieri accorsi, assieme ad alcuni volontari, avevano formato un cordone per fermare i curiosi e i parenti dei malcapitati. Uno col megafono gridava di lasciare spazio, di non intralciare il lavoro dei soccorritori che già stavano organizzandosi in squadre, di non far perdere tempo in quanto in questi frangenti il tempo era veramente prezioso. Ritrovai i miei genitori e il babbo mi prese per mano, temeva per la mia incolumità nel caso mi fossi perso di nuovo, egli aveva trovato posto in un piccolo promontorio proprio vicino all'ingresso della miniera e da lì potevamo osservare la frenetica attività dei soccorritori, ma potevamo anche sentire le più disparate voci sulle possibili cause dell'incidente: chi diceva che vi era stata un'esplosione, chi parlava di una frana causata da una carica troppo forte, insomma ognuno voleva dire la sua, tutti in quel drammatico e tragico momento sembravano essere divenuti tecnici minerari.

Io guardai il babbo e dalla sua espressione compresi quanta angoscia avesse dentro, forse era anche per questo che dalla sua bocca non era uscita neanche una parola. Nell'attesa tutti tacquero, si udiva solo un lieve brusio provenire dalla folla sovrastato dalle urla e dal pianto delle donne e dei bambini che avevano i loro cari laggiù.

I soccorritori scendevano giù a squadre nel disperato tentativo di salvare i minatori sepolti e quando risalivano le loro mani sanguinavano e nei loro volti si leggeva sfiducia e sconforto.

Un minatore amico del babbo si fermò a parlare con lui. Disse poche cose, che erano in sei intrappolati laggiù, che la massa di terreno che li aveva intrappolati non sembrava molto spessa, che dovevano farcela a liberarli prima che la riserva d'aria fosse finita. Io non compresi del tutto, ma non ebbi il coraggio di fare domande tanto ero confuso ed impaurito.

Anche un nostro amico di famiglia era laggiù intrappolato, si chiamava Girolamo ed io lo ricordo come un uomo molto buffo che si divertiva a raccontare a noi bambini storie strampalate. Quando Giralamo aveva il turno di riposo veniva al nostro podere a dare una mano al babbo, di lavoro ce n'era così tanto da avanzare sempre per il giorno successivo, così quando era libero lo vedevamo arrivare con la moglie Lumediluna e i cinque figli. Fortunatamente cibo c'era per tutti e così dopo aver mangiato, mentre i grandi si impegnavano nelle loro occupazioni, noi ragazzi andavamo a giocare, il mio preferito era Pierino, perché della mia stessa età, e con lui mi alleavo contro i più grandi spesso dispettosi nei nostro confronti.

Talvolta rimanevano a cena, allora la mamma preparava, in una grande pentola cuoceva patate e fagioli e quando erano ben cotti metteva pasta fatta in casa con la nostra farina e le uova delle nostre galline, era così gialla che sembrava vi fosse impastato dello zafferano. Cenavamo allegramente e dopo Girolmo era solito prendere in braccio noi piccini e raccontare delle storie, spesso erano storie di paura, non che volesse spaventarci però spesso i protagonisti erano fantasmi, streghe oppure diavoli, insomma tutto un repertorio variegato, il più delle volte improvvisato al momento, per noi veramente affascinante. Per esempio era solito raccontare di aver visto, mentre di notte passava vicino ad un cimitero, un fantasma camminare sul muro di cinta e di averlo sentito ululare come sono soliti fare i lupi, ma che lui non si era spaventato, anzi aveva raccolto un bastone da una siepe e brandendolo gli si era precipitato contro urlandogli e minacciandolo, tanto che questi si era così spaventato da fuggire lasciando il lenzuolo con il quale era coperto.

Talvolta invece raccontava di aver visto su di una querce delle streghe che sghignazzavano, che lui si era avvicinato con passo felpato al tronco e lì aveva conficcato il suo coltello per fare loro dispetto, poiché le streghe temevano le lame dei coltelli dovevano stare tutta la notte appollaiate sull'albero senza poter scendere, per poi svanire nel nulla al primo apparir del sole.

Spesso chiedevamo più spiegazioni, per esempio come fossero le streghe e Girolamo rispondeva sempre alla stessa maniera, che erano brutte, sdentate, vestite di stracci neri, parevano delle vecchie di cento anni e più, che per salire sugli alberi avevano delle scope di saggina con le quali potevano volare come le rondini, ma poiché tutti ridevano non prendevamo troppo sul serio le sue storielle. Ma ce n'era una che ci faceva veramente paura, che egli non ci raccontava volentieri e che tuttavia noi chiedevamo sempre con insistenza: era la storia del lupo mannaro, di un uomo che nelle notti di plenilunio si trasformava in lupo, con tanto di pelo e denti aguzzi, pronto a sbranare chiunque gli si fosse parato davanti, e ululava alla luna tanto da suscitare angoscia e strazio in chi lo sentiva.

Questo era Girolamo, allora a me pareva buffo, in realtà era un uomo buono e un eccezionale padre di famiglia che per spiegare il suo lavoro in miniera raccontava di vivere come in una tribù con la quale quotidianamente partiva per un duro viaggio, ma quando tornava aveva uova e latte per sfamare i suoi cari.

Mentre fantasticavo e pensavo a Girolamo, sentii dietro di me qualcuno singhiozzare, mi girai e vidi Pierino e sua madre, entrambi piangevano disperati e cercavano conforto in coloro che li conoscevano, ci avvicinammo , li abbracciammo forte e senza dir nulla rimanemmo loro vicini. Il tempo trascorreva lentamente, a notizie che alimentavano una qualche speranza se ne alternavano altre terribili, si trattava di voci che circolavano tra la gente ma nessuno ancora aveva detto niente di ufficiale, i soccorritori entravano ed uscivano dalla miniera senza dire nulla, sembrava che per i sei sciagurati laggiù sepolti non vi fosse più nulla da fare.

Erano ormai trascorse sei ore, una squadra di minatori risalì improvvisamente, ma subito comprendemmo che qualcosa di nuovo stava accadendo, dalle facce traspariva come fiducia, forse le cose avevano preso una piega diversa, forse c'era una qualche speranza.

Poi alcuni di loro presero una barella e giù di nuovo scomparvero come fantasmi, furono momenti di attesa spasmodici, trascorsero pochi minuti che sembrarono un secolo tanta era l'ansia di sapere, ma alla fine risalirono con un compagno ferito disteso nella barella. Era l'unico ferito e si trattava proprio di Girolamo. All'inzio neppure lo riconoscemmo tanto era sporco di fango, ma uno dei barellieri venne verso di noi e rivolgendosi alla moglie le disse di non allarmarsi, che le ferite apparivano lievi, che in poco tempo il marito sarebbe guarito e sarebbe potuto tornare a lavorare. Tutti assieme ci precipitammo verso l'infermeria dove già un medico lo stava visitando, Girolamo si stava lamentando un po' per il dolore, un po' perché era preoccupato per la sua famiglia: chi l'avrebbe sfamata se lui non avesse lavorato. Lumediluna e Pierino si avvicinarono a lui, lo abbracciarono e lo baciarono intensamente, nel frattempo giunsero anche gli altri figli e tutti si strinsero attorno a lui, ma poiché non la smetteva di lamentarsi per la disgrazia che gli era capita il babbo fu abbastanza duro con lui, doveva finirla di lamentarsi visto che aveva avuta salva la vita e che alla sua famiglia avrebbe pensato lui dando lavoro e cibo a tutti. Io fui contento delle parole del babbo, era la sua una bella prova di amicizia e di solidarietà, inoltre avrei avuto vicino per molti giorni a venire un amico come Pierino.

Uscimmo fuori sollevati e felici del lieto fine, proprio nel momento in cui anche gli altri minatori risalirono in superficie e, quando apparvero, ricordo che vi fu uno scrosciante applauso dalla folla, che mi sorprese non poco poiché non ne capivo il motivo, ma ero ancora troppo piccolo per comprendere le reazioni della gente a determinati eventi, le mogli e i figli si precipitarono verso i loro cari e la commozione fu tanta. Poi i minatori rimasti intrappolati raccontarono la loro avventura, che vi era stata una frana, che anche loro avevano scavato quando avevano sentito il rumore dei soccorritori che picconavano, che le voci dei compagni così vicini li avevano incoraggiati a resistere anche quando l'aria stava per terminare, che finalmente era stato aperto un piccolo varco, sufficiente per far passare l'aria ma anche un uomo, che erano stati salvati proprio quando stavano per perdere ogni speranza.

Pian piano la calca diminuì e la gente tornò alle proprie abitazioni, ormai era sera tardi, il sole stava per tramontare e la fiera sarebbe ripresa il giorno successivo. Anche noi ci avviammo lentamente verso casa, ma un pensiero mi frullava per la mente e non riuscivo a capire, avevo sentito dai minatori di un'enorme conca, io conoscevo la conca della mamma, quella dove lei faceva il bucato con cenere e acqua bollente, ma di quella della miniera non sapevo nulla, chiesi improvvisamente:" una conca com'è fatta, a cosa serve, perché c'è una conca in miniera?" Il babbo mi spiegò che la conca in miniera è una stanza rotonda, quasi sempre alla fine di una galleria dalla quale si dirameranno nuove gallerie in direzioni diverse, ma dal tono della voce e dallo sguardo capii che non ne parlava volentieri, eppure sapeva così tante cose che mi era quasi impossibile non fargli altre domande. Accarezzai quel viso rugoso, arso dal sole e stavo per chiedere di nuovo quando egli disse: "Anch'io un tempo ho lavorato laggiù". Non ebbi il coraggio di dire altro e da quel giorno non parlammo più della miniera e del faticoso e duro lavoro dei minatori.

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Questo racconto partecipa al
Premio Letterario Santa Barbara 2008
"Cuore di Terra"
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